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Oscar Farinetti vende Eataly per azzerare i debiti

(Carlo Cambi – la Verità) – La caduta degli dei (presunti). È singolare che nel giorno in cui si apre il Salone del gusto con la definitiva uscita di scena di Carlo Petrini da Slow Food – ha passato il testimone al suo vice Edward Mukiini, 36 anni, ugandese – si sostanzi l’annuncio che Natale Farinetti ha ricevuto non proprio un Oscar: gli è toccato di vendere Eataly per azzerare i debiti.

La compra Andrea Bonomi mettendoci 200 milioni per il 52% delle azioni attraverso la Investindustrial. È il figlio di Carlo Bonomi che di recente si è comprato Capichera, forse la più famosa cantina di Sardegna, ed ha già un suo polo enologico. Hai visto mai che s’invertano le parti? I Bonomi riescono là dove i Farinetti hanno toppato.

Succede tutto a Torino, dove peraltro tutto è cominciato. Fu lì che Natale convinse Sergio Chiamparino – allora sindaco – ad affittargli i capannoni della ex Carpano. Lo racconta Oscar nella biografia autorizzata Il mercante di utopie uno dei peana che hanno contribuito a inverare l’epifania del profeta della salamella. Lui li voleva per 99 anni, Chiamparino gli rispose in torinese «esageruma nen», non esageriamo. Era il 2004, Eataly debuttava, 18 anni dopo Oscar ammaina bandiera.

Forse doveva dare retta al compagno Chiamparino: esageruma nen. E invece Farinetti ha esagerato eccome. L’iperbole la tagliano a fette come i prosciutti da Eataly! Ha cominciato con Carlo Petrini chiedendo al Papa laico del cibo sano pulito e giusto l’incoronazione a imperatore dell’italica enogastronomia. Ha finanziato riccamente Slow Food (del resto aveva la dote di 150 milioni di euro ricevuti cash per la vendita di Unieuro) ricevendo in cambio la patente di signore dei tortelli. Citando un broccardo caro agli avvocati – hanno lavorato per mesi e mesi per stilare l’accordo di cessione di Eataly – oggi Oscar Farinetti e Carlo Petrini «simul stabunt vel simul cadent».

Ma Petrini lascia per raggiunti limiti di età Farinetti per raggiunti limiti di contabilità. La cessione a Bonomi è maturata per le intemperanze dei soci di minoranza stanchi di rimetter quattrini per seguire l’albagia alimentare di Oscar. Al culmine del successo più mediatico che imprenditoriale Farinetti aveva valutato Eataly tre miliardi. Ha promesso che sarebbe andato in Borsa a partire dal 2014.

«Con i tempi giusti», disse alla vigilia del suo sessantesimo compleanno, «ma è lampante che si debba andare in questa direzione». Il primo appuntamento era per il 2016, poi rinviato. Aveva chiesto al suo amico (ex) Matteo Renzi di prestargli un manager affidabile per fare il grande salto. E così dopo aver preso l’appalto a canone zero dei ristoranti dell’Expo nel 2015 Renzi gli manda Andrea Guerra uscito da Luxottica. Un matrimonio di nessun amore e di scarsi interessi. Guerra ci ha provato a forzare la mano: «Andiamo in Borsa con un miliardo di ricavi». Oggi Eataly ne fa circa la metà e a piazza Affari sono ancora lì che aspettano. Perché è vero che nel 2016 Natale lascia ai figli il comando, ma è anche vero che i risultati di Eataly sono lontanissimi dai target.

La fortuna di Farinetti è che passando lui per il guru della finanza, auto-accreditandosi come l’imprenditore illuminato, per il difensore degli oppressi e della soppressa, per essere sempre d’accordo con la sinistra benpensante, nessuno ha mai fatto vedo sul progetto di business. Ma Guerra fa vedo e nel 2020 lascia il gruppo. Non hanno mai chiesto conto delle scelte fatte i soci di minoranza e storici la famiglia Bafigo-Miroglio, chi invece ha cominciato a puntare i piedi è stato Giovanni Tamburi che con Tip Investiment ha un pacchetto rilevante di azioni, il 20%.

Ad accendere il faro sulla validità di Eataly sono stati i bilanci magri e il flop clamoroso di Fico. Nonostante molte agevolazioni, il lunapark del cotechino non ha mai dato soddisfazioni al punto che la stessa Alleanza 3.0 (è la mega Coop di Bologna che è socia anche di Eataly) ha cominciato a dubitare. Fico ha bruciato 8 milioni ed è stato necessario un primo aumento di capitale da 5 milioni. Al punto che nell’aprile di un anno fa Tamburi ha puntato i piedi e ha chiesto la nomina di Alessandra Gritti a presidente.

I Farinetti si stavano già sfarinando. Allo stesso tempo è stato necessario un aumento di capitale di 25 milioni che a fatto seguito a un altro da 61 milioni concluso poco prima con la trasformazione di Eataly da Srl a Spa con Nicola Farinetti nel ruolo di ad. Ruolo che ora deve lasciare accettando una presidenza depotenziata. Anche a Fico, a Bologna, hanno cambiato management facendo arrivare Stefano Cigarini nella speranza di salvare il salvabile.

Così siamo arrivata all’ingresso di Andrea Bonomi. I soldi dicono serviranno per rilanciare l’azienda, per aprire nuovi negozi (nel mondo Eataly ne conta 45) e azzerare i debiti. Non è chiaro come saranno distribuite le quote di minoranza pari al 48%. Eatinvest che è la finanziaria dei Farinetti fino a due giorni fa controllante di Eataly scenderà e di parecchio. Tamburi non ha ceduto il suo 20% ed è oggi il secondo socio di Eataly. Anzi acquisirà altre quote e avrà posti in consiglio di amministrazione. Par di capire che il sogno di Oscar si stia sfarinando. Nicola Farinetti ha salutato l’arrivo di Andrea Bonomi come una grande opportunità e a nome di papà ha mostrato grande soddisfazione. Come disse Chiamparino? Esageruma nen!

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