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Nessuno studio dimostra che la «reale efficacia» dei vaccini va dallo 0,84 al 3 per cento

Il 28 maggio 2021 la redazione di Facta ha ricevuto la segnalazione di un articolo, pubblicato il 20 maggio 2021 dal sito Secondopiano News, intitolato «Studio Oxford su ‘The Lancet’: “Reale efficacia dei vaccini dallo 0,84 al 3%”». Il testo dell’articolo è stato in origine pubblicato su ByoBlu il 19 maggio 2021.

Si tratta di un contenuto fuorviante che, senza l’appropriato contesto, rischia di veicolare una notizia falsa. Vediamo con ordine cosa significa. 

Innanzitutto quello a cui l’articolo si riferisce non è uno studio né è stato pubblicato su Lancet. È invece un commento, ovvero un articolo d’opinione che non è sottoposto a peer review, pubblicato il 20 aprile 2021 su Lancet Microbe, una rivista “satellite” parte del gruppo editoriale Lancet (su Facta abbiamo discusso come riconoscere se quanto viene chiamato «studio» dai media è veramente tale, e come verificare dove sia stato effettivamente pubblicato).

Passiamo ora al contenuto. L’articolo di Lancet Microbe descrive quale sia la riduzione assoluta del rischio di contrarre la Covid-19 in seguito alla vaccinazione. In poche parole, è una misura di quanto si riduce la probabilità di ammalarsi tra prima e dopo la campagna vaccinale. 

Normalmente l’efficacia dei vaccini viene descritta con un’altra misura, quella della riduzione relativa del rischio: ovvero, se un vaccino è efficace al 95 per cento, il rischio di ammalarsi è del 5 per cento rispetto ai non vaccinati. La riduzione assoluta del rischio invece ci dice come cambia la probabilità individuale di ammalarsi, in assoluto, in seguito alla vaccinazione. Come ha spiegato il giornalista scientifico Adam Rogers sull’edizione americana di Wired, la riduzione assoluta del rischio dipende dalle condizioni presenti nel momento in cui viene effettuato lo studio clinico: lo stesso vaccino in una situazione di alta circolazione del virus darà una riduzione assoluta del rischio molto maggiore rispetto a una situazione di bassa circolazione del virus. Confrontare tale riduzione assoluta tra studi clinici diversi, quindi, è molto difficile. 

Facciamo due esempi. Se in un dato periodo di tempo il rischio di prendere la Covid-19, per una persona non vaccinata, è dell’1 per cento, con un vaccino efficace al 95 per cento il rischio si ridurrà, per il singolo vaccinato, ad appena lo 0,05 per cento. La riduzione assoluta del rischio quindi è la differenza tra il rischio prima e dopo il vaccino: 1-0,05=0,95 per cento. Un numero che sembra molto basso, ma che ci porta fuori strada: non a caso, come ha scritto Antonino Cartabellotta della Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), è una misura «difficile da interpretare e da trasferire alle decisioni cliniche, anche perchè il valore quantitativo è talmente piccolo da sottostimare l’efficacia del trattamento». La piccolezza del numero infatti è fuorviante: già il numero di partenza – il rischio di ammalarsi nella popolazione senza vaccino – era comunque relativamente basso, l’un per cento. I vaccini sono in grado di eliminarne lo 0,95, quindi la stragrande maggioranza.

Se invece il rischio di partenza è del 10 per cento, perché il virus circola di più, la riduzione assoluta del rischio sarà di 10-0,5=9,5 per cento. Il vaccino è lo stesso, e la sua efficacia è identica: ma siccome il rischio di partenza è maggiore, la riduzione assoluta del rischio sarà in proporzione maggiore. Resterà quindi una probabilità di ammalarsi dello 0,5 per cento: rispetto al dieci per cento di partenza, è comunque una bella riduzione (dovuta al vaccino).

È importante notare come anche una riduzione assoluta del rischio apparentemente piccola, come 0,95 per cento, può fare un’enorme differenza in termini di pazienti. Per esempio sulla popolazione della Lombardia (circa 10 milioni di abitanti), una riduzione assoluta del rischio di 0,95 per cento su un rischio di partenza dell’1 per cento, come nel nostro esempio, si traduce nella differenza tra 100.000 (quanti rischiavano di ammalarsi senza vaccino, l’un per cento del totale) e 5.000 pazienti (quanti rischiano dopo la campagna vaccinale, ipotizzando di coprire tutti, riducendo il rischio dall’un per cento allo 0,05). 

Dunque, la variazione assoluta del rischio è un parametro che può essere utile; ad esempio per confrontare i vantaggi e rischi dei vaccini in varie situazioni. Di per sé però ci dice poco sull’efficacia intrinseca del vaccino, ed è fuorviante comunicare questo parametro come se fosse più corretto o informativo, o addirittura la «reale efficacia» dei vaccini.


In conclusione, non è vero che uno studio su Lancet avrebbe dimostrato la «reale efficacia dei vaccini» contro la Covid-19: l’articolo in questione non è uno studio, non è stato pubblicato su Lancet e discute un parametro statistico di per sé scientificamente corretto ma che può essere fuorviante se non se ne conosce esattamente il significato, che non è quello di una «reale efficacia» del vaccino.

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