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Mediterraneo, Sahel e petrolio. La vera sfida della Wagner in Libia

La Libia torna al centro dei pensieri italiani. E torna soprattutto per la presenza dei mercenari russi della Wagner, la compagnia privata diventata in questi anni una sorta di legione straniera del Cremlino. Secondo Repubblica, dietro la partenza dei barconi dalla Cirenaica vi sarebbe proprio l’armata parallela di Vladimir Putin, che utilizzerebbe questo strumento non tanto per premere sull’Italia, bensì sull’opinione pubblica, aiutando quindi la campagna elettorale di chi cerca di porre un freno all’immigrazione clandestina. L’ipotesi appare complessa, non perché impossibile in linea teorica, ma perché esclude una serie di fattori fondamentali nello scacchiere libico e anche nella gestione dei flussi migratori. In particolare mancano infatti all’appello degli elementi di natura contingente, politica ed economica, oltre alla presenza del caleidoscopio di milizie locali e potenze internazionali coinvolte nel Paese nordafricano, e che di certo non si riducono esclusivamente a Mosca. Tuttavia, anche solo concentrandosi sulla presenza russa in Libia, il problema appare decisamente più ampio e profondo rispetto a quello della presunta gestioni dei flussi migratori dalla Cirenaica. Un tema che potrebbe certamente essere parte di una strategia di guerra ibrida nei confronti di un Paese dell’Alleanza Atlantica, in questo caso l’Italia, ma che rischia di essere estremamente riduttivo e di imporre una narrazione sul conflitto libico che limiterebbe la strategia del Cremlino a una sorta di arma di ricatto. Le cose in realtà sono ben diverse. E con buona pace di chi crede che la politica italiana sia al centro dei pensieri di Mosca, va da sé che i problemi del Mediterraneo e la strategia russa in Africa settentrionale sia molto più articolata di quanto si possa credere.

Per comprendere la questione, bisogna fare un passo indietro e collegare diversi elementi. Innanzitutto la Cirenaica, ovvero la parte orientale della Libia, è da anni sotto la tutela non solo russa ma di diverse potenze regionali. L’area, in parte controllata dalle milizie guidate più o meno attivamente dal generale Khalifa Haftar, confina con l’Egitto, con cui fisiologicamente intrattiene rapporti molto profondi, e ha anche legami con altre forze tra cui gli Emirati Arabi Uniti, in parte con l’Arabia Saudita e con Stati che hanno voluto frenare le ambizioni turche nella vicina Tripolitania. Non va dimenticato poi che nel corso degli anni di conflitto anche la Francia ha avuto degli interessi nella parte orientale della Libia: interessi che sono stati per diverso tempo in contrasto con l’Italia. Questa premessa serve in via prioritaria per ricordare come la questione di chi controlla la Cirenaica sia abbastanza più complessa di una semplice dicotomia Russia-Turchia o Russia-Nato, dovendo fare i conti con una realtà eterogena dove è impossibile escludere più fattori.

A questa premessa devono poi essere aggiunte le caratteristiche dell’intervento russo in Libia, che di certo non sono legate alle semplici contingenze della campagna elettorale italiana. La Russia ha infatti da subito individuato nel caos libico una possibilità di inserirsi al centro del Mediterraneo con un modello di intervento molto simile a quello applicato in altri contesti africani. Avere una base nei cosiddetti “mari caldi”, incunearsi nel Mediterraneo e costruire un avamposto che potesse riprodurre lo schema siriano anche in Libia (quindi condominio con la Turchia e lesione degli interessi Nato) era apparso da subito sufficiente per capire gli obiettivi di Putin nel ginepraio nordafricano. Temi a cui andava aggiunto lo sfruttamento delle risorse energetiche, che rappresentano indubbiamente una delle principali arterie della politica estera russa, tanto in Europa quanto nel continente africano, al pari della vendita di armi o del sostegno agli eserciti locali.

Il tema dell’energia è tornato poi particolarmente in auge proprio dall’inizio della guerra in Ucraina. Perché è chiaro che l’embargo a petrolio e gas russi avrebbe condotto anche a un’attenzione verso la diversificazione energetica europea. E la Libia, ricca di idrocarburi, non fa eccezione. La Russia l’ha capito immediatamente, al punto che anche una recente analisi di Foreign Policy, una delle più autorevoli riviste internazionali, ricorda come la presenza della Wagner nel Paese sia in larga parte circoscritta alle basi e ai campi petroliferi sotto l’autorità dell’esercito di Haftar. L’instabilità è dunque un elemento utile ma nell’ottica di un alleato che abbia in mano le redini di una parte fondamentale dell’oro nero – e dell’oro blu – libici. Proprio per questo motivo, va ricordato un fatto: alcune settimane fa, un misterioso articolo apparso sul Times a firma di Fathi Bahshagha, poi smentito dallo stesso autore, segnalava la volontà dell’uomo di Misurata di unirsi al Regno Unito nella battaglia per frenare le ambizioni russe. Un vero e proprio giallo che però aiuta a comprendere come sia ben più profonda e articolata la questione russa per la Nato e per le potenze inserite in Libia.

Del resto la Libia, proprio nel momento in cui l’energia assume un ruolo totalmente preponderante nello scacchiere internazionale, può essere considerato un vero e proprio Eldorado nel caos. Foreign Policy parla di riserve accertate di petrolio per 48 miliardi di barili e di gas naturale che potrebbe trasformare la Libia anche nel più importante fornitore d’Europa. Il blocco della produzione libica ha già avuto modo di incidere sui mercati pur avendo delle infrastrutture minime rispetto al potenziale. È chiaro quindi che tutte le potenze abbiano l’interesse a gestire questo tesoro, ma soprattutto a evitare che qualcuno abbia il controllo al proprio posto. La Russia come le altre forze. E tutto questo risulta abbastanza evidente nel momento in cui il Paese di fatto non esiste ma in cui una delle poche istituzioni unitarie è proprio il colosso dell’energia, la Libyan National Oil Corporation. Controllare i giacimenti, i depositi e le rotte del gas e del petrolio libico è quindi fondamentale. Molto più di flussi migratori che nel contesto geopolitico dello scontro tra Nato e Russia appaiono quantomeno minimi.

Tutto ciò si sovrappone poi a una posizione geografica della Libia che risulta fondamentale anche per le varie ramificazioni della partita russa in Africa. Avere i propri uomini ai confini dell’Egitto, a ridosso del fianco sud della Nato e dell’Unione europea e non lontano dalla complessa e fondamentale regione del Sahel (dove la Wagner è presente anche in Mali) implica che la Cirenaica è essenziale per tutto il conflitto tra Russia e Occidente. Non è un caso che il Pentagono, Londra e le varie difese europee abbiano più volte lanciato l’allarme sulla presenza della Russia in Libia anche vista la capacità di Putin di inserirsi in quello che era il “territorio di caccia” delle vecchie potenze imperiali europee. Lo scontro è a tutto tondo. Credere che si possa ridurre a un presunto interesse del Cremlino per i partiti italiani rischia di essere un’ulteriore dimostrazione della miopia con cui alcuni segmenti della politica italiana hanno letto quanto accadeva in Libia e a sud di essa. Territori in cui Roma conta ormai sempre meno.

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