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Obiettivo Taiwan

Nel maggio 2021 l’Economist dedicava la sua copertina a Taiwan, definendolo “The Most Dangerous Place on Earth”, ovvero il luogo più pericoloso del pianeta. Nella ricostruzione grafica del noto settimanale, l’isola si trovava al centro di un radar, a metà strada tra due flotte, quella cinese a ovest e quella americana a est. Chiaro il senso del messaggio: la resa dei conti per il futuro taiwanese è sempre più vicina. Ebbene, a distanza di un anno la situazione è per certi versi peggiorata. La tensione è infatti salita alle stelle soprattutto in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina. Che, a detta di vari analisti, potrebbe rappresentare l’antipasto di un durissimo scontro tra Stati Uniti e Cina proprio per il controllo di Taiwan, (per inciso riconosciuto come Paese sovrano da pochissimi e ininfluenti Stati ad eccezione del Vaticano). Certo è che in base alla gestione della questione taiwanese non è da escludere l’ombra di un conflitto tra le due superpotenze globali. Un’ipotetica guerra potrebbe estendersi su larga scala, fino a coinvolgere altri attori e dare vita ad un pericoloso effetto domino mondiale. Ma che cosa è successo a Taiwan? Come siamo arrivati a un punto simile? Quali sono gli interessi in gioco?

Per capire il presente bisogna fare un piccolo tuffo nella storia. Nel 1949, al termine di una estenuante guerra civile contro i nazionalisti del Kuomintang, Mao Zedong fondò la “nuova Cina”, la Repubblica Popolare Cinese. Agli sconfitti, guidati dal generale Chiang Kai-shek, non rimase altro da fare che fuggire a Taiwan. Da quel momento in poi nacque la Repubblica di Cina, Taiwan appunto. Lo Stato nascituro si proclamò indipendente ma, in contemporanea, fu considerato da Pechino parte integrante del proprio territorio. Prima o poi, in qualche modo, con le buone o con le cattive, la Cina si sarebbe riunificata: è stato questo, per molti anni, il pensiero di entrambe le fazioni, ciascuna delle quali sostiene di essere la legittima rappresentante del popolo cinese a spese dell’altra.

In una prima fase Taiwan – 24 milioni di persone e collocata a 160 chilometri dalla costa cinese – fu effettivamente riconosciuta da molti Paesi occidentali come l’unica Cina, e ottenne persino un seggio all’Onu. Il governo taiwanese si alleò con gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e divenne, di fatto, una roccaforte dell’anticomunismo. Il vento iniziò a cambiare quando la Cina di Deng Xiaoping, a metà degli anni ’70, decise di puntare sul binomio formato da riforme e apertura.

Taiwan iniziò così ad essere emarginata. Venne esclusa dall’Onu, allontanata dagli Stati Uniti e da quasi tutti gli altri Paesi, che preferirono riallacciare i rapporti con Pechino. Washington accettò di seguire la cosiddetta One China Policy, una politica, valida ancora oggi, che afferma sostanzialmente l’esistenza di un solo stato sovrano sotto il nome di Cina, in contrasto con l’idea che possano essercene due, la Repubblica popolare cinese e la Repubblica cinese. Detto altrimenti, gli Stati Uniti riconoscevano Pechino come depositario ufficiale della Cina ma continuavano a sostenere Taipei. Questo stratagemma diplomatico ha garantito lo status quo per almeno 70 anni. Ma la mossa statunitense ha funzionato finché la Cina era un Paese arretrato. Non appena il Dragone si è risvegliato, minacciando lo status internazionale creato dagli Stati Uniti, tutte le ambiguità sono venute al pettine.

Il risultato sta tutto nella citata copertina dell’Economist. Gli Stati Uniti temono di non esser più in grado di dissuadere la Cina dal conquistare Taiwan, mentre la Cina è sempre più convinta di voler portare a compimento l’unificazione. In mezzo ai due fuochi, Taiwan continua ad armarsi sperando nel sostegno di Washington e degli altri partner Usa. Ma il governo cinese ha dimostrato di non scherzare. Basti pensare che nel 2005 le autorità della Repubblica Popolare hanno approvato una legge anti-secessione che legittima un intervento armato di Pechino nel caso in cui Taiwan dovesse dichiarare l’indipendenza. Si stima, inoltre, che sulle coste cinesi siano piazzati oltre 500 missili puntati sull’isola.

La situazione, dunque, è estremamente complessa, probabilmente ancor più dello scenario ucraino. Qualora Taiwan dovesse effettivamente essere assorbita dalla Cina, gli Stati Uniti perderebbero un baluardo piazzato a metà strada tra il Mar Cinese Meridionale e Orientale, lasciando così via libera al Dragone nell’intero Indo-Pacifico. Il governo cinese continua a sottolineare l’esigenza di unificare la Cina. Le autorità taiwanesi, al contrario, ripetono che la loro isola fa parte della Cina, ma non della Repubblica Popolare Cinese.

In tutto ciò, gli Stati Uniti proteggono indirettamente Taiwan dall’aggressione cinese, pur riconoscendo Pechino come rappresentante. Esiste, tra l’altro, un decreto del 1979, il Taiwan Relations Act, secondo il quale gli Usa sono teoricamente chiamati a intervenire nel caso in cui la sicurezza – sociale o economica – del popolo taiwanese dovesse essere messa in pericolo. La questione taiwanese si sta insomma lentamente avvicinando alla resa dei conti finale.

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