mega-ammucchiata-da-brunetta-a-renzi:-letta-li-imbarca-tutti

Mega-ammucchiata da Brunetta a Renzi: Letta li imbarca tutti

Accordi in corso. Per il segretario Pd la rottura con Conte è “irreversibile”. E apre a chiunque: Iv, Azione, Gelmini, Di Maio. Ma 7 italiani su 10 non voterebbero una lista draghiana. La rottura con il M5S sul governo Draghi (“un suicidio collettivo” la definisce Enrico Letta) non si ricomporrà […]

(DI GIA. SAL.- Il Fatto Quotidiano) – La rottura con il M5S sul governo Draghi (“un suicidio collettivo” la definisce Enrico Letta) non si ricomporrà. “È irreversibile” spiega il segretario del Pd parlando dell’alleanza giallorosa. Tutti gli altri vanno bene. Il perimetro è chiaro: “Chi ha votato la fiducia al governo Draghi” spiega Letta a La Repubblica. Quindi, eccetto la destra, il segretario del Pd è pronto a dialogare con un fronte ampio che vada da Renato Brunetta a Roberto Speranza fino a Luigi Di Maio, Carlo Calenda e Matteo Renzi. Porte aperte anche agli gli ormai ex ministri di Forza Italia Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna: “Meritano apprezzamento” continua il segretario dem. Che nel pomeriggio chiude definitivamente la porta all’alleanza giallorosa, nonostante sia Speranza sia l’area di sinistra del Pd lo invitino a lasciare aperto uno spiraglio.

In mattinata il segretario dem legge l’intervista di Giuseppe Conte alla Stampa in cui definisce il M5S “più progressista del Pd” e replica in tv a Mezz’Ora in Più: “Non farò una campagna astiosa contro il M5S perché rivendico il percorso fatto insieme, in cui i 5S hanno avuto una evoluzione – spiega Letta – ma Conte ha scelto di abbandonare quella evoluzione”. E ancora: “Siamo più progressisti noi del M5S, su molti temi”.

Dopo aver chiuso con il M5S, Letta però apre alle alleanze con il centro draghiano. Prima annuncia che la lista si chiamerà “Democratici e Progressisti” e poi ammicca a chi ha votato la fiducia aDraghi. Con “tre criteri”: “Chi porta un valore aggiunto, chi si approccia con spirito costruttivo e chi non arriva con veti“. Il programma? “Mettere al centro l’agenda sociale”. Martedì Letta ha convocato la direzione in cui chiederà a parlamentari e dirigenti di “avere gli occhi di tigre per vincere le elezioni”.

Dopo di lui, negli studi di Rai Tre, arriva Brunetta, ex ministro di Forza Italia uscito dopo la decisione del partito di non votare la fiducia a Draghi. Brunetta raccoglie subito l’apertura del segretario dem: “Io ho un rapporto fantastico con Enrico Letta, vorrei che si mettessero insieme tutti i liberi e forti che hanno votato la fiducia a Draghi, un rassemblement repubblicano”. Brunetta poi si è sfogato per gli insulti ricevuti sulla sua altezza, anche dalla compagna di Berlusconi, Marta Fascina: “È una vita che vengo violentato per questo, mi dicono basso o nano. Mi fa male e dico grazie Marta Fascina, vai avanti così perché mi consentirai di sdoganare queste violenze”. Un’alleanza così larga però potrebbe produrre qualche imbarazzo tra i protagonisti. In primis tra Letta e Renzi, storici nemici fin dal 2014 quando l’allora sindaco di Firenze decise di estromettere il premier da Palazzo Chigi con un tweet: “Enrico stai sereno”. Un anno dopo Letta diceva di lui: “Che squallore, pensa di essere in House of Cards”. Negli ultimi mesi, Renzi ha più volte attaccato il segretario dem per essersi legato ai 5S. Stessa cosa si può dire per gli altri possibili leader, da Brunetta che definiva Di Maio uno “spudorato”, “ignorante”, “truffatore” a Calenda che vorrebbe “prendere a pernacchie” il ministro degli Esteri. Più che un’alleanza sarebbe un condominio di inquilini riottosi. Che, probabilmente, non piacerebbe nemmeno agli elettori: secondo un sondaggio di Termometro Politico, sette italiani su dieci non voterebbero una lista Draghi.

Resta da capire cosa faranno i 5S. Giuseppe Conte vorrebbe aprire a liste alla sua sinistra – sia i Verdi che Articolo 1 hanno risposto positivamente – e nei prossimi giorni potrebbe fare un ulteriore tentativo con Beppe Grillo per consentire delle deroghe alla regola dei due mandati: permettere agli eletti a fine corsa di candidarsi negli enti locali. Anche perché, oltre alla Sicilia in ottobre, a novembre si potrebbe anche votare per la Regione Lazio se il governatore dem Nicola Zingaretti dovesse dimettersi, come probabile, per candidarsi in Parlamento. Nel frattempo Alessandro Di Battista, che potrebbe rientrare nel M5S, attacca il Pd: “Si aggrappa a Draghi, ma ora basta con la litania sul voto utile”.

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.