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L’Italia del Giro ultimo baluardo della nostra identità

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Queste ore e questi giorni sono attraversati ‘anche’ dalle tappe del Giro d’Italia 2022, ma forse sarebbe il caso di dire ‘soprattutto’. Il Giro è una storia di eroismo, passione e fatica. Con protagonisti personaggi diventati leggende sportive: da Coppi e Bartali passando per Gimondi, da Moser a Saronni, fino a Gotti e Pantani. Oltre 100 anni di corsa, oltre 100 anni di Italia e di italiani: fra imprese, rivalità, retroscena, doping, e tanto altro ancora. Tutti comunque sogni, che, al di là o meno del lieto fine, hanno reso l’amore fra le due ruote e il Bel Paese divorante. Alfredo Oriani ha scritto che il ciclismo “è il massimo di possibilità poetica consentita al corpo umano”, di sicuro è rimasto uno dei pochi sport ancora identitari, ancora una tradizione, ancora tipicamente tricolori. Sì, è vero, uno dei motivi lo ha indicato chiaramente Pier Paolo Pasolini, “il ciclismo è lo sport più popolare perché non si paga il biglietto”, ma c’è di più. C’è l’uomo solo al comando, c’è la fatica più sporca possibile, c’è la voglia matta di vincere ad ogni gara nonostante una percentuale di vittoria molto bassa: nel calcio c’è un 30% di possibilità; un solo avversario con anche la possibilità di pareggiare… nella pallavolo un 50% di possibilità: una bella differenza con la piccolissima percentuale che ha un ciclista su 200. E ancora: c’è l’attimo fuggente della volata, c’è la risalita dopo la caduta, c’è l’urlo della fuga, di gruppo o solitaria che sia, c’è la borraccia dell’acqua, c’è l’amicizia, e c’è la vita. Ciclismo, identità, Italia.

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