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Roberto Rosso torna libero dopo oltre 2 anni, attesa per la sentenza di secondo grado – Il Riformista

Meloni disse di lui: “Voltastomaco”

Tiziana Maiolo — 23 Settembre 2022

Roberto Rosso torna libero dopo oltre 2 anni, attesa per la sentenza di secondo grado

Sei mesi in carcere e poi altri due anni abbondanti ai domiciliari e due giorni fa finalmente libero, Roberto Rosso, ex assessore regionale piemontese la cui sorte politica tramontò con l’arresto il 20 dicembre del 2019 e sfociò in una condanna di primo grado a cinque anni di carcere nel giugno scorso. Che l’ex esponente di Fratelli d’Italia, due volte sottosegretario ed ex enfant prodige della Dc all’età di diciannove anni, non sia un esponente e neanche un fiancheggiatore della ‘ndrangheta lo può certificare non solo il suo avvocato, ma chiunque lo abbia conosciuto. Ma sappiamo come vanno queste inchieste. E quale era il clima quel 20 dicembre 2019, il giorno dopo il trionfo del procuratore Gratteri in Calabria con le centinaia di arresti e l’inizio della persecuzione nei confronti dell’avvocato Giancarlo Pittelli.

Anche Roberto Rosso è un avvocato, ma del nord, di Trino Vercellese. Anche in questo processo gli indizi sono partiti dalle intercettazioni. In campagna elettorale molti candidati si fanno prendere la mano e se sono, come il pm ha definito nel processo Rosso, “ingordi” di voti, possono finire nelle mani di millantatori o, peggio ancora, di mafiosi, che promettono voti. E successo a Milano a un altro assessore regionale, Domenico Zampaglione, che è addirittura finito nelle mani di persone che a un certo punto avevano iniziato a ricattarlo con minacce nei confronti della sua famiglia. È capitato qualcosa di simile a Roberto Rosso. Le cose sarebbero più o meno andate così. Nel 2019 c’erano in Piemonte le elezioni regionali. Roberto Rosso era transitato da circa un anno dal partito di Berlusconi a Fratelli d’Italia. Una conquista che la stessa Giorgia Meloni aveva voluto festeggiare con grande fanfara. E a maggior ragione quando l’avvocato vercellese risultò il primo degli eletti con oltre 4.777 preferenze, che immediatamente monetizzò ricevendo l’incarico di assessore della giunta Cirio.

Un incarico che durerà non più di sei mesi, quando il 20 dicembre dello stesso anno scatteranno le manette e quell’accusa infamante di voto di scambio mafioso con gli uomini della ‘ndrangheta. “Mi viene il voltastomaco”, disse subito Giorgia Meloni, la stessa leader che pochi mesi prima aveva incoronato e premiato il suo candidato. Dalle stelle alla polvere, e il poveretto fu immediatamente espulso dal suo nuovo partito e costretto alle dimissioni da assessore, cui lui stesso aggiunse quelle da consigliere regionale. I suoi interlocutori “sbagliati” si chiamavano Onofrio Garcea e Francesco Viterbo. Le intercettazioni della Guardia di Finanzia avevano accertato che i due avevano chiesto a Rosso 15.999 euro per procurargli voti in ambienti cui lui, introdotto soprattutto nel mondo piemontese degli imprenditori e dei professionisti, non avrebbe potuto accedere senza qualche sostegno più “popolare”. Sempre dalle captazioni telefoniche risultò poi che i due avrebbero accettato di fare uno sconto all’assessore, che avrebbe versato solo 7.900 euro. Anche perché poi, a quanto pare, i voti “popolari” erano solo millantati e non arrivarono mai.

A questo punto bisognerebbe ricordare quella sentenza numero 28 della cassazione che, a sezioni unite, proprio alla fine di dicembre del 2019, aveva stabilito la necessità del dolo per dimostrare che un imputato abbia inteso con il proprio comportamento aiutare un’organizzazione mafiosa. Come poteva Roberto Rosso sapere che i due che gli avevano offerto aiuto in campagna elettorale erano mafiosi? Ed ecco il piccolo colpo di scena. Qualcuno tra gli investigatori aveva scoperto che nel 2012 Roberto Rosso quando era parlamentare aveva firmato un’interpellanza del deputato Pd Vinicio Peluffo in cui tra gli aderenti a una cosca della ‘ndrangheta veniva citato anche il nome di Onofrio Garcea. Una di quelle firme che non si negano a un collega diventa atto d’accusa. E stupisce che un tribunale, che pure ha condannato l’esponente di Fratelli d’Italia a cinque anni contro gli undici richiesti dalla pubblica accusa, non abbia tenuto conto del fattore soggettivo. Del non ricordo. Per la cronaca: il processo di primo grado si è concluso con 16 condanne ma anche 13 assoluzioni, perché, come capita anche al sud, c’è la mafia ma non tutto è mafia. E Roberto Rosso dovrà anche versare 75.000 euro nelle casse di Fratelli d’Italia perché il partito di Giorgia Meloni si è costituito parte civile nei confronti del suo ex enfant prodige.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

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