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Mirabassi-Ciammarughi, concerto dei due big umbri del jazz in trio con Maurizio Giammarco a Città della Pieve – Vivo Umbria

PERUGIA – Dopo la sostituzione last minute del trombettista Flavio Boltro con il sassofonista Maurizio Giammarco, il clarinettista Gabriele Mirabassi si appresta a dar vita al concerto rinviato a sabato 24 settembre a Città della Pieve (Teatro degli Avvaloranti) nell’ambito di Moon in June, insieme al pianista Ramberto Ciammarughi, proprio sulle musiche di Ciammarughi. Quello tra Mirabassi e Ciammarughi è un lungo rapporto che affonda le radici agli anni Ottanta e che unisce due tra i maggiori artefici del jazz nella nostra regione. Ne parliamo con Gabriele Mirabassi.

I due più grandi umbri del jazz si ritrovano insieme…

“Noi siamo umbri, i due umbri della nostra generazione. Lui è un po’ più grande di me (sette anni di differenza), quindi quando io ero ragazzino, lui era l’unico musicista di riferimento che c’era qui. Dunque i miei primi passi nel jazz li ho mossi con Ramberto”.

Dunque, prima dell’inebriamento brasiliano, prima della lunga collaborazione con la label perugina Egea di Antonio Miscenà, Gabriele Mirabassi ha vissuto il primo amore con il jazz grazie anche a Ramberto Ciammarughi. Giusto?

“Io ero minorenne, poi ho avuto un lungo periodo in cui in qualche modo mi sono dissociato dall’Umbria, pur continuando ad abitarci. Però, non ho avuto più nessun tipo di legame professionale qua. E il fatto che l’Egea fosse perugina era l’unica motivazione che mi spingeva a tornare in Umbria, per il resto la mia vita professionale si è svolta quasi interamente fuori dall’Umbria”.

Quindi in nome di questo lunga storia con Ramberto, quali sono ancora oggi le affinità che legano i due massimi artefici umbri del jazz?

“Innanzitutto sono affinità molto profonde in senso affettivo, proprio per questa lunga nostra storia. Forse sono l’unico musicista che non è mai andato a lezione da Ramberto. Però io l’ho conosciuto tra l’altro tramite suo padre, perché il babbo era un famoso e importante pianista classico, il Maestro Alberto Ciammarughi, il quale insegnava al Conservatorio Morlacchi. Quindi è stato il papà che io ho conosciuto al Conservatorio che sapeva della mia passione per il jazz che mi disse: “Guarda, io ho un figlio che fa il jazzista, vi dovete incontrare”. Io studiavo musica classica e immaginavo che quello fosse il mio approdo finale quando ero ragazzo. Però avevo questa passione per il jazz che ho sempre affiancato ma in modo essenzialmente ludico. Cioè mi divertivo, giocavo a fare jazz e non è che ci credessi fino in fondo, perché seriamente stavo seguendo gli studi sulla musica classica. In questo contesto era buffo, perché in quegli anni in Umbria c’era una comunità di musicisti locali, anche bravi, che suonavano jazz qui, ma quasi nessuno di loro aveva un’istruzione musicale formale. Quindi, per farla breve, io ero l’unico di questi che sapeva leggere la musica che faceva già di per sé di me una specie di mosca bianca. Quindi Ciammarughi che è un grande pianista ma che ha sempre avuto nella composizione uno dei suoi più importanti campi d’espressione, è chiaro che si divertiva a suonare con me, perché io potevo leggere quello che scriveva in modo rapido ed appropriato”.

Fatto che a tutt’oggi vi lega ancora e ne individua anche il rispetto e la stima che regna tra voi due. Giusto?

“Ramberto è uno dei miei compositori preferiti. E questo progetto l’abbiamo già fatto in duo e il titolo è: “Mirabassi plays Ciammarughi”. Con l’idea proprio dell’interprete e del compositore. E Ramberto, tra l’altro, ha una traiettoria piuttosto singolare, perché lui, a differenza di me che ho spinto l’acceleratore sull’aspetto della performance – mi sono costruito una vita sui concerti – faccio quelli e vado in giro e suono, Ramberto ha sempre suonato molto poco e ha privilegiato la didattica”.

Questa sua immaginazione musicale, perché Ramberto è anche compositore di musiche da film, la senti particolarmente affine o meno?

“La sento affine, anche perché sono testimone in prima persona della genesi, nel senso che io ascolto pezzi di Ramberto da oltre 35 anni ed è stata anche nei miei primi passi nel mondo del jazz un punto di riferimento. Quindi per me è la cosa più naturale del mondo mettere le mani sulla sua musica. E tra l’altro sono convinto del fatto perché credo che Ramberto vada conosciuto meglio. E’ un delitto che i suoi pezzi e il suo modo di suonare siano così poco in circolo, dovuto al fatto che lui non ha fatto dischi con le sue cose, se non pochissimi e non ha fatto molti concerti a nome suo. Quindi, questa è una bella occasione anche per farle sentire queste cose, perché la musica di Ramberto è una musica veramente importante”.

Un trio con ritmica zero…

“Non è una novità per me. Ho fatto pochissimi dischi con la batteria perché suono uno strumento abbastanza speciale, non suono né la tromba né il sassofono, e l’ho imparato attraverso la musica classica e quindi per mantenere quel tipo di qualità del suon, di cura del dettaglio nel fraseggio, per uno strumento che ha come sua caratteristica una grande fluidità, ma poca potenza a differenza del sassofono e della tromba, senza batteria si può suonare il clarinetto in tutte le sue sfaccettature più importanti. Io vengo dalla musica da camera, adoro suonare in queste formazioni cameristiche, quindi, per me, il duo con Ramberto è perfetto. Ma la ritmica c’è ed è presentissima nel linguaggio che utilizziamo”.

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