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Meloni si fa Neoliberista per conquistare le élite

La sinistra è sempre più spesso criticata dai suoi stessi intellettuali perché, a partire dalle privatizzazioni degli anni 90, si sarebbe fatta progressivamente contagiare dall’ideologia neoliberista. Ora, grazie alle prime mosse del governo Meloni, ci stiamo accorgendo che il neoliberismo […]

(DI DOMENICO DE MASI – Il Fatto Quotidiano) – La sinistra è sempre più spesso criticata dai suoi stessi intellettuali perché, a partire dalle privatizzazioni degli anni 90, si sarebbe fatta progressivamente contagiare dall’ideologia neoliberista. Ora, grazie alle prime mosse del governo Meloni, ci stiamo accorgendo che il neoliberismo si è ugualmente infiltrato anche nella nuova destra.

La cosa è tanto più sorprendente in quanto la politica economica neoliberista, che la destra estrema di Bolsonaro subito abbracciò in Brasile, era invece detestata dalle destre radicali europee, se non altro perché praticata dall’invisa Bruxelles. Si poteva dunque ipotizzare che, su questo terreno, si sarebbe subito palesato un conflitto tra Berlusconi e Salvini propensi a una politica economica neoliberista e Meloni fedele a una visione statalista, improntata al dirigismo. Invece, fin dal suo primo discorso in Parlamento, la premier non solo ha confermato la propria fede nei “valori della democrazia liberale” ma, promettendo interventi squisitamente neoliberisti, ha abiurato l’impronta statalista che lei, vestale intransigente della tradizione, avrebbe dovuto invece ribadire. Quest’abiura può sottendere sia un ripiego tattico, sia il primo passo di una strategia che condurrà alla fondazione di una destra del tutto inedita. Nel suo discorso la Meloni ha denunziato “il pregiudizio politico” con cui sono state spesso valutate le idee e le azioni del suo partito. È vero: nel dibattito degli ultimi anni, la schermaglia è stata condotta – ma sia da sinistra che da destra – molto più in base agli stereotipi che a una razionale conoscenza reciproca, basata su fatti e documenti rigorosi. Nei mesi che ci attendono, in cui sempre più netta diventerà la contrapposizione tra destra e sinistra, il conflitto tornerà protagonista sulla scena politica e potrà dispiegare la sua azione feconda solo se nutrito di onestà intellettuale e di rispetto delle regole democratiche. Dunque, da ora in poi, per parlare della destra evitando la comoda scorciatoia dei pregiudizi, occorre che la sinistra analizzi il pensiero e l’azione della controparte con la massima obiettività.

Dunque. Rileggendo il discorso iniziale della Meloni alla Camera si rileva che, di fatto, ella ricorre implicitamente alle politiche keynesiane quando chiede all’Europa di rispondere alla crisi energetica e al rincaro delle bollette invocando una specie di new deal rooseveltiano a supporto di famiglie e imprese, e quando condanna come indegno di una democrazia occidentale il modello di libero mercato “degli oligarchi seduti su dei pozzi di petrolio ad accumulare miliardi senza neanche assicurare investimenti”. Ma, nello stesso discorso, dichiara la sua fede assoluta nel primato del privato sullo Stato e nel laissez faire: “La ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato tramite editto o decreto. E allora il nostro motto sarà non disturbare chi vuole fare”. Poi assicura una serie di interventi di sapore altrettanto neoliberista come la riduzione delle imposte sui premi di produttività; l’innalzamento ulteriore della soglia di esenzione dei cosiddetti fringe benefit; il potenziamento del welfare aziendale; l’archiviazione della logica dei bonus; l’autonomia differenziata; i servizi offerti dalle imprese, in regime di libera concorrenza, alle reti di proprietà pubblica; la riduzione della pressione fiscale sulle imprese; la tregua fiscale; la riduzione del cuneo fiscale e contributivo; la riduzione del numero di destinatari del Reddito di cittadinanza; il maggiore aggancio della formazione scolastica e universitaria alle dinamiche del mercato del lavoro, favorendo la cultura d’impresa. E, spingendosi in un risvolto neoliberista ancora più sofisticato, mette individuo e famiglia al centro della società e afferma il principio di neutralità tecnologica.

Ovviamente solo il tempo può dirci quale coerenza Meloni riuscirà a mantenere tra le parole e i fatti. Nel discorso di insediamento, ad esempio, ha detto che “da questo governo, criminali e mafiosi non avranno altro che disprezzo e inflessibilità”. Ma, se questo governo alzerà il tetto del contante, criminali e mafiosi ne risulteranno tutt’altro che disprezzati.

Dunque il partito della Meloni sta reinventando la destra radicale e ai suoi tratti canonici – nazionalismo, eurofobia, xenofobia, autoritarismo, leadership carismatica, tradizionalismo identitario, antiglobalizzazione – sta aggiungendo quello di neoliberismo. L’intento è certamente quello di attrarre nella sua orbita le élite economico-finanziarie che per ora stanno prudentemente a guardare. Si tratta di capire se il modello di società che ne verrà fuori somiglierà più a un neoliberismo o a un neofascismo. L’esito dipenderà dalla mobilitazione delle masse e dal sostegno di queste élite.

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