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Perché riprende quota la teoria del virus scappato dal laboratorio di Wuhan

Da dov’è realmente partita l’epidemia da nuovo coronavirus? É questa la domanda più in voga da un anno e mezzo a questa parte, da quando cioè l’intero pianeta ha iniziato a convivere con la presenza del morbo Sars Cov 2. Un quesito a cui però al momento è impossibile rispondere. Il tempo trascorso dai primi casi in Cina è forse un’enormità per i milioni di cittadini costretti a misure restrittive, ma è molto breve in relazione alla scienza. Basti pensare che la comparsa della Sars del 2002 è stata associata al pipistrello soltanto nel 2017. Gli studi però non si sono mai interrotti, così come le indagini. Tra le tante ipotesi, ce n’è una che sta riprendendo quota: quella di un’epidemia originata in laboratorio.

Perché si torna a parlare del laboratorio di Wuhan

Ufficialmente il primo focolaio di coronavirus risale al novembre 2019. L’area è quella di Wuhan, metropoli da undici milioni di abitanti capoluogo della provincia di Hubei. L’allarme scatta un mese dopo. Il 30 dicembre infatti per la prima volta la commissione sanitaria di Wuhan emana un avviso urgente per via di diversi casi di polmonite riscontrati soprattutto tra gli utenti del wet market di Huanan. É la prima volta che delle autorità cinesi mettono in guardia dalla presenza di un nuovo virus, ancora sconosciuto. Ma le segnalazioni in realtà risalgono anche alle settimane precedenti, gli ospedali di Wuhan sul finire del 2019 sono già pieni di pazienti con gravi casi di polmonite. Il mercato viene chiuso il primo gennaio 2020, l’idea principale è che proprio tra i banchi in cui vengono venduti anche animali selvatici il virus ha trovato l’ambiente adatto per fare il salto di specie. C’è però un dettaglio che non sfugge a livello internazionale. Tra i primi a sottolinearlo il 30 gennaio 2020 è il sentore statunitense Tom Cotton, repubblicano: “Vorrei far notare che Wuhan ha l’unico super laboratorio cinese di livello quattro di biosicurezza che lavora con i patogeni più mortali del mondo, incluso, sì, il coronavirus”, dichiara in un’audizione al Senato.

Qualche giorno prima è il Daily Mail a parlare del laboratorio: “La Cina ha costruito un laboratorio per studiare la SARS e l’Ebola a Wuhan”, si legge in un articolo del 23 gennaio, giorno in cui per la prima volta Pechino impone un lockdown agli undici milioni di abitanti della metropoli. L’epidemia in quelle ore già preoccupa e non poco ed è impossibile non notare la presenza, nella città del primo focolaio, di un avanzato laboratorio di biosicurezza. Quest’ultimo ha aperto i battenti nel 2015 anche con contributi francesi. Ma su un origine del virus diversa da quella naturale nessuno scommette veramente, almeno per due motivi. In primis perché la teoria del laboratorio viene fatta propria soprattutto da gruppi complottisti, i quali parlano apertamente di un’arma batteriologica diffusa da Pechino o comunque creata artificialmente. Circostanza questa esclusa da subito dalla scienza. In secondo luogo perché ad avanzare dubbi sulle responsabilità cinesi per tutto il 2020 è stata negli Usa l’amministrazione guidata da Donald Trump, da sempre su posizioni politiche divergenti con Pechino.

Dalla Casa Bianca, è bene sottolineare, nessuno ha mai parlato di una creazione artificiale del virus. Questo però non ha escluso la possibilità di un “incidente”. Oggi il quadro è diverso. Proprio la teoria dell’incidente potrebbe rendere più scientificamente valida la teoria della diffusione del virus dal laboratorio di Wuhan. Inoltre a Washington a gennaio si è insediato Joe Biden quale nuovo presidente. Le sue posizioni sono più morbide rispetto alla Cina, eppure a maggio ha espresso la necessità di proseguire con le indagini sulle origini dell’epidemia: “Non ci sono informazioni sufficienti per appurare le origini del virus”, ha dichiarato il presidente Usa. Vuol dire quindi che la Casa Bianca anche oggi non esclude alcuna ipotesi.

Quei medici del laboratorio che nel novembre 2019 hanno chiesto assistenza medica

A gettare ulteriore credito alla teoria relativa al laboratorio, è un rapporto dell’intelligence Usa a cui fa riferimento un articolo del Wall Street Jornal datato 23 maggio. Dagli stralci del documento emerge la convinzione, da parte dei servizi segreti statunitensi, di almeno tre ricercatori del laboratorio di Wuhan risultati malati nel novembre 2019. I tre avrebbero chiesto assistenza medica per sintomi riconducibili ad un’infezione da Sars Cov 2. Un’informazione in grado di alimentare le speculazioni sulla connessione tra i primi focolai del virus e la presenza a Wuhan del laboratorio. Sono però gli stessi giornalisti del Wall Street Journal a mettere in guardia da possibili conclusioni affrettate. Non ci sono infatti prove sufficienti per affermare che quei ricercatori fossero realmente malati di Covid, né tanto meno che il contagio sia partito da loro.

Le rivelazioni dell’intelligence Usa, aggiunge poi il Washington Post, non costituiscono la “pistola fumante” sul caso. Costituiscono però un tassello importante che non permette di escludere a priori l’ipotesi di un incidente di laboratorio. Del resto proprio nell’istituto di Wuhan dal 2015 si fanno esperimenti su come dagli animali possa avvenire il salto di specie di importanti virus all’uomo: “Uno scopo nobile – scrive il giornalista Josh Rogin del Post – per prevenire future pandemie. Ma che crea rischi sulla sicurezza di chi lavora nel laboratorio”. In poche parole, non è possibile escludere che durante uno degli esperimenti o durante una fase di ricerca qualcuno nell’istituto di Wuhan possa essersi infettato. Shi Zhengli, una delle più importanti ricercatrici cinesi sul rapporto tra virus e pipistrelli, mesi fa in un’intervista confessa di aver avuto dei dubbi sulle responsabilità del lavoro svolto nel laboratorio di Wuhan, salvo poi dichiarare di poter escludere ufficialmente ogni possibile coinvolgimento della struttura.  

Le indagini al momento senza sbocchi dell’Oms

A dar manforte alla teoria dell’incidente di laboratorio anche le includenti inchieste dell’Oms. A marzo un team dell’agenzia è stato a Wuhan per indagare sull’origine del primo focolaio di Sars Cov 2. Due mesi dopo è stato pubblicato un rapporto secondo cui è impossibile al momento con certezza stabilire la causa della diffusione del virus. Tuttavia l’ipotesi più accreditata ha riguardato quella di un salto di specie reso possibile grazie al consumo di alcuni alimenti infetti congelati. Si è escluso quasi categoricamente l’incidente nell’istituto di Wuhan. Questo però paradossalmente ha alimentato maggiori sospetti. L’Oms infatti è ritenuta politicamente molto vicina a Pechino, il suo stesso segretario, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è considerato un uomo eletto soprattutto per volontà cinese: “Adhanom è un biologo quasi sconosciuto alla scienza voluto dai cinesi e che ha sempre giustificato l’operato di Pechino”, ha dichiarato su InsideOver il 9 novembre scorso Giorgio Palù, attuale presidente dell’Aifa.

Da qui la poca credibilità data nel mondo scientifico al rapporto dell’Oms. Anzi, il 14 maggio sulla rivista Science, un gruppo di 18 esperti ha pubblicato forti perplessità sulle conclusioni stilate dall’Agenzia: “La ricerca è stata costruita sulla base dei dati forniti dagli scienziati locali – si legge – gli altri non hanno avuto accesso diretto agli accertamenti sul campo. Inoltre, nonostante non ci siano prove in un senso o nell’altro, il rapporto è estremante sbilanciato. Su 313 pagine, solo quattro sono dedicate all’ipotesi di un incidente in laboratorio; tutto il resto esplora la possibilità di una trasmissione tra animali e uomini”. É stato quindi chiesto di approfondire le indagini. Una volontà ribadita ancora da Biden e da altri attori internazionali, quali l’Unione Europea e almeno 13 governi. Fin quando non sarà possibile scartare una delle ipotesi, tra cui quella relativa al laboratorio, non si potrà avere alcuna certezza sull’origine del contagio.

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