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Lessico impoverito, serve solo a far sapere che militiamo nella squadra “giusta”

Secondo l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, la nostra lingua è composta da un numero compreso tra i 215 mila e i 270 mila lessemi, le parole che fanno parte del nostro patrimonio lessicale. Di molto inferiore a quelle comprese nell’Oxford English Dictionary, che considera oltre 650 mila parole, quelle che abbiamo a disposizione in Italia rimangono tantissime.

Il dilemma: comprensione o autorità?

Ciò nonostante, da noi sembra essere in corso un fenomeno d’impoverimento lessicale, soprattutto nel parlato, che segue una curva discendente con inclinazione simile alla linea verticale.

Le ragioni del mancato utilizzo, nella vita di tutti i giorni, di tanti utili strumenti per esprimere il nostro pensiero potrebbero avere origini antiche, perlopiù medievali, allorché il parlare forbito e variato caratterizzavano un ceto sociale, certamente impopolare, formato dal clero e dalle gerarchie feudali, che faceva, imponendolo, ciò che voleva.

Tralasciando le vicende sulla nascita della Vulgata, intesa come la cinquecentesca traduzione della Bibbia in una lingua (il latino), comprensibile a chi sapesse leggere, non possiamo negare che l’intera scienza del linguaggio abbia, da sempre, cercato la risposta alle due principali esigenze, non sempre conciliabili: quella di essere intesi da un numero il più elevato possibile di persone e, dall’altro lato, quella di attribuire autorevolezza e prestigio a chi si esprimesse con un certo tipo di linguaggio.

Se ai giorni nostri il problema della comprensione universale del linguaggio sembra essere quasi risolta dal multilinguismo e dall’elevatissimo livello di scolarizzazione globale, non v’è dubbio alcuno che la (legittima) aspirazione di apparire autorevoli con l’altrettanto legittimo desiderio di avere una vasta platea di uditori che capiscano ciò che si sta dicendo, appare molto simile alla famosa coperta: più la si tira da una parte, altrettanto si accorcia dall’altra.

Non si è ancora trovata una soluzione efficace tra il dilemma se sia meglio rivolgersi a tantissime persone che capiscano anche solo una parte del discorso o si debba, piuttosto, avere meno pubblico che, però, sia in grado di capirlo del tutto.

Il “latinorum” dei Ministeri

Per quanto i latinorum dei giuristi e degli scienziati siano sempre meno diffusi persino nei loro ristretti consessi iniziatici, sembrano sopravvivere (sotto forma di curiosi neologismi) in quelle vere e proprie isole degli ambienti ministeriali, abitate da imperterriti custodi di una confusa ed inesplicabile ortodossia basata sul “ipse dixit”, per cui delle leggi, regolamenti, circolari e atti della pubblica amministrazione in genere si continua a capirne pochissimo.

Prova ne sia che ogni statale emanazione richiede puntualmente un codazzo di scritti interpretativi, i quali, anche quando, anni dopo, arrivano a stracciare le cortine del mistero, aggiungono complicazioni ulteriori a concetti per niente chiari già in partenza.

“Nel frattempo, lei segua la norma”

Provate a chiedere ad un funzionario pubblico: “Scusi, ma cosa significa, di preciso, ciò che leggo in questa norma?” e la risposta, quasi invariabilmente, sarà: “ Attendiamo un regolamento applicativo o, almeno, una circolare. Nel frattempo, lei segua la norma”. Ma, benedetto funzionario, se la norma, pure studiandoci su, non l’ho capita, e tutti quelli che ho consultato ne hanno capito quanto me, come faccio a seguirla? E non sarà mica che nel suo ”frattempo” mi prenderò una bella sanzione?

Vita quotidiana; ormai ci siamo abituati, per cui abbozziamo e ci adeguiamo, come sempre ammettendo la nostra condizione di totale e supina sottomissione ad un sistema che sarebbe riduttivo definire bizantino.

Rimarrebbe il problema di come sia possibile adeguarsi a qualcosa d’incerto e contraddittorio, ma non importa, loro sanno e, in qualche modo, provvederanno. Così come hanno avuto l’arguzia e la generosità di regolamentare per noi ogni minima cosa, prima o poi ci faranno capire cosa diavolo volessero dire. Tutto ciò che proviene dall’alto è legittimo e non si discute, impudentacci che non siete altro.

Il linguaggio politicamente corretto

Nell’attesa che esca il volumetto giallo “Legittimità for dummies” che potremmo regalare a Natale ai nostri inflessibili quanto incomprensibili burocrati, non resta che abbandonare il mondo superiore delle amministrazioni pubbliche per tornare coi piedi (e non solo quelli) per terra, atterrando nella quotidianità del nostro mondo inferiore di ogni giorno, quello che, tuttavia, paga gli stipendi ai giusti ed illuminati.

L’uomo, unico tra tutte le specie animali, deve lavorare per cibarsi e quindi deve anche parlare, perché non basta avere il pollice opponibile come tutti i primati, dobbiamo, per predestinazione, comunicare tra noi, in primis, attraverso la parola.

Ammettiamo che, degli oltre 200 mila lemmi del nostro vocabolario, si decida di usarne solo la metà: per semplificare, per pigrizia, per non apparire didascalici e noiosi. Ma, anche dopo averlo fatto, sarebbe bene porsi qualche domanda, ad esempio, se siamo proprio costretti ad utilizzare soltanto le terminologie che vanno di moda in quel momento.

Proprio nel Paese di Dante Alighieri e dei più contemporanei Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, inondiamo la stampa e l’intero mondo della comunicazione con quegli stessi sostantivi ed aggettivi che sembrano ormai una tessera e un lasciapassare richiestoci, per rispondere a norme impositive non scritte, mentre di leggi che c’impediscano espressamente l’uso di certi termini utilizzati da secoli ne stiamo vedendo una al mese.

Polizia del pensiero? Sì, ammettiamolo, e speriamo non sia il prodromo del processo alle intenzioni perché staremmo tutti freschi, nel senso che saremmo tutti al fresco. Ma vediamo alcuni tratti significativi del “linguaggio corretto”.

Sentiamo dire “inclusivo” e già ci si schiude un mondo, tanto caro alla sinistra, che ben si guarda dallo spiegare cosa o chi, di preciso, s’intenda includere, dove lo si voglia fare entrare e, soprattutto, se s’intenda farlo a casa nostra o degli altri.

Parimenti diffuso il termine “sostenibile”, dove non sembra importante spiegare chi debba sostenere cosa, con quali costi e quali benefici e chi abbia deciso che (quel peso) sia effettivamente sostenibile per la struttura sul quale graverà.

L’obbedienza lessicale

In un discorso o in uno scritto, l’utilizzo congiunto dei termini “inclusivo” e “sostenibile” sembra già una strategia vincente, conferendo la patente di moralità, etica, altruismo a chi li utilizzi, senza alcuna verifica o rendiconto. Il lasciapassare è stato esibito, basta quello.

Sorvoliamo, poi, sul termine “democratico” che comporta criticità e contraddizioni tali da fare oltraggio alla vostra intelligenza se necessitasse approfondirlo. Ma ne restano tanti altri che denotano una precisa obbedienza lessicale alla odierna regola di conformità, l’ennesimo “nihil obstat” di pubblicazione, l’omologazione di quelle parole che concedono l’abilitazione al ruolo di “comunicatore ammissibile ed autorizzato” che ci appare sempre più richiesta.

Tra certi obblighi lessicali, senza pensarci troppo, mi vengono subito in mente: “ingrediente naturale” (ed anche la cacca lo è), “bio” (pure la cicuta ed il curaro sono totalmente biologici), “difesa del made in Italy”. In quest’ultimo caso, il termine è univocamente adottato da chi ha favorito la (s)vendita all’estero di larga parte dell’industria italiana e da chi ha fatto sì che s’importi letteralmente tutto dall’estero.

Potrei continuare per ore e, da solo, basterebbe il termine “made in Italy”, detto e scritto anche nelle normative in lingua inglese, per indicare i prodotti tutti italiani che vorremmo valorizzare e proteggere. Se si aggiunga che siamo pure smodatamente esterofili, al punto che la parola “panorama”, che in tutto il mondo viene scritta in italiano, ad indicare la vista su un paesaggio molto ameno, da noi, dovendo per forza innovare pur di non fare ricorso ai sinonimi nella nostra lingua, diventa “skyline”, per non apparire provinciali ed ignoranti.

Ormai la terminologia in uso, allineata con un pensiero “politicamente corretto” al quale, a quanto pare, non sappiamo sottrarci, è sempre più limitata a quelle espressioni che sembrano tratte da un Manuale Cencelli 4.0, che, tuttavia, ci viene spacciato per grande novità e limpida espressione di libertà, tracciando una netta linea di cesura col passato che, in quanto tale, va azzerato. Pardon, volevo dire “resettato”.

Vietato, a quanto pare, fare ricorso alla straordinaria varietà del nostro patrimonio linguistico, ormai falcidiato e in disuso, senza considerare che esso formi, addirittura, la radice semantica di moltissime parole straniere

Tutte le lingue del mondo, soprattutto quelle parlate, subiscono (moderate) trasformazioni e qualche forma di volgarizzazione, e su questo non ci piove, ed ammettiamo pure che non sarebbe ipotizzabile il ritorno alla lingua formale ed impettita dell’italiano anche soltanto ottocentesco, ma adesso stiamo esagerando con le concessioni allo stile “casual” tanto in voga.

Di fatto, abbiamo ridotto il nostro parlare ad un “Bignami” del nostro bellissimo lessico, non permettendoci di esprimere certe articolate posizioni individuali che (forse) sono ancora ammesse. Ormai o si usano quei termini, oppure si esce dal seminato imposto da altri sul nostro campo, soprattutto in politica. Ma cosa andiamo a sottilizzare: campo mio, campo tuo.

La positiva sostanza dei programmi dei principali politici nostrani sembra concentrata nell’esibire e ripetere continuamente, in un mantra mortalmente noioso, quelle paroline magiche che dovrebbero far scattare la matita copiativa sul loro simbolo; hanno usato quei termini, parlandone pro o contro, e ciò basta e avanza.

In un contesto in cui la prima domanda che viene posta ad un candidato, di qualsiasi formazione politica, è: “Secondo lei, l’on. XY è fascista?”, senza considerare che il fascismo è finito coi colpi di mitra a Giulino di Mezzegra, contro il suo unico artefice e responsabile, nel lontano1945.

Detto per inciso: una società che non abbia ancora capito che per dare certi tagli col passato bisognerebbe, innanzitutto, smettere di usare la terminologia dell’epoca che si vorrebbe gettarci alle spalle, non avrà un radioso futuro.

Restando al lessico: una cosa è la memoria storica e ben altra l’istigazione alla vendetta, tanto più se rivolta contro persone nate troppi anni dopo quei fatti. Ma, tant’è, si deve far presa su un popolo che, evidentemente, qualcuno ritiene composto da bestioni in gabbia, graziosamente lanciando loro il carnoso pasto della vendetta ed abbeverandoli nell’odio che nemmeno negano di voler tenere ben vivo, pur di non lasciarlo morire con gli ultimi superstiti di quell’epoca.

Del resto, si fa presto: si etichettano pensieri e parole (cit. Mogol) con gli stessi, invariabili termini che permettano (e ciò è grave) di formare squadre di buoni e cattivi, giusti ed iniqui, il tutto in quattro e quattr’otto, senza testa e senza indugio, perché oggi si ha fretta, e non contano le sfumature e le diversificazioni.

Ma, anche nel linguaggio, prevale, comunque, il desiderio di essere “spiritosi” come pare, lo ha dichiarato ieri l’altro, volesse esserlo l’arcivescovo di Milano col suo discorso sulla sua mancata nomina cardinalizia, di cui ho parlato, proprio su queste pagine, pochi giorni orsono. Voleva fare lo spiritoso, ha detto.

Nemmeno gli arcivescovi ed i presidenti del Consiglio si danno più tanta pena a scegliere accuratamente le parole che intendono proferire. Devono essere, soprattutto, simpatici. Vorrà dire che andremo a porre questioni teologiche a Zelig mentre, per farci quattro risate, interpelleremo la Cei.

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