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La Terza guerra mondiale a pezzi ha riportato le lancette dell’orologio del mondo indietro nel tempo. Ma non al secondo Novecento, per quante siano le similitudini tra la nuova e vecchia Guerra fredda, e neanche al 1939, sebbene alla stampa acchiappa-clic piaccia identificare in Vladimir Putin e in Xi Jinping dei novelli Hitler.

È vero che il mondo di oggi assomiglia a quello di ieri, ma primariamente perché la storia è un ripetersi di déjà-vu e déjà-vecu. Ed è normale, alla luce dell’ineluttabilità storica, cercare nel passato delle possibili soluzioni ai mali del presente. Perché il passato, se utilizzato adeguatamente, è la migliore delle bussole e il più saggio dei consiglieri. E l’ago della bussola, oggi, pende verso una direzione che non è il Novecento: è l’Ottocento.

La corsa alle armi dell’Ottocento, ma senza Bismarck

La divisione del potere a livello di sistema internazionale sta andando incontro ad una profonda riscrittura, emblematizzata dalla nascita della competizione tra grandi potenze, che potrà avere soltanto un esito: il passaggio dall’unipolarità alla multipolarità. Non è una questione di se, ma di come e quando. Un processo che gli Stati Uniti non possono fermare, ma soltanto rallentare e, al limite, plasmare.

Il XXI secolo ha tanto in comune col passato, che del resto è l’ombra del presente, a partire dalla parabola discendente dei due imperi gemelli, Londra e Washington, costruiti dai loro padri a memoria di Roma e, per uno scherzo del destino, incamminatisi sul viale del tramonto per via dei suoi stessi problemi: declino civilizzazionale, invasioni barbariche e sovraestensione.

I britannici uscirono dallo splendido isolamento in estremo ritardo, mentre i tedeschi erano oramai prossimi a diventare la prima potenza economica e militare del sistema internazionale, e privi di tatto storico, perché storditi dalle chimere dell’età vittoriana mentre nel mondo si respirava aria di guerra mondiale. E la loro diagnosi errata, sulla salute propria e degli altri imperi, li avrebbe portati a stringere alleanze con delle potenze in declino, a sottovalutare gli umori all’interno dello spazio coloniale e, infine, a passare lo scettro di poliziotto globale agli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono entrati in una fase rassomigliante allo splendido isolamento nell’immediato post-guerra fredda, costellandola di miopi interventi di polizia concepiti per preservare il momento unipolare, e hanno trascurato, anch’essi a causa di una diagnosi fallace, la voglia di revisionismo del sistema internazionale di Russia e Repubblica Popolare Cinese. Rimanendo stupiti dal fascino esercito dalla causa multipolare nei propri cortili di casa e nel resto del mondo. Ritrovandosi a dover rincorrere Pechino, come i britannici coi tedeschi di Guglielmo II, in una vasta gamma di settori – come l’alta tecnologia – e in una serie di teatri geopolitici – come l’Africa.

È uno scenario, quello attuale, che ricorda il tardo Ottocento post-bismarckiano, perché manca la volontà – da parte dell’egemone in carica, gli Stati Uniti – di istituire delle piattaforme di incontro e dialogo con cui regolare la competizione tra grandi potenze, in stile Vienna 1815 o Berlino 1885, e perché non ci sono carismatici negoziatori in grado di mettere d’accordo tutti. Soltanto corse alle armi, crisi diplomatiche, guerre per procura e tornei a più partecipanti nel Sud globale.

A metà tra il dopo-Bismarck e il dopo-Hitler

Non è ancora il 1914. Una nuova guerra mondiale potrebbe scoppiare soltanto ad una condizione, la trasformazione dei blocchi in alleanze, che ad oggi manca, perché solamente gli Stati Uniti possiedono un sistema ramificato e regolamentato di alleanze difensive (e offensive) attivabile in caso di emergenza. Russia e Repubblica Popolare Cinese hanno stretto un’intesa cordiale, non un patto di mutuo soccorso militare, e hanno delle sfere di influenza, non delle alleanze.

Non è neanche il 1939. Sebbene alla stampa (occidentale) piaccia identificare in Putin e in Xi dei novelli Hitler, non significa che lo siano. Il loro è etno-nazionalismo, non suprematismo razziale dalle ambizioni genocidiarie. E con l’eccezione della Russia, rancorosa erede dell’Unione Sovietica, non cercano di ribaltare una precedente sconfitta totale. Putin e Xi sono i condottieri di due potenze revisioniste, un’inevitabilità storica, alla ricerca di un sistema internazionale che rifletta la pluralità di valori del mondo, di una divisione del potere che tenga conto degli avvenuti mutamenti geopolitici e di nuove regole del gioco – il superamento delle partite a somma zero.

È una situazione a metà tra il dopo-Bismarck, per l’assenza di concerto tra le grandi nazioni, le competizioni coloniali e il disordinato assetto polare, e il dopo-Hitler, per l’emersione di una guerra mondiale non dichiarata, ovverosia una guerra fredda, con un lato ideologico piuttosto pronunciato. Ieri era capitalismo contro comunismo, oggi è McMondo – apolidia, cosmopolitismo, fluidità, melting pot, post-storia, transumanesimo – contro Jihad – identità, nazionalismo, religioni, storia. In palio, oltre a un diverso sistema internazionale, un nuovo tipo di uomo, di stato e di società.

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