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L'uomo dietro le quinte: come funziona il network di George Soros

Tempo fa uscì un libro su George Soros, e non era neanche male, ricco di dettagli su vita e opere, ma l’inflessibile recensore osservava che il libro sembrava incompleto perché rimaneva senza risposta la domanda sul perché Soros fa quello che fa.

Quello che interessa di più, in un personaggio come questo, insomma, non è tanto il fatto che sia un investitore di indubbio successo, quanto il motivo per il quale egli si senta spinto a essere un filosofo, un “filantropo”, almeno secondo la vulgata mainstream, nonché un animatore e agitatore politico.

Il libro di Matt Palumbo

Ebbene, la stessa critica non può essere rivolta al nuovo libro di Matt Palumbo, “The Man Behind the Curtain: Inside the Secret Network of George Soros” (“L’uomo dietro le quinte: all’interno della rete segreta di George Soros”). Uscito all’inizio di quest’anno, il libro descrive in dettaglio il legame del miliardario con la politica americana, il suo credo filosofico-politico e la sua visione del mondo e della vita.

L’autore non dimentica di illustrare come Soros non solo controlli ciò che viene scritto su di lui, ma influenzi anche il modo in cui il pubblico americano percepisce gli eventi di cronaca.

Ma più che altro Palumbo traccia il ritratto di uno di quei rari megalomani che non solo credono di essere dei, ma si divertono a comportarsi come tali. “È una specie di malattia quando ti consideri una specie di dio, il creatore di tutto, ma mi sento a mio agio ora da quando ho iniziato a viverla”, si è vantato una volta con The Independent.

Il miliardario

Chi sia George Soros lo sappiamo tutti, almeno a grandi linee: è innanzitutto quel signore che nel 1992 condusse un micidiale attacco speculativo alla sterlina e alla lira, costringendo Banca d’Italia e Bank of England a svalutare le rispettive monete nazionali e uscire dal Sistema Monetario Europeo. Il giochetto gli fruttò qualcosa come un miliardo e mezzo di dollari.

Il Soros Fund Management, fondato nel 1970, è considerato una delle aziende più profittevoli nel mondo della finanza internazionale, come testimoniano le decine di miliardi di dollari racimolati dal fondatore grazie ad esso nel corso degli anni.

Il globalista

In America, dove vive stabilmente dal 1956, Soros è noto soprattutto per alcune sue battaglie politiche, tipo quella a favore della legalizzazione dell’eutanasia o l’opposizione alla guerra alla droga in senso antiproibizionista.

Per non parlare dell’approccio decisamente “globalista” incarnato in una rete di ong diffusa in tutto il mondo e gravitante introno alla Open Society Foundation, il cui obiettivo, esplicitato nel nome stesso, è quello di diffondere il modello di società aperta teorizzato da Karl Popper.

Il che significa un cosmopolitismo multiculturale che si sostanzia in open markets, open borders e naturalmente open minds, cioè un modello politico-economico oggi messo in discussione da Donald Trump e dai vari movimenti e partiti “sovranisti” sorti in questi anni in Europa.

L’adolescente Soros

All’inizio del libro, Palumbo mette in evidenza la amoralità di Soros, un seme piantato forse quando la sua famiglia ungherese di stirpe ebraica assunse identità cristiane e collaborò con i nazisti invasori. L’adolescente Soros accompagnò il suo falso padrino, che fece l’inventario delle proprietà sequestrate a famiglie ebree inviate nei campi di concentramento.

Ma lui dice di non provare alcun senso di colpa, solo distacco. “Ero solo uno spettatore; la proprietà veniva portata via. Non ho avuto alcun ruolo nel portare via quella proprietà. Quindi, non avevo alcun senso di colpa”, ha detto in un’intervista del 1998 a 60 Minutes.

Ha paragonato le sue azioni allora al suo giocare sui mercati in seguito. “In un modo divertente”, ha detto, “è proprio come nei mercati – che se non ci fossi io, lo farebbe qualcun altro”. Egli, annota Palumbo, racconta quel periodo come “probabilmente l’anno più felice della mia vita” e “un’esperienza molto felice ed esaltante”.

La riflessività

E veniamo ad uno dei segreti della sua fantastica ascesa nel firmamento della grande finanza. Soros ha attribuito il suo successo a una teoria che ha iniziato a svilupparsi negli anni ‘50. Questa teoria lo ha aiutato a costruirsi un framework per navigare negli ambienti macroeconomici. Soros la chiama teoria della riflessività.

Essa si basa sull’idea che il feedback loop (un sistema per migliorare un prodotto, processo, ecc. raccogliendo e reagendo ai commenti degli utenti) tra aspettative e fondamentali economici può causare variazioni di prezzo che si discostano sostanzialmente e persistentemente dai prezzi di equilibrio. Soros ha spiegato questa idea in un articolo sul Financial Times nel 2009:

“Posso dichiarare l’idea fondamentale in due proposizioni relativamente semplici. Una è che in situazioni che hanno partecipanti pensanti, la visione del mondo dei partecipanti è sempre parziale e distorta. Questo è il principio di fallibilità. L’altra è che queste opinioni distorte possono influenzare la situazione in cui si relazionano perché le false opinioni portano ad azioni inappropriate. Questo è il principio di riflessività.”

Guidato da questo principio, Soros ritiene di essersi dimostrato in grado di operare sui mercati riconoscendo quando la percezione e la realtà sono abbastanza diverse per consentire di scommettere in grande. Fin qui niente di abnorme, si potrebbe dire, la finanza ha le sue regole, giuste o sbagliate, e se si rifugge dall’insider trading – ma non è il caso del Nostro – non c’è problema.

L’ossessione per Popper

Ma non è tanto di questo che dobbiamo preoccuparci, spiega Palumbo, quanto dell’ossessione di Soros per l’implementazione delle idee di Popper. In “The Open Society and Its Enemies”, Popper ha affermato che nessuna singola filosofia possiede la verità, nessuna società è superiore a un’altra e le culture “chiuse” sono costruite su tabù e su un’unica versione della realtà.

Soros spiega che nelle culture “aperte”, “nessuno ha il monopolio della verità; una società che non è dominata dallo stato o da alcuna ideologia particolare, dove le minoranze e le opinioni delle minoranze sono rispettate”.

Sembra un concetto sacrosanto, ma Palumbo sottolinea che, se i gruppi devono lasciar andare la “loro verità”, la società aperta diventa la verità assoluta in base alla quale i suoi membri devono vivere, senza lasciare diversità. Ne è testimone il fatto che i conservatori (e non solo) che resistono alle pulsioni anarchiche della sinistra vengono denunciati come autoritari.

L’influenza sui media e la politica

Ma torniamo un momento al principio di riflessività. Cosa succede se lo applichiamo ai media? “Se dici alle persone cosa aspettarsi, esse reinterpreteranno la realtà”, e questo può essere utilizzato per influenzare il modo in cui le persone interpretano le notizie, ha spiegato Palumbo durante una recente intervista per il programma “Facts Matter” di EpochTV.

“Per qualsiasi motivo, se le persone pensano che qualcosa sta per accadere, accadrà davvero”, e Soros ha applicato questo alla copertura dei media per far credere alla gente che qualcosa che in realtà non è accaduto, è accaduto, ha detto Palumbo.

Le agenzie di stampa sostenute da Soros usano questo sistema per creare false narrazioni e far credere alle persone qualcosa che in realtà non è accaduto. Il motivo per cui Soros è in grado di avere questo livello di influenza è che dona decine di milioni di dollari all’infrastruttura dei media statunitensi.

E infatti ci sono molti media mainstream collegati a Soros, tra cui, spiega Mancuso, “ABC, CBS, CNN, Washington Post, New York Times, voglio dire, è una lista molto lunga. Digita il nome di Soros e guarda come lo coprono, e se è qualcosa di negativo, è ‘gli antisemiti dicono: affermazione negativa’”.

Un gruppo di controllo chiamato Media Research Center (MRC) ha documentato i legami di Soros con i media. “Soros ha speso più di 52 milioni di dollari per finanziare la proprietà di media, di scuole di giornalismo, e in generale di tutta l’infrastruttura mediatica. Molti gruppi di sinistra, comprese le società di media, ottengono finanziamenti tramite la Open Society Foundation di Soros. Quel gruppo è noto per finanziare iniziative progressiste come Black Lives MatterDefund the Police, oltre a candidati politici e campagne per procuratori distrettuali”, ha affermato Palumbo.

Nella sua ricerca, Palumbo ha anche scoperto che molte persone che un tempo lavoravano per la Open Society Foundation hanno poi continuato a lavorare per i media.

La caduta dell’America

“Ma la più grande missione di Soros,” come scrive American Thinker “è la caduta dell’America, che considera il più grande impedimento a una società aperta”.

Ha iniziato nel 2003, opponendosi a George W. Bush. Usando la sua presa sui media, le università e la Casa Bianca, Soros è stato in grado di spingere le sue idee su razzismo, ecologia, illegali, droghe, crimine, registrazione automatica degli elettori, ecc.

Nel 2015, ha iniziato a sostenere i pubblici ministeri che vogliono smantellare il sistema di giustizia penale, ritraendolo come sistemicamente razzista. Secondo lui, si dovrebbe “incolpare il sistema, non il criminale, che è la vera vittima”. Nel periodo in cui BLM stava crescendo, ha speso centinaia di milioni per sostenere i candidati che erano anti-“legge e ordine”, deboli sul crimine e duri sul controllo delle armi.

Dopo aver contribuito in maniera consistente alle campagne presidenziali di Barack Obama e a quella di Hillary Clinton, Soros ha speso ancora di più per sconfiggere Donald Trump nelle elezioni del 2020. Usando la pandemia come scusa, i suoi veicoli di finanziamento hanno cercato di aumentare il voto per posta, espandendo le opportunità di manomissione e raccolta dei voti.

Lodato senza risparmio dal celebre commentatore politico Dan Bongino, il libro di Matt Palumbo è stato salutato da Steve Bannon con queste parole: “Soros è stato demonizzato, criticato e ostracizzato dalla destra politica; ora è stato spiegato, e così facendo è stato smascherato”.

A sua volta l’ex Speaker Newt Gingrich ha scritto: “Il grado in cui Soros si è infiltrato praticamente in ogni aspetto della vita pubblica è allarmante e dovrebbe destare grande preoccupazione in ogni americano”.

Insomma, un libro da leggere e “studiare”. Quanto prima e con estrema attenzione.

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