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L'eredità della Mezzaluna Sciita

Per Mezzaluna Sciita, o Iran’s arc of influence per gli anglosassoni, si intende una sfera di interesse iraniana che va da Teheran al Libano, passando per l’Iraq e la Siria. Gli obiettivi strategici dell’Iran sono assicurarsi ampia influenza e stretto controllo sull’area che circonda Israele, in modo da allestirvi una presenza militare costante, e raggiungere uno sbocco sicuro sul Mediterraneo, per slegarsi da quella strozzatura rappresentata dallo Stretto di Hormuz e così poter allungare il proprio braccio al Nord Africa, per cercare di limitare così l’influenza turca nella regione e allo stesso tempo allontanare le proprie vie di comunicazione dal raggio d’azione del suo principale avversario regionale: l’Arabia Saudita.

Sebbene il progetto non sia nuovo, e affondi le sue radici nel “Asse della resistenza” anti-israeliana che riuniva Siria, Iran ed Hezbollah, è solo con la caduta di Saddam Hussein e la nascita di un Iraq retto dalla maggioranza sciita che si comincia seriamente a gettare le basi per questo progetto geostrategico. Il 2006, infatti, con l’elezione a Baghdad di al-Maliki, è l’anno della svolta, anche considerando l’esito dell’ennesimo conflitto in Libano, rivendicato dall’Asse, come una vittoria del “partito di Dio” libanese.

L’artefice materiale della Mezzaluna Sciita è stato un generale comandante della Forza Quds, un gruppo delle Guardie della Rivoluzione iraniane (Irgc – Islamic Revolutionary Guard Corps) specializzato in operazioni di guerra non convenzionale e intelligence militare: Qasem Soleimani. Affiancato da Abu Mahdi al-Muhandis – comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare (Pmf) irachene sino alla sua morte – ha avuto dal 2011 il comando della parte operativa dell’ambizioso progetto iraniano, ora pressoché raggiunto, che prevedeva anche di stabilire un cordone di sicurezza per tutte le genti sciite del Medio Oriente, lungo la strada che va da Teheran a Beirut, passando da Bagdad e Damasco. Una mobilitazione generale, ampia, costosa, utilizzante i proxy che Teheran ha addestrato e armato in tutta l’area interessata, ma di interesse vitale per la sicurezza sciita in una regione molto instabile che vede la presenza di Israele e degli Stati Uniti, nemici giurati per la teocrazia iraniana.

Proprio Washington e Tel Aviv hanno aspramente combattuto il progetto geostrategico degli Ayatollah: Israele effettua raid aerei su posizioni delle milizie filo-iraniane e della Forza Quds in Siria con continuità da tempo, mentre gli Usa, sotto l’amministrazione Trump, hanno eliminato il generale Soleimani e al-Muhandis in un attacco aereo a gennaio del 2020. Sempre gli Stati Uniti di Trump hanno denunciato il trattato Jcpoa (Joint Comprehensive Plan Of Action) sul nucleare iraniano, con la finalità di tagliare le risorse a Teheran imponendo nuove sanzioni economiche e commerciali, e hanno ottenuto uno storico risultato diplomatico con gli Accordi di Abramo, che normalizzando i rapporti tra Israele e alcuni importanti Stati arabi, ha avuto anche l’effetto di isolare l’Iran a livello regionale.

Il seme, però, era stato gettato e ha germogliato. Nonostante il “triplo shock” dato dalla pandemia che ha colpito duramente l’Iran, dal calo del prezzo del petrolio e conseguenti introiti (una contrazione di circa il 38% rispetto all’anno precedente) e dalle nuove sanzioni internazionali, la presenza iraniana in Iraq, Siria e Libano è stabile e consistente.

Alla fine del 2021, la politica irachena ha avuto quella che era sembrata una svolta quando alle elezioni di ottobre sono state emarginate alcune forze più direttamente legate a Teheran, ma il sistema di ampie alleanze politiche di governo ne riduce la responsabilità, incentiva la corruzione e paralizza il progresso sociale. Questa paralisi lascia l’Iraq vulnerabile all’influenza di governi stranieri come l’Iran, le cui vaste reti di milizie organizzate sono ancora attive nel Paese. Infatti la volontà del governo Sadr di eliminare l’influenza dei partiti filo-iraniani si è frantumata davanti al coordinamento delle forze di opposizione orchestrate da Teheran e dal loro agire coercitivo. Durante tutto lo scorso inverno e la passata primavera, ad esempio, le milizie del Pmf hanno mostrato i muscoli organizzando proteste negli edifici governativi e nelle sedi del partito. Tali dimostrazioni di forza sono state caratterizzate anche da casi di violenza, tra cui omicidi mirati di eminenti sadristi in tutto il Paese. Gli attacchi missilistici contro il settore energetico curdo hanno ulteriormente sconvolto la politica interna, scompaginando il fronte governativo, pertanto la probabilità che il governo Sadr sia in grado di resistere efficacemente alle forze sostenute dall’Iran è scarsa. Le forze filo-iraniane hanno anche saputo muoversi dal punto di vista strettamente politico, alleandosi con l’Unione Patriottica del Kurdistan (Puk), riuscendo a formare una potente opposizione in parlamento capace di bloccare le riforme del governo Sadr e mettendolo in posizione precaria. Oggi, pertanto, i partiti sostenuti dall’Iran sono in una posizione molto più forte di quanto non fossero subito dopo le elezioni, supportati dall’azione delle milizie paramilitari filo-iraniane.

L’Iran, nonostante i raid israeliani, ha saputo stabilizzare la sua presenza in Siria: Teheran ha aperto centri culturali in tutta Damasco, progettati per portare avanti l’agenda della Repubblica Islamica. Ad esempio, i media iraniani hanno riferito, a dicembre 2020, che un certo numero di centri culturali a Damasco avrebbero tenuto cerimonie commemorative per celebrare l’anniversario dell’assassinio del generale Soleimani. L’Iran ha anche rafforzato i suoi accordi economici e commerciali con il regime siriano, e ha ampliato il suo controllo sul settore industriale, agricolo, commerciale e bancario del Paese. Quasi un decennio dopo l’inizio dell’intervento iraniano nella guerra civile siriana, si può quindi affermare che la penetrazione della Repubblica islamica in Siria è un fatto compiuto.

La presenza iraniana in Siria, per il momento, non cozza contro gli interessi di Mosca, che ha trovato il supporto degli Ayatollah nell’attuale conflitto in Ucraina. Gli interessi russi e iraniani in Siria si sovrappongono, sebbene non coincidano del tutto. Gli atteggiamenti dei due Paesi nei confronti della sicurezza regionale, del terrorismo e di un mondo multipolare sono molto simili e le percezioni che le due parti hanno del futuro siriano sono vicine, ma non identiche. Mosca e Teheran, ad esempio, concordano nel ritenere che, nonostante l’annunciato ritiro delle truppe americane dal Paese nel 2018, Washington stia ancora sostenendo le forze democratiche curde e siriane pertanto sono giunte alla conclusione che gli Stati Uniti non siano interessati a una risoluzione del conflitto.

Il supporto dell’Iran ai ribelli Houthi in Yemen, cominciato quando l’Arabia Saudita è intervenuta direttamente nell’insurrezione nel 2015, sembra non aver drenato le risorse della teocrazia, sebbene si sia riscontrata una diminuzione degli attacchi utilizzanti armamento di lungo raggio di fabbricazione iraniana, che farebbe supporre una riduzione degli aiuti provenienti da Teheran.

La vera incognita è rappresentata dal ritorno dei talebani al potere in Afghanistan: l’Iran ha avuto un approccio ondivago verso di loro, contrastandoli quando hanno colpito duramente la minoranza sciita Hazara, ma vedendoli cinicamente come uno strumento ulteriore di contrasto alla presenza statunitense nella regione. Pertanto ora, con gli Usa fuori dai giochi, è prevedibile che l’unica condizione posta dall’Iran è che l’Emirato talebano sia disposto a fornire garanzie credibili per salvaguardare gli interessi degli sciiti afghani. L’alternativa è riproporre la dura lotta per mettere in sicurezza le proprie comunità, magari in una guerra per procura utilizzando le milizie (come la divisione Fatemiyoun ) o addirittura intervenendo direttamente.

La Mezzaluna Sciita è quindi ancora presente e viva, e nonostante le varie congiunture internazionali, l’Iran sta espandendo la sua sfera di influenza anche al di fuori di essa.

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