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Nick Clegg, l’ex vicepremier inglese che ha “sospeso” Trump da Facebook

La decisione di Facebook di sospendere gli account di Donald Trump dalla sua piattaforma e da Instagram fino al 7 gennaio 2023, quando saranno passati due anni dall’assalto a Capitol Hill, sta innescando un acceso dibattito negli Stati Uniti circa lo strapotere dei colossi Big Tech della Silicon Valley e la loro propensione a interferire nel dibattito democratico. L’annuncio del ban di Trump è arrivato nientemeno che da Nick Clegg, vice presidente degli affari globali e della comunicazione di Facebook, ex vice premier ed ex leader del partito liberaldemocratico inglese dal 2010 al 2015. “Oggi annunciamo nuovi protocolli da applicare in casi eccezionali come questo e confermiamo la sanzione emanata nei confronti degli account di Trump. Data la gravità delle circostanze che hanno portato alla sospensione di Trump  – scrive Clegg – riteniamo che le sue azioni abbiano costituito una grave violazione delle nostre regole che meritano la sanzione più elevata disponibile ai sensi dei nuovi protocolli di applicazione. Sospendiamo i suoi account per due anni, a partire dalla data della sospensione iniziale il 7 gennaio di quest’anno”. Ma davvero Facebook può ergersi così a giudice, anche se si tratta di una società privata?

Ecco cosa diceva Nick Clegg di Donald Trump

I “giudici”, innanzitutto, dovrebbero essere un minimo super partes e questo non è proprio il caso del vicepresidente di Facebook. Nel recente passato Sir Nick Clegg – era il giugno 2020 – aveva definito i tweet di Trump circa le proteste di Minneapolis scoppiate dopo la morte di George Floyd “ripugnanti”. Tuttavia, al tempo l’ex viceministro britannico, ora vicepresidente della società di Mark Zuckerberg, si era speso a favore della libertà d’espressione sui social media: “Penso che difendere la libertà di espressione, anche quando è controverso, sia importante perché è il modo per chiedere conto ai politici”. L’idea che una società privata, che in un certo senso non ha la legittimità di agire come arbitro nella politica intervenga dicendo ‘non puoi dire questo e non puoi dire quello’, bé penso che la gente penserebbe giustamente che Mark Zuckerberg e Facebook non abbiano la legittimità per farlo”. L’esatto contrario di ciò che lo stesso Clegg e Facebook ora sostengono giustificando il ban dell’ex Presidente Usa, Donald Trump.

L’odio e il disprezzo nei confronti del tycoon partono da lontano. Nel 2016 lo stesso Clegg si era lasciato andare in alcuni commenti piuttosto sprezzanti nei confronti dell’ex Presidente Usa, parlando di “somiglianze inquietanti” tra il referendum sulla Brexit e le elezioni presidenziali Usa. Cosa c’è di “inquietante” in un voto democratico? Nel 2018, poco prima di essere assunto da Facebook, Nick Clegg annunciava in un tweet la sua partecipazione alle manifestazioni anti-Trump. “Bene, vado alla dimostrazione anti-Trump. Non avevo intenzione di farlo, ma i suoi folli attacchi all’UE, alla NATO e all’OMC hanno cambiato le cose. Inoltre i suoi migliori amici nel Regno Unito sono Nigel Farage, Boris Johnson e Piers Morgan. Non gli piace tutto ciò in cui credo e crede in tutti quelli che non mi piacciono!” scriveva.

Insomma, a Clegg Donald Trump non è proprio mai piaciuto. A dirla tutta, un tempo sembrava non apprezzare nemmeno troppo Facebook e i social media: in un articolo pubblicato sull’Evening Standard risalente al 2016, diceva di non essere particolarmente attratto da Facebook. “Anche se ho buoni amici che lavorano nell’azienda – affermava – in realtà trovo la messianica cultura californiana di Facebook un po’ irritante. Né sono sicuro che aziende come Facebook paghino davvero tutte le tasse che potrebbero, anche se è tutta colpa dei governi”. Due anni dopo è diventato vice presidente degli affari globali e della comunicazione della società di Zuckerberg.

“Ora stabilisce cosa un ex Presidente Usa può dire o non dire”

Su Fox News l’autore inglese Douglas Murray osserva come Clegg “sia stato cacciato dall’elettorato britannico poiché estremamente impopolare”. Ora, tuttavia, “può stabilire cosa può dire o non dire un ex presidente degli Stati Uniti, dove e quando. Quindi in un certo senso mi congratulo con lui, dato che può decidere chi può dire cosa, in tutto il mondo. È una promozione straordinaria”. Il giornalista investigativo fondatore di The Intercept, vincitore del Premio Pulitzer nel 2013, Glenn Greenwald, definisce su Twitter la decisione di Facebook “raccapricciante” e ricorda le parole di molti leader mondiali circa l’eccessivo potere che gli stati hanno lasciato nelle mani di Big Tech e delle piattaforme social. Lo stesso Greenwald parla apertamente di una seria minaccia per la democrazia. “Solo i liberal e i loro giornalisti sembrano non vedere il problema. Sono favorevoli alla censura”. Moniti contro il pericoloso monopolio di Big Tech sono stati espressi anche da illustri politologi come Francis Fukuyama.

Come scrive Fukuyama, infatti, “Amazon, Apple, Facebook, Google e Twitter, già potenti prima della pandemia Covid-19, lo sono diventati ancora di più grazie a quest’ultima, poiché gran parte della vita quotidiana si muove online”. Per quanto conveniente sia la loro tecnologia, osserva lo studioso che pubblicò La Fine della Storia, “l’emergere di tali società dominanti dovrebbe suonare come un campanello d’allarme”, non solo perché detengono così tanto “potere economico”, ma anche perché “esercitano un così marcato controllo sulla comunicazione politica”. Questi colossi, osserva Fukuyama, “ora dominano la diffusione delle informazioni e il coordinamento della mobilitazione politica. Ciò pone minacce uniche a una democrazia sana”. Gli unici che sembrano non accorgersi dei pericoli di Big Tech sono i progressisti che esultano per la censura ai danni di The Donald: evidentemente, hanno un concetto di “democrazia” tutto loro.

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