“piango-per-l’ucraina,-ma-neppure-li-sono-santi”,-intervista-a-edith-bruck

“Piango per l’Ucraina, ma neppure lì sono santi”, intervista a Edith Bruck

Le sue riflessioni nascono da un vissuto personale e storico che passa da una adolescente sopravvissuta ai lager nazisti ad una donna che con uno straordinario talento da scrittrice riesce a ravvivare la candela di una memoria storica che si vorrebbe consumata nell’oblio. Di origine ungherese, Edith Bruck è nata in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen.

Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio, approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. Nei suoi libri ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue.

Siamo ormai a quasi 100 giorni dall’inizio della guerra in Ucraina. C’è il rischio di un’assuefazione e di una caduta d’interesse verso una tragedia che continua a svolgersi nel cuore dell’Europa?

I sentimenti sono molteplici e a volte contraddittori. Mi pare d’intendere che ci sia sempre più gente contraria alle armi, e questo è un bene. Perché cresce la consapevolezza che le armi non sono la soluzione ma il problema. Perché le armi servono per uccidere e non per accarezzare.

Questo è il sentimento positivo. E quello negativo?

È il distacco. L’allontanamento. Prendere le distanze, anzitutto sul piano emozionale, per controllare e placare le nostre ansie quotidiane. Ma questo distacco è la cosa peggiore che può esserci. Perché meno vuoi vedere e forse il peggio può accadere. Scatta una sorta di autodifesa psicologica, che m’importa, che si ammazzino tra loro, tanto non ci riguarda…E invece purtroppo ci riguarda eccome.

Signora Bruck, pensando anche alla sua esperienza di vita, le chiedo: si può convivere con la guerra, finendo per considerarla una “compagna di vita”?

No. Non si può. La guerra logora, distrugge i sentimenti. Per questo dobbiamo partecipare, come individui e come collettività, ad un’azione contro le guerre. Perché tutte le guerre ci riguardano, non soltanto quella che è dietro la porta. Può sembrare che le guerre più lontane non ci tocchino. E invece non è così. Perché anche quelle guerre lontane e colpevolmente ignorate, invadono i nostri sentimenti, scavano nel profondo della nostra psiche e impattano anche con la materialità della nostra vita.

Tutte le guerre ci riguardano, lei dice. Ma non ha l’impressione che si stia determinando una sorta di gerarchizzazione degli orrori, per cui vi sono dei morti che contano meno di altri?

Ma noi anche nell’accoglienza siamo razzisti. Gli ucraini sono accolti come il messia mentre quelli che vengono verso di noi da Paesi lontani, si sente dire, senza ombra di vergogna: che affoghino tutti… Non c’importa niente di loro. Alzano muri, fili spinati. Alzano barriere di odio non solo materiali ma culturali. L’altro da sé viene narrato come minaccia, come un nemico invasore. Guai se arrivano quelli dell’Africa, con la pelle nera. Se poi sono pure musulmani… Siamo razzisti nel profondo. I bambini possono pure essere accolti, basta che siano bianchi e con gli occhi azzurri. Mentre si combatte in Ucraina, con un interesse mediatico che per quanto affievolito resta comunque alto, nel Mediterraneo si continua a morire nel silenzio pressoché totale dell’informazione e della politica. Quei morti non fanno notizia.

Perché?

Purtroppo siamo abituati, assuefatti a questi disastri. Perché la vita umana oggi non vale niente. Proprio niente. E poi, per tornare sulla guerra, si è immischiata pesantemente l’America, l’Europa stessa. Altra benzina sul fuoco. E questa è una tragedia. La guerra è diventata anche un affare. Lascerà miseria per tanti e ricchezza per pochi. Si va avanti ciecamente. Perché l’uomo è cieco e non imparerà mai. Ma all’ingiustizia non ci si deve assuefare. Io non ammetto e a 90 anni continuo a indignarmi e a ribellarmi quando leggo che si lasciano affogare o morire di freddo i migranti.

Si ripete in ogni dove che senza memoria non c’è futuro…

Attenzione però a non violentare la memoria piegandola alle proprie convenienze e necessità.

A cosa si riferisce, signora Bruck?

Penso a Zelensky che ha paragonato la guerra in Ucraina alla Shoah. È un paragone assurdo, improponibile. Guai se qualcuno lo fa…

Perché?

Perché è tutta un’altra cosa. Gli ebrei sono stati perseguitati, distrutti per ragioni razziali. La Shoah è qualcosa che non assomiglia a nient’altro. Una tragica unicità come dice il mio caro amico Primo Levi. Con quell’accostamento, Zelensky ha toppato. E per fortuna che il Parlamento israeliano ha protestato. Io stessa ho protestato per prima con un pezzo su La Stampa. Non scherziamo. Non confondiamo le guerre, gli interessi. Non è che agli ebrei interessavano territori altrui o erano in guerra con fascisti e nazisti. Prendiamo l’Afghanistan, se vogliamo, prendiamo l’Iraq dove la guerra è durata per anni e adesso tutti piangono, e anch’io piango per l’Ucraina. Ma non sono santi neanche loro. Ricordiamoci nel ’41 il massacro di Babi Yar, in due giorni i nazisti sterminarono più di 30mila ebrei. Quando furono invasi dai tedeschi, gli ucraini collaborarono pienamente. In Ucraina furono uccisi 150mila ebrei. Nelle fosse comuni hanno buttato bambini ancora in vita. Anche la sorella di mia mamma è morta così con i suoi figli. Si dimentica tutto, questo è il problema. L’uomo ha una memoria corta, apposta. Non è che non ricorda, non vuol ricordare. Anche dopo la Seconda guerra mondiale, con tutte le sue atrocità, è subito iniziata la rimozione. Si è cominciato a negare, a mistificare, rimuovere. Hanno fatto tutto per appiattire. Si fa sempre la stessa cosa. Perché nessun Paese ha fatto i conti fino in fondo con la propria storia, dopo la Seconda guerra mondiale.

E questo avviene anche oggi?

Il meccanismo è sempre lo stesso. Vedrà, la rimozione avverrà anche con questa guerra. Aspetti quando avrà fine, spero il più presto possibile, e poi cominceranno a seppellire quello che è successo. Pensi all’Ungheria. Era fascista come l’Italia, alleata con i tedeschi. Dopodiché arrivati i russi in Ungheria, erano diventati tutti comunisti, da un giorno all’altro. Il popolo va verso il potere.

Che mondo è quello in cui viviamo oggi?

Un mondo crudele. Senza amore. Un caos completo dove la vita umana non ha valore, come non ha valore il pane. Non apprezziamo quello che abbiamo. Viviamo separati da noi stessi. L’uomo non ama se stesso e quindi è difficile che ami un altro.

Perché se uno afferma che un mondo con più armi è un mondo meno sicuro, viene subito tacciato di essere un utopista illuso… O un povero scemo. Non vede che quelli che dicono anche una mezza parola contro le armi, come ha fatto il Papa, vengono marchiati come filo-Putin. Ma come si può amare o sostenere un uomo come Putin. Non saranno però queste accuse meschine a farmi tacere. Finché avrò forza dirò, scriverò che le armi vanno bandite e che investire in armamenti è investire sulla morte.

Lei insiste molto sull’importanza di comunicare con i più giovani…

Il problema è che i giovani comunicano tra di loro ma non comunicano con i genitori o con i nonni. I nonni non esistono, sono tacitati, non hanno voce. Non vogliono sentirli, sono separati dal consorzio umano. I giovani stanno tra di loro a cazzeggiare e non hanno neanche molti rapporti con i genitori. Infatti i genitori non conoscono il proprio figlio. Poi improvvisamente scoprono che è un assassino, per dire. Lei mi chiede cosa vorrei dire oggi ai giovani. Beh, direi loro quello che ho provato a spiegare quando, in questi 60 anni, sono stata invitata a parlare nelle scuole. Che la vita è la cosa più preziosa. E poi che non esistono guerre giuste. La guerra è in sé una tragedia, un crimine.

Questa è una via senza uscita o c’è ancora spazio per la speranza?

Guai se non ci fosse la speranza. Io costruisco la speranza anche nei momenti più bui nella vita come nei campi. Ho trovato cinque luci nei campi e questo mi ha aiutato ad andare avanti e avere fiducia nell’umanità e dire ma che bello è il mondo, che bella è la vita. Non possiamo vivere senza speranza. Basta uno sguardo, un gesto nelle circostanze più terribili, e questo ci dà una speranza nel futuro. Ti riempie di luce. Una volta, un soldato tedesco, che faceva il cuoco nel campo, mi ha chiesto “come ti chiami?”. Era il miracolo. Perché voleva dire che tu esisti, in qualche maniera, anche se eri lì calva, a piedi nudi. Nel chiedermi come mi chiamavo, voleva dire che io esistevo, con un nome. Che io sono. Questo basta per andare avanti.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

© Riproduzione riservata

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.