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Mafia San Severo, il pentito Palumbo in totale confusione nel processo al boss: “Dovevo infiltrarmi nel clan”, poi si contraddice

Udienza di quasi 5 ore del processo a Giuseppe La Piccirella detto “Pinuccio il ragioniere” o “Il professore”, già condannato in via definitiva per mafia negli anni ’90. A parere degli inquirenti, La Piccirella – un tempo sodale del Mammasantissima foggiano, Rocco Moretti – sarebbe uno dei capi della criminalità organizzata sanseverese, ormai ritenuta autonoma e indipendente rispetto alla “Società”. L’uomo, 64 anni, venne arrestato nel blitz “Ares” del 2019 ma rispetto agli altri indagati – già condannati in abbreviato – scelse il rito ordinario, tuttora in corso a Foggia. Con lui a processo, ma con posizione marginale, c’è il foggiano Giuseppe Spiritoso detto “Papanonno”.

Ieri in tribunale è stato esaminato e controesaminato il 42enne pentito Carmine Palumbo: udienza colma di tensioni, soprattutto per la presunta contraddittorietà del collaboratore di giustizia chiamato a rispondere sul ruolo del “professore” nel contesto criminale sanseverese. Palumbo avrebbe spesso fatto confusione sulle date non riuscendo a collocare i fatti in maniera temporalmente precisa. In molti casi si tratterebbe di vicende che gli sarebbero state riferite da parenti.

L’interrogatorio si è concentrato in particolare sull’omicidio di Severino Palumbo, zio del pentito, ucciso il 2 aprile 2015, un fatto di cronaca per cui l’imputato non è indagato. Palumbo avrebbe sostenuto che La Piccirella e l’altro boss del clan ovvero Severino Testa detto “Il puffo”, avrebbero minacciato lo zio davanti alla moglie di quest’ultimo. Ma la donna era già morta all’epoca dei fatti.

Palumbo avrebbe anche assistito all’estorsione di La Piccirella e Delli Calici ai danni del titolare di una slot machine, ma anche qui i tempi non sarebbero coincidenti. Il 30 luglio 2018, sentito dalla DDA, Palumbo avrebbe affermato che il reato si sarebbe consumato nel gennaio di quell’anno ma in quel periodo La Piccirella e Delli Calici erano in carcere, arrestati nel novembre 2017. Ma non è tutto, ci sarebbe stata anche una discussione tra La Piccirella e Severino Palumbo nel carcere di Foggia pochi mesi prima dell’omicidio di quest’ultimo, ma in questo caso il legale dell’imputato ha evidenziato che il boss non sarebbe mai stato rinchiuso nel penitenziario foggiano.

Dopo l’assassinio dello zio, il pentito e i suoi parenti sarebbero andati a chiedere spiegazioni proprio a La Piccirella e Testa, ritenuti i mandanti o addirittura gli esecutori materiali di quel fatto di sangue. Un incontro che Palumbo disse inizialmente essersi tenuto in un ritrovo dello zio ucciso, poi però avrebbe indicato un’altra zona della città arrivando anche a contestare il contenuto di alcune trascrizioni.

Palumbo avrebbe inoltre affermato di aver deciso di pentirsi “per non entrare nella mafia”, rifiutando una proposta avanzatagli da Testa e La Piccirella. “Volevano che facessi parte del clan perché ero bravo a spacciare”. Ma in passato, alla stessa domanda, avrebbe risposto che a tentare di convincerlo ad entrare nell’organizzazione malavitosa sarebbero stati alcuni parenti. I familiari avrebbero voluto che facesse parte del clan Testa-La Piccirella, da “infiltrato”, per scoprire chi fossero i mandanti e i killer dello zio, ma lui non volle.

E ancora, l’uomo avrebbe saputo che il giorno della morte dello zio, La Piccirella era addirittura fuori città, a Roma. Palumbo avrebbe dichiarato, inoltre, che il giorno dell’agguato era impegnato per la cresima della moglie, ma era un giovedì. A quel punto avrebbe rettificato dicendo che si trattava della preparazione aclla cresima. Infine avrebbe detto che la moglie non aveva ancora la comunione, quindi come avrebbe potuto cresimarsi? Ed è qui che Palumbo sarebbe entrato totalmente in confusione, affermando persino di non voler più rispondere alle domande.

Incalzato sui traffici di droga a San Severo avrebbe spiegato: “Prendevo mille euro al giorno per lo spaccio che poi spendevo tutti in macchinette e cocaina: 5, 6, anche 10 grammi quotidiani. In quel periodo lavoravo la sera e il giorno dormivo”. Per la difesa ci sarebbero dubbi sull’attendibilità ma soprattutto sulla lucidità di Palumbo se è vero che faceva un uso così costante di stupefacenti.

Nonostante gli svarioni di Palumbo, non sarà certo questa l’udienza sulla quale il collegio fonderà le valutazioni relative all’imputato. Di certo può essere a vantaggio della difesa ma non sarà l’unico elemento che i legali di La Piccirella cercheranno di utilizzare per raggiungere un risultato a loro favorevole.

Intanto, il processo si avvia alla conclusione: prossima udienza a settembre quando sarà sentito “il professore” come chiesto dallo stesso imputato, ma sono già calendarizzati altri appuntamenti fra ottobre e novembre. Sentenza entro la fine dell’anno. La Piccirella è accusato di mafia, traffico di droga, 5 imputazioni di spaccio, duplice tentato omicidio, 3 estorsioni, 4 tentativi di estorsione, gambizzazione, 9 imputazioni di armi, 3 di ricettazione e una di furto. L’imputato segue il processo dal carcere di Teramo dove è detenuto in regime di Alta Sicurezza. (In alto, Giuseppe La Piccirella e Severino Palumbo, zio del pentito Carmine; sullo sfondo, il luogo dell’agguato a Palumbo nel 2015)

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