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L’importanza economica di Russia e Cina per l’Italia

L’Italia è uno dei teatri principali della nuova guerra fredda tra Occidente a guida statunitense e Oriente a trazione russo-cinese, come ricordano la missione umanitaria “Dalla Russia con amore“, il recente caso Biot e l’attenzione al dossier Cina da parte dell’esecutivo Draghi. Le ragioni per cui non possiamo sottrarci alla grande competizione egemonica del 21esimo secolo sono molteplici, ma una risalta più di tutte: in gioco v’è un posto nell’ordine internazionale di domani. E la classe dirigente nostrana, nel domandarsi quale strategia adottare nel confronto con e nei confronti di Russia e Cina, ovvero se un muscolarismo alla Visegrad o un equilibrismo tattico primorepubblicano, dovrebbe anzitutto pensare a qual è la loro importanza per l’economia italiana.

Le ragioni dello scontro tra Occidente e Oriente

Un anno fa, nel 2020, Italia e Cina hanno festeggiato il 50esimo anniversario della normalizzazione delle rispettive relazioni diplomatiche. La pandemia di Covid-19 e le crescenti tensioni internazionali tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese hanno contribuito a creare uno scenario tetro. Uno scenario alimentato da diffidenza e sfiducia reciproca tra un Occidente sempre più in declino e un Oriente sempre più al centro del nuovo ordine economico e commerciale. Le differenze ideologiche e culturali, inoltre, hanno acuito distanze che teoricamente avrebbero già dovuto essere risolte dalla globalizzazione.

A quanto pare, così non è stato. O meglio: mentre l’Occidente ha improvvisamente scoperto di avere a che fare con un’ampia parte di mondo in ascesa, l’Oriente non vedeva l’ora di potersi relazionare, da pari a pari, con la parte del pianeta storicamente più ricca. Ci siamo così trovati di fronte a un inevitabile confronto, ma non tanto a uno scontro di civiltà, quanto piuttosto all’impatto tra due modi diversi di concepire l’esistenza sociale, economica e politica. E così l’Occidente, illuso di aver blindato la propria posizione di predominio per i secoli a venire, ha subito etichettato l’Oriente-altro come un rivale. Mentre l’Oriente, al termine di un’epoca complessa, ha sfruttato al meglio – e meglio dell’Occidente – la globalizzazione creata niente meno che dagli stessi occidentali.

Promesse tradite

Se a rappresentare Occidente e Oriente mettiamo rispettivamente Stati Uniti e Cina, ci troviamo al cospetto dello scenario odierno. L’allievo cinese ha (quasi) superato il maestro. Sono lontani i tempi in cui le multinazionali americane, e più in generale occidentali, dirottavano i loro stabilimenti oltre la Muraglia per cogliere vantaggi inaspettati. Nessuno, nei primi decenni delle riforme cinesi (1978), pensava a piantare bandierine nello sconfinato mercato cinese. All’epoca l’obiettivo era un altro: trasferirsi in Cina così da produrre a prezzi irrisori e affidarsi a una sconfinata forza lavoro. È solo che, con il passare dei decenni, e contrariamente a quanto ipotizzato all’ora da Washington, il Partito Comunista Cinese non aveva alcuna intenzione di abbracciare il sistema democratico.

Nonostante l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (novembre 2001), i funzionari comunisti avevano scelto un’altra strada per il loro Paese. Iniziò così a formarsi il socialismo con caratteristiche cinesi che, diversi anni più tardi, Xi Jinping avrebbe perfezionato al massimo: sì alle graduali aperture del mercato cinese verso l’esterno, con riforme progressive e via dicendo; no più assoluto, invece, alle influenze politiche derivanti dalla democrazia occidentale.

A partire dai primi anni Duemila, la Cina divenne abbastanza matura da iniziare, se non a camminare con le proprie gambe, almeno a gattonare. Gli investimenti occidentali e le esportazioni verso il mondo più sviluppato continuarono a essere le due locomotive della crescita cinese ancora per qualche anno. Fino a quando, con l’ascesa di Xi, la Cina decise di abbandonare la quantità per puntare sulla qualità (tecnologica, spaziale, elettronica e non solo). Il processo è ancora in corso, e ci vorranno altri anni prima che sia portato a termine, ma il Dragone ha imboccato la strada giusta.

Dalla qualità alla quantità

L’Italia dovrebbe approfondire meglio la recente storia economica cinese: in parte per evitare di continuare a concepire la Cina come una fabbrica del mondo, un luogo dal quale provengono soltanto prodotti a basso costo e di qualità infima, e in parte per capire su quali settori puntare per dare ossigeno alla propria economia. Anche perché il mercato cinese, come anticipato, è una sorta di Gallina dalle uova d’oro, dalle potenzialità inesplorate e in continua evoluzione. Certo, ci sono delle regole da rispettare per evitare di commettere scivoloni commercialmente fatali, ma con un minimo di pianificazione è possibile aggirare l’ostacolo.

La chiave di volta delle relazioni sino-italiane è stata rappresentata dall’adesione dell’Italia (primo Paese del G7 a farlo) alla Belt and Road Initiative. Adesione, tra l’altro, avvenuta nel marzo 2019 in concomitanza con la visita del presidente Xi a Roma. Il quadro, come anticipato, è molto dinamico.

Nel 2019 il numero di imprese cinesi a partecipazione italiana oltre la Muraglia ammontava a circa 1.600, con 170mila addetti e un giro d’affari di oltre 27 miliardi di euro (escluse le oltre 400 imprese domiciliate a Hong Kong, con 20mila addetti e un giro di 8.4 miliardi di euro). I settori di attività cinesi che ospitano le imprese italiane si è molto diversificato nel corso degli anni. Negli anni ’90 vi era un’elevata concentrazione di investimenti nell’automotive, nella meccanica strumentale e nelle attività manifatturiere a basso livello tecnologico. Nel nuovo millennio, invece, hanno preso linfa anche altri settori, tra cui l’alimentare, i prodotti in gomma, plastica, prodotti in metalli, elettrici ed elettronici e il medicale. E non mancano anche altri investimenti in settori quali l’energia (emblematico il caso Eni), le costruzioni, il commercio al dettaglio e certe attività di servizio, come logistica, consulenza aziendale e assicurazioni.

Occasioni e opportunità settoriali

Abbiamo fatto una rapida panoramica del mercato cinese. Ma quali sono i settori nei quali l’Italia potrebbe spingere maggiormente al fine di ottenere interessanti benefici? Partiamo con il settore del Food and Beverage, del quale la Cina è dal 2012 il principale mercato al mondo. La pandemia di Covid ha creato interessanti spazi (reciproci) anche in campo sanitario.

Discorso a parte merita il retail. Nel 2018 il settore delle vendite al dettaglio in Cina ha fatto registrare una crescita più bassa rispetto ai trend degli altri anni, ma ricordiamo sempre che il Dragone è il Paese più popoloso al mondo, con la classe media con il più alto tasso di crescita in assoluto.

C’è poi da considerare l’automotive, dove tuttavia Germania e Francia appaiono oggi in netto vantaggio sull’Italia. È un peccato, visto che in ambito automobilistico Pechino rappresenta un mercato capace di fornire importanti occasioni, in contrasto con quanto capita nelle altre economie avanzate del pianeta. Vale la pena menzionare, inoltre, anche la filiera legno-arredo, le cui esportazioni, nel 2018, sono cresciute del 3.5% superando i 626 milioni di euro (dato più che significativo).

Ultimo ma non meno importante, attenzione dovrebbe essere posta anche al settore media e intrattenimento, perché il mercato cinematografico cinese ha conosciuto, negli ultimi anni, una crescita significativa. Nel 2017 il Dragone ha superato gli Stati Uniti per numero di cinema.

Noi e la Russia

All’Italia conviene realmente inimicarsi la Russia? I numeri relativi al sodalizio economico italo-russo suggeriscono di no. Perché Mosca, nonostante tutto, continua a vedere in Roma un mercato di riferimento, nonché una potenziale spalla diplomatica, all’interno del vasto blocco-civiltà Occidente. Il motivo di cui sopra è alla base, ad esempio, del tappeto rosso steso agli investitori e agli imprenditori italiani in occasione dell’ultimo Forum economico di San Pietroburgo, come hanno ricordato gli analisti di Osservatorio Russia.

Le cifre, in effetti, indicano che, dopo sette anni di regime sanzionatorio e di sedimentazione del clima guerrafreddesco, fra Italia e Russia sia ancora amore, perlomeno dal punto di vista dei legami economici, commerciali ed energetici. Perché, dati e fatti alla mano, la situazione attuale è la seguente:

  • L’Italia è il quinto fornitore della Russia, avendo ivi esportato beni per 9 miliardi e 700 milioni di euro nel 2019;
  • La quota di mercato russo complessivamente detenuta dall’Italia ha altalenato stabilmente fra il 4% e il 4,5% negli ultimi sette anni;
  • 22 miliardi e 500 milioni di euro il valore dell’interscambio commerciale totale fra Italia e Russia registrato nel 2019;
  • Meccanica, moda, agroalimentare e chimica/farmaceutica rappresentano le principali esportazioni italiane in Russia;
  • L’Italia si configura stabilmente quale terzo fornitore della Russia per quanto concerne il settore meccanica;
  • L’Italia è il secondo fornitore della Russia in materia di prodotti di moda e abbigliamento – che hanno costituito il 15% delle esportazioni nostrane nel 2019, ovvero circa un miliardo e cinquecento milioni di euro su un totale già menzionato di nove miliardi e settecento milioni;
  • L’Italia è il quinto fornitore di prodotti chimico-farmaceutici della Russia, i quali hanno rappresentato un quinto delle esportazioni nostrane totali in loco nel 2019 – in aumento rispetto agli anni precedenti;
  • L’Italia è il secondo maggiore importatore di gas naturale russo all’interno dell’Unione Europea;
  • Il contributo russo alla sicurezza energetica nostrana è determinante: la Gazprom, nel 2019, ha soddisfatto il 46% del fabbisogno di gas naturale italiano;

L’Italia, in sintesi, optando per un’adesione alla guerra fredda 2.0 in stile Visegrad, ovvero muscolarista e marcatamente russofobica, avrebbe più da perdere che da guadagnare, anche alla luce dei trascorsi storici relativamente privi di conflittualità e animosità – con le eccezioni della guerra di Crimea e della seconda guerra mondiale – e della miriade di opportunità presenti nello sterminato mercato russo. Mercato russo che, va ricordato, è un’elefantiaca realtà composta da 144 milioni di potenziali consumatori – crescentemente dediti al commercio elettronico, indi raggiungibili –, la cui dirigenza è alla ricerca costante di investimenti tra Artico, Siberia ed Estremo Oriente e che, nonostante le relazioni siano ai minimi, continua a puntare su di noi, investendoci di un’importanza invidiabile in occasione di grandi eventi – come il Forum economico di San Pietroburgo – e donando alle nostre imprese il diritto esclusivo di partecipare alla crescita e allo sviluppo della Federazione attraverso iniziative come il “Made in Russia with Italy“.

Partecipare alla guerra fredda 2.0, dunque? Sì, anche perché l’Italia non ha altra scelta – possedendo una sovranità limitata parimenti alle altre medie potenze europee. Un’alternativa ad un approccio inutilmente ed esizialmente guerresco, però, esiste e andrebbe considerata: seguire le orme dei Padri della Prima Repubblica, i quali, guidati da un equilibrismo tattico di ispirazione pontificia, tra un giuramento di fedeltà all’atlantismo e l’altro, riuscirono laddove pochi altri osarono e poterono, aprendo stabilimenti produttivi nell’odierna Togliatti, partecipando alle Olimpiadi di Mosca del 1980 e siglando accordi energetici.

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