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Memento diplomacy, i ricordi come arma politica

I ricordi sono tra le cose più preziose che possiedono i popoli: mostrano il passato, orientano il presente e, soprattutto, forniscono un’identità. Perché i ricordi sono memoria, la memoria è storia e nella storia può essere trovato tutto ciò di cui una persona o un popolo abbisogna per evitare di sentirsi smarrito nel mondo: dalla conoscenza delle proprie origini a quella relativa alle gesta dei propri avi.

Non sorprende, dunque, che, data l’indissolubilità del legame tra memoria e identità, le potenze più aquiline vedano nell’utilizzo della cosiddetta diplomazia dei ricordi (memory diplomacy) uno strumento efficace ai fini della preservazione e delle perpetuazione di relazioni speciali con quegli Stati che il fato ha reso gemelli e/o parenti e che la storia ha reso amici e/o alleati.

Uno dei casi studio più interessanti, in materia di diplomazia dei ricordi, riguarda la Russia dell’era Putin e la smaltatura di quell’evento epocale che fu la Grande Guerra Patriottica (Великая Отечественная война), un collante ad alto potere adesivo utile a mantenere vivo il ricordo più potente della storia sovietica: la strenua resistenza dell’Impero delle cento nazionalità dinanzi all’avanzata nazista.

La storia unisce, la storia divide

La storia ha voluto che la lunga epopea dell’impero sovietico giungesse al capolinea fra il 1988 e il 1991, a causa di un’economia stagnante, del crescendo di de-satellizzazioni tra Europa e Asia e del germogliare di una Primavera dei popoli tra Baltico e Turkestan. La Federazione Russa, che ha ereditato lo scettro di Stato-guida della russosfera dall’Unione Sovietica, dopo aver ritrovato la stabilità domestica, negli anni Dieci ha cominciato ad attingere al passato alla ricerca di un’identità con cui vivere il ventunesimo secolo. Una ricerca che l’ha condotta sul sentiero dell’abramitismo – cioè la valorizzazione del proprio essere simultaneamente Terza Roma, Seconda Mecca e Nuova Gerusalemme –, del neozarismo – a mezzo dell’annullamento della damnatio memoriae lanciata sui Romanov dai bolscevichi –, dell’eurasiatismo – visto come sostituto del panslavismo – e, in parte, del neosovietismo – ovvero un superamento parziale del passato comunista.

È nel complicato processo di recupero del legato sovietico – accolto con livore tra Baltici ed ex patto di Varsavia, ma utile tra Moldavia, Caucaso meridionale, Asia centrale e Mongolia – che si inquadra il leveraggio ascendentale della Grande Guerra Patriottica, la cui sedimentazione nella memoria collettiva di una grande varietà di popoli – incluso quello cinese – le dona un potere attrattivo e adesivo incredibilmente elevato.

Il recente divieto (legislativo) di equiparazione tra comunismo e nazismo, la riscrittura dei curricoli scolastici in direzione dell’inculcamento dell’amor patrio in tenera età, lo stabilimento di giornate della memoria internazionali, la proliferazione di fondi ed enti per la promozione della verità storica sulla Seconda guerra mondiale, le celebrazioni titaniche e trasudanti patriottismo che accompagnano la Giornata della vittoria (День Победы) e le battaglie delle narrazioni sulla Seconda guerra mondiale con i membri dell’ex patto di Varsavia hanno un obiettivo comune: la costruzione di alleanze della memoria. Una memoria che può essere cementata solo attraverso l’istituzionalizzazione e l’eternizzazione di un nuovo mito fondativo, quello della Grande Guerra Patriottica, dalla cui inscalfibilità all’erosione del tempo e agli attacchi del revisionismo storiografico di alcune nazioni occidentali dipende in maniera determinante la sopravvivenza dell’Idea russa (Русская идея) per l’Eurasia e per il ventunesimo secolo.

Anche l’Italia ha bisogno di una Memento diplomacy

Ogni potenza che si rispetti ha un bagaglio di ricordi da utilizzare a proprio uso e consumo, e sembra non esserci memoria più potente – dal punto di vista dell’immedesimazione emotiva – di quella relativa alle guerre combattute sotto la stessa bandiera e per un comune ideale. La ragione di cui sopra spiega perché la Russia postsovietica ha riscoperto il valore della Grande Guerra Patriottica, perché la Turchia dell’era Erdoğan sta celebrando eroi e grandi eventi del passato ottomano per riaffacciarsi su quel che fu il proprio spazio imperiale, perché i curricoli scolastici sulla Seconda guerra mondiale stanno venendo riscritti da Tallinn a Varsavia e perché l’Ungheria orbaniana sta cullando quel trauma nazionale che fu il trattato del Trianon per farsi portavoce di tutti i magiari, che siano di destra o di sinistra e che vivano in patria o nelle terre irredente.

Il caso studio della Russia è sicuramente il più interessante fra quelli citati, più che altro per le dimensioni (ciclopiche) della macchina della memoria costruita dal Cremlino negli anni recenti, e rappresenta un modello di riferimento per tutte quelle dirigenze interessate a formulare una diplomazia dei ricordi. E l’Italia, che è legata al proprio estero vicino da delle potenti memorie – si pensi all’operazione Pellicano in Albania – e che abbisogna di nuove idee per resistere alla pressione asfissiante della competizione tra grandi potenze, è chiamata a prendere appunti dalla Memento diplomacy della Federazione Russa, che costituisce un metodo innovativo ed efficace di proiezione di potere morbido.

Perché i ricordi sono memoria, la memoria è storia e la storia è identità: è giunto il momento che l’Italia stracci il manto cloroformizzante del coma poststorico e che si emancipi da quella inibitoria condizione di auto-odio, cominciando a prendere atto dell’importanza di capitalizzare geopoliticamente quegli eventi che la legano all’estero, sia vicino sia lontano, e di dare il giusto valore a quell’arma chiamata memoria.

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