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Perché non aderire alla rete RE.A.DY.

Cari amici di Duc in altum, Davide Lovat, del Comitato Liberi in Veritate nonché presidente della rete civica Nova Res Publica – Nova Republica, ci ha inviato il testo della consulenza gratuita da lui fornita all’amministrazione del comune di Ponzano Veneto (Treviso), su richiesta di un consigliere comunale di fede cristiana, circa l’iniziativa con cui la rete RE.A.DY. sta chiedendo a diversi comuni di aderire ad essa per promuovere la “lotta contro l’omobitransfobia e le discriminazioni di genere”.

Davide Lovat ci fa sapere che diversi comuni veneti – come Padova, Vicenza, Belluno, Feltre, Chioggia e Schio – hanno già aderito, “ma senza valutare in modo approfondito la questione; alcuni per adesione ideologica della maggioranza, alcuni per sudditanza culturale dove la maggioranza pur non era della Sinistra mondialista”. Spiega Lovat: “Credo che il testo, ancorché complesso perché affronta la tematica dal punto di vista dei suoi fondamenti filosofici, possa essere di utilità per tutti gli amministratori cristiani che si trovino in analoghe circostanze e abbisognino di solide contro-argomentazioni rispetto alla dittatura del politicamente corretto. Resto a disposizione di chiunque voglia approfondire la questione”.

Buona lettura.

***

di Davide Lovat*

Gentilissimi Amministratori di Ponzano Veneto,

siamo a conoscenza che anche a Voi, come in altri Comuni del Veneto, è pervenuta la sollecitazione a aderire a RE.A.DY. da parte della locale sezione del Partito Democratico.

Con la presente esprimiamo il nostro più netto dissenso e invitiamo a rigettare tale richiesta per i motivi che andiamo a descrivere di seguito.

L’adesione a tale ente significa avallare una precisa visione dell’essere umano basata su convinzioni filosofiche e antropologiche che non appartengono alla tradizione culturale del nostro Paese e che sono sposate da una parte politica per ragioni ideologiche che sotto descriveremo. Se le istituzioni devono rappresentare tutti i cittadini e se non esistono cittadini di serie A e di serie B, allora non è ammissibile l’adeguamento delle istituzioni a un’ideologia fondata su teorie confutabili, radicalmente eversive e dal consenso informato largamente minoritario in Veneto, nonché in Italia.

Prima di procedere con una sintetica analisi di quanto finora solo accennato, ci preme rammentare che la Costituzione della Repubblica italiana garantisce già i cittadini contro ogni discriminazione, in modo chiarissimo, fin dai Principi fondamentali negli articoli 2 e 3. Ogni livello istituzionale dello Stato è chiamato ad applicare tali princìpi e l’insorgere di fenomeni discriminatori deriva dalla dimenticanza dei valori che stanno alla base di questa formulazione giuridica.

Tali valori affondano le radici nel patrimonio culturale più profondo e prezioso della nostra civiltà e possono essere riassunti simbolicamente su due piani, uno filosofico-giuridico e uno filosofico-etico. Essi sono: sul piano più laico, le tre regole auree del diritto romano “neminem laedere – honeste vivere – unicuique suum tribuere”, e sul piano più spirituale il comandamento cristiano “Ama il prossimo tuo come te stesso” e i due concetti cardinali di Persona e di Carità, ovvero due tra i più importanti contributi concettuali che il cristianesimo ha dato alla civiltà umana e che sono alla base di tutti gli ordinamenti giuridici delle democrazie oggi esistenti.

È la perdita di educazione e di conoscenza su questi valori che porta a disapplicare i princìpi costituzionali summenzionati e che genera comportamenti discriminatori e irrispettosi, non solo verso le categorie care alla rete RE.A.DY., ma verso ogni categoria o singola persona considerata attaccabile in un dato momento.

Ora è però doveroso procedere alla spiegazione della motivazione del nostro specifico, netto dissenso verso la proposta di adesione alla rete RE.A.DY. da parte del Comune di Ponzano Veneto, precisando l’affermazione sopra esposta circa la connotazione ideologica della stessa.

Va detto che gli “studi di genere” sono una branca della ricerca in ambito psicologico e sociologico, con approdi collaterali in ambito filosofico, che hanno dignità accademica e che sono materia di approfondimento della conoscenza dell’umano attraverso la tipica modalità delle scienze umane, dove teorie di natura opposta si confrontano e si sottopongono a reciproca confutazione secondo i più classici princìpi della vita accademica. Ben lungi dal poter affermare verità apodittiche e dal poter affermare dogmaticamente ciò che è pura teoria, tali studi meritano tutto il rispetto che riescono a guadagnarsi e nessuna pregiudiziale v’è su di essi da parte nostra.

Cosa assai diversa è l’approccio ideologico che forze politiche neo o post marxiste hanno verso questi studi, che tendono a proporre non come teorie in fase di sviluppo, bensì come verità assodate, come dogmi inconfutabili, come superamento compiuto delle precedenti concezioni antropologiche che sono state finora a fondamento della nostra civiltà. Per ideologia – citando il dizionario Treccani e non Wikipedia – si intende “il complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali (o comunque delle finalità che costituiscono il programma) di un partito, di un movimento politico, sociale, religioso e simili” e l’ideologia LGBTQI+ è, assieme al femminismo rivoluzionario, per bocca dei suoi stessi corifei, “aspirante a polverizzare il sistema di pensiero naturalista ed essenzialista e le strutture economiche e sociali attraverso cui, in un gioco di complicità implicita, l’uno sostiene e perpetua le altre” (cfr Garbagnoli – Prearo, La crociata anti-gender dal Vaticano alle manif pour tous, Kaplan, 2018). Gli stessi autori, che citiamo perché sono dichiaratamente militanti della parte politica che sostiene tali istanze, scrivono che “la nozione di genere suscita a ragione le ire del Vaticano” e riconoscono alla Chiesa “una lucida consapevolezza della portata sovversiva del concetto di genere”, perché “il genere è uno strumento teorico che veicola una visione del mondo diametralmente opposta a quella difesa dal Vaticano” che porta invece – sempre secondo gli autori – ad animare “una politica sessuale controrivoluzionaria che si oppone alle trasformazioni emancipatrici della democrazia sessuale”. Ancora, ad abundantiam, i gender studies sono presentati, quando fa comodo, come un circoletto universitario su cui degli invasati religiosi elaborano strane paranoie, salvo poi, quando fa comodo il contrario, raffigurarli come l’avanguardia intellettuale di una rivoluzione politica, antropologica e sociale che saldando le elaborazioni accademiche alle lotte minoritarie punta a scardinare il patriarcato, il capitalismo, il nazionalismo fondato sulla famiglia, il razzismo, le gerarchie intersezionali del dominio, a “minare il senso comune eteronormativo, e le strutture economiche e ideologiche su cui si fonda” e “costituiscono delle vere e proprie armi intellettuali e politiche che hanno per obiettivo, esplicitamente rivendicato, di mettere fine al mondo sessista e omolesbobitransfobico”.

Quanto appena citato descrive già chiaramente un programma politico di parte. Ma, in verità, l’elemento che più di ogni altro contrasta tra l’insieme delle varie declinazioni ideologiche date agli studi di genere – che solo in questo senso possiamo legittimamente definire “ideologia gender” senza scadere in grossolano qualunquismo – e la visione antropologica giusnaturalista, sia classica che cristiana, è nella dicotomia irriducibile “essenzialismo-antiessenzialismo” che porta a due visioni dell’uomo, della società e del mondo diametralmente opposte: l’essenzialismo – figlio della metafisica e dell’ontologia – è alla base del sistema di valori tradizionale, l’antiessenzialismo è il naturale logico approdo del pensiero rivoluzionario e, lato sensu, progressista. Questo è già un valido motivo per obiettare circa l’opportunità che le istituzioni democratiche, per definizione di tutti, sposino una visione del mondo di parte aderendo a un ente che ne promuove i princìpi.

Ma c’è un elemento ancor più grave, in gran misura misconosciuto, che riteniamo di dover sottoporre alla conoscenza di chi deve prendere una decisione, per fornire tutti gli elementi di conoscenza.

Gli studi di genere ebbero la loro origine nella seconda metà del secolo scorso in Nord America, dove il contesto culturale è assai diverso da quello che, piaccia o meno la Storia, è di matrice cattolica come il nostro. In quel contesto di matrice protestante è altresì diffusissima, ma dirlo è pura tautologia, la visione antropologica gnostica che ha nell’androgino primigenio l’archetipo dell’umano. Non è dunque affatto strano che da tale sostrato culturale abbiano preso le mosse studi e teorie miranti a ridefinire la concezione dualistica dell’archetipo umano, ontologicamente maschio e femmina fin dal principio, in direzione di una fluidità eteromorfa movente dall’indistinto. Ora, piaccia o non piaccia, anche questo elemento di natura pseudoreligiosa va saputo per poter capire i presupposti filosofici e culturali inerenti alla formulazione delle istanze di parte, scaturenti dagli studi di genere e dalle loro declinazioni ideologiche in campo politico.

Uno Stato laico e democratico, nel senso etimologico dei due termini, non può convertire o sottomettere le sue istituzioni a visioni pseudoreligiose e filosofiche dichiaratamente sovversive dell’ordine tradizionale, senza che la conoscenza delle tematiche in questione sia assimilata dal popolo sovrano. Essendo, come sopra detto, lo stadio dello sviluppo degli studi di genere ancora al livello della disputa, della ricerca e del confronto accademico, con teorie che sono per definizione confutabili e altre teorie contrarie altrettanto confutabili quanto degne, mentre nulla di tutto ciò appartiene al patrimonio delle verità accertate in via definitiva, riteniamo doveroso prendere atto consapevolmente di quanto finora esposto.

Riteniamo altresì che la sollecitazione del Partito Democratico locale a contrastare gli episodi eventuali di discriminazione vada senz’altro apprezzata ed estesa a tutti i possibili casi e categorie di persone, ma riteniamo che le istituzioni debbano impegnarsi in questa direzione servendosi degli strumenti culturali già fortemente presenti nella nostra cultura tradizionale, evidenziati sopra, e rappresentati con puntuale precisione nei Principi Fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana.

Pertanto, alla luce di quanto esposto, invitiamo l’Amministrazione del Comune di Ponzano Veneto a rigettare l’istanza del Partito Democratico ad aderire alla Rete Nazionale RE.A.DY., avviando tuttavia un percorso condiviso di sensibilizzazione ai valori costituzionali condivisi da tutti i cittadini, e non solo da una parte.

*del Comitato Liberi in Veritate, presidente rete civica Nova Res Publica – Nova Republica

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