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Quel “Piano Mattei” per tornare grandi nel Mediterraneo | CulturaIdentità

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Nel suo discorso programmatico per la fiducia al Governo alla Camera dei Deputati il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto citare Enrico Mattei, di cui ricorre oggi il sessantesimo anniversario della morte: lo ha fatto per confermare l’obiettivo di far tornare grande l’Italia nel Mediterraneo, per ragioni geografiche, economiche e politiche – anche di politica internazionale, essendo il nostro Paese il fronte sud della NATO.

Queste le parole con cui la premier ha menzionato il fondatore dell’Eni: ” […] Un grande italiano che fu tra gli artefici della ricostruzione post bellica, capace di stringere accordi di reciproca convenienza con nazioni di tutto il mondo […] Credo che l’Italia debba farsi promotrice di un piano Mattei per Africa, un modello virtuoso di collaborazione e crescita tra Unione Europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub sahariana. Ci piacerebbe così recuperare il nostro ruolo strategico nel Mediterraneo”.

Mattei infatti voleva sviluppare il potenziale africano invitando i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente a ribellarsi alla povertà e a quello che potremmo definire l’aiuto non richiesto per farsi spiegare come sfruttare il loro potenziale di crescita economica. Tu chiamalo sovranismo se vuoi: economico ma anche energetico. Sappiamo come è andata a finire: oggi 27 ottobre scorso sono passati 60 anni dalla sua misteriosissima morte.

Messi alle strette dalle sanzioni energetiche alla Russia siamo alla ricerca di canali di approvvigionamento alternativi a quelli che fino a ieri ci forniva l’Orso bianco. Adesso Eni diversifica le importazioni, in Algeria, Congo e Nigeria, trattando anche con Gerusalemme per il gas (soluzione ideale: il gasdotto Eastmed che da Israele arriva in Puglia passando per Cipro e Grecia).

Però, però: 73 anni fa veniva scoperto a Cortemaggiore in Emilia il primo giacimento di metano e petrolio in Europa. A Cortemaggiore, vicino a Piacenza, in una perforazione di quell’ENI allora presieduta da Enrico Mattei, si scoprì il primo giacimento profondo di metano contenente petrolio dell’Europa. Grazie all’abilità di quel manager, la scoperta ebbe un grande impatto mediatico e Cortemaggiore si ritrovò sotto l’attenzione di tutti i giornali, mentre il petrolio estratto venne utilizzato per produrre una benzina chiamata appunto Supercortemaggiore.

La scoperta del “petrolio made in Italy” (per sostenere la sua politica imprenditoriale finanziò l’apertura di un quotidiano allora assolutamente innovativo, Il Giorno) spinse Mattei a lavorare per un grande obiettivo politico ed economico, che oggi a distanza di settant’anni suona drammaticamente attualissimo: l’autonomia energetica dell’Italia.

Ma le “sette sorelle”, come Mattei chiamò quelle compagnie petrolifere mondiali (Exxon, Mobil, Texaco, Standard oil of California, Gulf, Shell e British petroleum) che avrebbero dominato per fatturato la produzione petrolifera mondiale almeno fino alla crisi del 1973, non presero affatto bene questo modo di autonomia energetica dell’Italia.

Ma una notte la storia ebbe fine, quando l’aereo privato di Mattei esplose nel cielo sopra Bescapé in provincia di Pavia. Il velivolo del manager era partito da Catania con Mattei, il pilota Imerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale per arrivare a Milano, ma prossimo a Linate precipitò: i testimoni parlarono di “una fiammata improvvisa”.

Parve fin da subito evidente che quell’incidente non fosse un incidente ma un attentato, che tra l’altro impedì a Mattei di chiudere un accordo di produzione con l’Algeria contrastante con gli interessi delle “sette sorelle”.

Qual è la verità del caso Mattei? Pasolini, forse, nella finzione narrativa del suo romanzo incompiuto “Petrolio”, ce ne lasciò una indicando… “casa nostra”, mentre oggi il collaboratore di giustizia Maurizio Avola avrebbe svelato che a mettere la bomba sull’aereo di Mattei sarebbe stata Cosa Nostra (americana).

Di certo, con la sua politica autonoma nell’ENI Enrico Mattei aveva dato fastidio alle suddette “sette sorelle” e pure all’OAS (Organisation de l’Armée Secrète) per il sostegno all’indipendenza algerina (e ora sappiamo perché). Leggete il romanzo di Frederick Forsyth “Il giorno dello sciacallo”, pubblicato nel 1971 e da cui due anni dopo Fred Zinnemann trasse un bellissimo film.

E a proposito di film, una possibile verità, fra le tante verità, ce la diede Francesco Rosi con “Il caso Mattei” del 1972. Mentre due anni fa Federico Mosso (GOG) ci diede un suo contributo con il libro “Ho ucciso Enrico Mattei”.

Sia come sia, il padre dell’ENI ci aveva giusto. Idem per il progetto di sviluppo del continente africano, quel “Piano Mattei” citato dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con cui ha voluto auspicare un progetto di crescita per l’Africa con effetti economici anche per l’Italia (leggi: stabilizzazione dei flussi migratori ed energetici).

Un risultato che poteva essere raggiunto anche quando il Cav siglò col raìs Gheddafi sotto la tenda del Colonnello a Bengasi il trattato di «amicizia, partenariato e cooperazione» tra Italia e Libia per ridurre il numero dei clandestini che giungevano sulle nostre coste e disporre anche di «maggiori quantità di gas e di petrolio libico, che è della migliore qualità». Poi sappiamo come andò a finire. Ma oggi il Cav ha ripreso un discorso interrotto 10 anni fa rivendicando gli accordi di Pratica di Mare con cui mise allo stesso tavolo USA e Russia, Bush e Putin. Anche questa sembra attualità.

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