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Matteo: le cazzate gli basta pensarle

I maestri Zen del tiro con l’arco, superata la soglia del dodicesimo Dan, smettono di tirare le frecce, ma solo lo pensano chiudendo gli occhi. E pensandolo, fanno sempre centro. La loro bravura […]

(DI PINO CORRIAS – Il Fatto Quotidiano) – I maestri Zen del tiro con l’arco, superata la soglia del dodicesimo Dan, smettono di tirare le frecce, ma solo lo pensano chiudendo gli occhi. E pensandolo, fanno sempre centro. La loro bravura è così sperimentata che immaginare il tiro equivale a farlo. Non c’è più la freccia che corre, ma è il pensiero che raggiunge il bersaglio.

Matteo Salvini ha raggiunto quella identica perfezione nel suo campo specifico, quello delle sontuose cazzate. Non deve più commetterle per fare centro e suscitare gli applausi del pubblico elettorale. Gli basta pensarle. E appena pensate, dirle: “Quasi quasi vado a Mosca a incontrare Putin per parlargli di pace”. Ah, sì. E quando? E come? Con il solo bagaglio a mano?

“Magari vado domani, oppure sabato – ha detto pensoso –. Vorrei proporre a Putin la pace invece dei cannoni. Dare il mio contributo. E salvare tanti bimbi ucraini”.

Nessuno ci aveva pensato prima di lui a una impresa del genere, partire per Mosca così, su due piedi, tanti saluti alla fidanzata, al governo, all’Europa, alla Nato: che ci vuole? L’ammirazione è stata immediata, unanime. Tutti i suoi alleati si sono precipitati ad accendere i riflettori per lo spettacolo e pure la brace dove cucinare il protagonista: “Avete sentito il progetto di Matteo? Vuole andare a Mosca”.

“A Mosca!”

“Non a Usmate. Non a Cesenatico. Non al Papeete”.

“Bellissimo. E poi?”

“Un taxi fino al Cremlino”.

“Giusto. La piazza che già lo vide trionfare. E quindi?”

“Una bella citofonata al portone: Vlad, è qui che si spaccia la pace?”

“Come ai vecchi tempi”.

“Quello era solo allenamento”.

“Verso la perfezione Zen”.

“Si scaldava le sinapsi per la grande impresa”.

“Ieri salvare i bolognesi dalla droga. Oggi il pianeta dalla guerra”.

Tre mesi fa Salvini Matteo stava ancora al nono Dan delle scempiaggini e voleva migliorarsi. Per questo partì per la Polonia, fino a raggiungere il confine con l’Ucraina, paesello di Przemysl, in una terra già così piena di profughi sgomberati dalle bombe di Putin che era meglio informarsi almeno da un tassista, prima di farsi vedere, travestito da colomba. Lui niente sapeva, poverino. Era così fiero del suo passato (“Tra Putin e Merkel vi lascio la Merkel e mi tengo Putin tutta la vita”) che salì ignaro sul patibolo dove il sindaco Wojciech Bakun lo aspettava imbracciando in mondovisione la maglietta con il faccione di Putin che proprio Salvini aveva indossato qualche mese prima con scritto: Armata russa”. “Russa” anziché “Rossa”, era questa la battuta di cui Matteo andava più fiero, proprio mentre i suoi astuti colonnelli discutevano di provvigioni leghiste sul petrolio russo ai tavoli del celebre Hotel Metropol di Mosca, dove i camerieri ex Kgb, non innaffiano i fiori sui tavoli, per non bagnare i microfoni.

Considerata in decibel, l’ondata di pernacchie ha stupito persino lui che non si aspettava un successo così immediato, così completo da rendere il viaggio (a questo punto) perfettamente inutile.

“Forse rinuncio”, ha detto in serata commosso. Poi ha chiuso gli occhi, dandolo per fatto, come i maestri Zen quando dormendo, giocano a Mosca cieca.

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