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“Left Out”: il Labour di Corbyn, un progetto destinato al fallimento

I cinque anni di Jeremy Corbyn alla guida del Partito Laburista sono stati un periodo turbolento e fuori dal comune nella storia della politica inglese e della sinistra britannica e continentale. Mai prima del 2015 – quando Corbyn letteralmente sbaragliò la concorrenza dei suoi rivali post-blairiani nella corsa alla leadership del Labour – i Laburisti hanno avuto un leader proveniente dalla sinistra del partito. Persino Michael Foot, l’anziano ed erudito leader che negli anni ’80 si trovò a guidare il movimento su posizioni di sinistra, seppe dare il suo assenso alla guerra delle Falklands di Margaret Thatcher nel 1982. Un atto che Corbyn – che di lì a poco, nel 1983, sarebbe entrato in Parlamento per la prima volta – non avrebbe mai compiuto.

Estate 2017: Il Corbynismo ad un passo da Downing Street

Il libro di Gabriel Progrund e Patrick Maguire, giornalisti rispettivamente del Times e del Sunday Times, mette a fuoco la vita nel Labour durante la leadership corbyiniana. S’intitola “Left Out”, un gioco di parole che significa “Lasciati fuori”, ma anche “La sinistra, fuori!”, epilogo politicamente drammatico del Project, il nome con cui i simpatizzanti di Corbyn hanno definito le idee e le azioni che avrebbero dovuto portare il loro beniamino a guidare il Paese.

I fatti raccontati da Pogrund e Maguire prendono le fila dalla clamorosa quasi-vittoria elettorale di Corbyn nel 2017, quando, tra la sorpresa generale, alle elezioni di giugno il Labour riuscì ad azzoppare la maggioranza di Theresa May. Quella fu l’estate della luna di miele tra il leader laburista e il suo popolo: il suo nome veniva acclamato in coro al festival musicale di Glastonbury e c’era chi prevedeva di lì a poco la caduta del governo May e l’arrivo a Downing Street di un laburista molto particolare.

Ma è proprio a partire da quel momento, in cui l’ambizione di guidare al Paese si stava facendo sempre più concreta, che il progetto iniziò a sfaldarsi, e all’interno del Labour emersero con maggiore veemenza i contrasti che avevano accompagnano l’elezione di un leader voluto a furor di popolo dalla base del partito ma mal tollerato dai suoi parlamentari e dagli alti vertici delle gerarchie di Southside, la sede dei Laburisti nei pressi di Victoria a Londra.

Corbyn predicava un socialismo radicale rispetto alla tradizione gradualista espressa dal mainstream laburista più o meno recente rappresentato dalla Società Fabiana, dal think tank Progress e dalla socialdemocrazia. Movimentista, anti-monarchico, vicino al nazionalismo irlandese, sostenitore della causa palestinese e di quelle di tutti gli oppressi del mondo – che lui chiamava many opposti ai few assetati di potere – l’ormai ex peone di Islington rappresentava agli occhi delle istituzioni sicuramente un campo inesplorato per la democrazia britannica.

La mala-gestione degli organi del partito

Pogrund e Maguire evidenziano sia il lato più umano di Corbyn – politico coerente e devoto alle cause che ha sempre perorato nel campo della giustizia sociale – ma anche la sua incapacità di gestire una macchina complessa come quella del Labour Party, uno dei partiti più grandi d’Occidente. La sostituzione della vecchia guardia blairiana e browniana nei ruoli-chiave della struttura di Southside (capo dello staff del leader, segretario generale, direttore della comunicazione e presidente del Labour) non lasciò indifferenti i deputati laburisti che con l’Ufficio del Leader dell’Opposizione – tale era Corbyn in quanto leader del primo partito d’opposizione a May e Johnson – ebbero sempre un rapporto conflittuale. La mancanza di propensione dello stesso leader al party management, cioè a gestire questioni interne del partito, ha presto fatto degenerare la rivalità tra i suoi più stretti collaboratori e il resto del Labour in aperta ostilità.

Il Labour sbanda sulla Brexit

A differenza del suo storico sodale politico, lo Shadow Chancellor, John McDonnell, il ministro delle finanze ombra dei laburisti, Corbyn sembrava più interessato a portare avanti le sue battaglie storiche che non a cercare di ottenere il potere per metterle in pratica. A causa della sua mancata percezione dell’importanza dell’argomento Brexit, il Labour è stato travolto alle elezioni del dicembre 2019 per mano di Boris Johnson. Remainer riluttante, europeista agnostico o in fondo al cuore Leaver? Nessuno – secondo Pogrund e Maguire – ha mai capito in questi anni da che parte stesse Corbyn. Forse perché l’argomento Brexit non lo riscaldava più di tanto.

Così mentre McDonnell e il futuro leader Starmer s’infilavano nei pertugi lasciati liberi da una leadership assente sul tema Brexit adottando la politica dell’“Hug a Remainer”, “Abbraccia un Remainer”, facendo adottare al Labour prima una politica favorevole a un secondo referendum, poi una apertamente pro Remain e, infine, di aperta ricerca del consenso nei collegi che nel 2016 avevano votato per restare nell’Unione europea, i laburisti venivano invece abbandonati dagli elettori del cosiddetto Red Wall che andava dal Galles a Grimsby nel nord est dell’Inghilterra.

Nella campagna elettorale del 2019 Corbyn adottò una posizione incomprensibile per gli elettori. In caso di sua vittoria annunciò che avrebbe rinegoziato l’accordo per la Brexit del governo Tory, ma che nel referendum per la sua conferma non avrebbe preso posizione. Per Johnson fu gioco facile affermare: “Sulla Brexit Corbyn prima era incerto, ora non sa nemmeno più di esserlo”. In fondo, l’idiosincrasia del leader Laburista nei confronti dell’argomento era nota sin da quando disse: “Che tu sia un Remainer a Tottenham o un Leaver a Mansfield non c’è differenza se la tua condizione sociale non ti consente di usufruire di buoni ospedali, servizi pubblici degni e di condurre una vita decente”. Un’analisi della questione che rimarcava la sua idea di cambiamento della società e dello status quo, ma che si dimostrò difficile da fare giungere agli elettori.

Il sogno di “Momentum”: la democrazia diretta

In parte, il corbynismo ha assunto anche alcuni caratteri nel nostrano grillismo. Non l’antipolitica tout court, ma la volontà di trasformare il sistema della rappresentanza con forme sempre più invasive di democrazia diretta. Anche e soprattutto interne al partito. Spinta dall’attivismo di Momentum, il gruppo di sostenitori di Corbyn diretto da Jon Lansman, capace di coagulare il supporto nei confronti del leader sia nelle piazze reali che in quelle virtuali, il Comitato Esecutivo Nazionale (NEC) del Labour stava avviando le pratiche per rendere più facile la de-selezione dei candidati alle politiche (naturalmente mettendo nel mirino quelli del centro e della destra del partito) con un sistema simile al recall americano. L’idea di una base del partito sempre più decisiva – e per i parlamentari del Labour fin troppo invadente – non era cosa nuova in casa laburista e fu portata avanti per anni dalla sinistra interna al movimento che faceva capo a Tony Benn.

L’antisemitismo distrugge la reputazione del Labour

Vi è, però, un altro fattore che ha riproposto l’uso delle questioni politiche ai fini di lotta interna nel nel partito: quello dell’antisemitismo. Di fronte alle continue e formali lamentele dei suoi stessi militanti e dirigenti rispetto ad alcuni episodi verificatisi nelle sezioni laburiste Corbyn ha lasciato che la questione deflagrasse, restando, alla fine, molto scosso per le accuse di razzismo che gli furono rivolte. Pogrund e Maguire sottolineano anche in questo caso la sua riluttanza a prendere decisioni e sanzioni che danneggiassero gli uomini e le donne a lui più vicini.

Così, sul tema antisemitismo il Labour si è fatto dettare l’agenda dai media, Corbyn stesso non è stato in grado di pronunciare delle scuse credibili e accettabili da parte della comunità ebraica, e ha cincischiato più di un anno prima di accogliere nel suo statuto i 12 punti dell’Associazione Mondiale di Lotta all’Antisemitismo riconosciuti internazionalmente. L’esito della Commissione Indipendente sull’Uguaglianza e i Diritti Umani – organo riconosciuto dalle Nazioni Unite e istituito, scherzo della sorte, proprio dall’ultimo governo laburista in UK – è stata una requisitoria contro la leadership del partito: il Labour di Corbyn è stato il secondo partito della storia britannica dopo il British National Party a essere soggetto a un’inchiesta stabilita dalla legge; il partito – ha sostenuto il watchdog – ha violato le norme sulla discriminazione in riferimento al trattamento degli ebrei; la sua leadership non è stata in grado di reagire come dovuto ai casi di antisemitismo.

La reazione di Corbyn al report ha fatto sì che il nuovo leader del partito, Sir Keir Starmer, lo espellesse dal gruppo parlamentare e, in un primo momento, anche dalla militanza nel movimento. Cosa resterà in futuro nel Partito Laburista del Project corbyniano? Forse i tempi non sono ancora maturi per un giudizio più equilibrato e approfondito sull’era Corbyn. Lo spostamento a destra effettuato da Starmer negli ultimi mesi – o per lo meno il tentativo di effettuarlo – ci mostrano però come i laburisti abbiano intrapreso un cammino totalmente diverso rispetto a quello del loro ex leader.

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