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Rossana Rossanda, una rivoluzione che inizia dalle parole della politica – Il Riformista

Sono passati due anni dalla morte di Rossana Rossanda, ma ancora continuo a dialogare con lei, a chiederle perché dopo gli anni ‘80 non si è più riconosciuta nell’avvicinamento che, sia pure “non senza imbarazzo”, come scriveva nella Prefazione al libro Anche per me (Feltrinelli 1987), l’aveva portata ad affrontare “qualche problema di politica femminista”. Era cominciato con le conversazioni a Radio Tre per il ciclo “Noi, voi, loro-donna” , ogni martedì dal novembre 1978 al febbrai 1979, sulle parole chiave della politica: libertà, fraternità, uguaglianza, democrazia, fascismo, resistenza, stato, partito, rivoluzione, femminismo. A parlare con lei c’erano “le altre”, le sue “sorelle di sesso”, le uniche, tra i soggetti marginali, che non intendevano sparire e che l’avrebbero costretta ogni volta a toccare “le fonti”, i principi primi del rapporto tra le “acque insondate della persona” e l’organizzazione della società.

Non le era stato difficile allora riconoscere che la “rivoluzione” era già nella portata “eversiva” di una cultura che era una “critica vera, e perciò unilaterale, antagonista, negatrice della cultura altra”. Non la completava, la metteva in causa. “Il movimento più avanzato delle donne, quel femminismo che ha già portato un suo rivolgimento nella coscienza di milioni di donne, sembra aver individuato un terreno di totale rivolgimento, diverso da quello delle rivoluzioni del secolo scorso (…) un terreno sul quale nessuna rivoluzione è arrivata mai (…) È il rivolgimento di quel potere che non sta nel dispotismo del tiranno o nelle leggi dello stato, o nell’arbitrio del padrone, ma nel dominio che da millenni il maschio esercita sulla femmina, e che ha modellato non solo la subalternità della donna, ma la concezione – noi diremmo l’ideologia -, che l’insieme dell’idea di potere degli uomini, la tradizionale sfera politica, porta in sé. (…) Le donne sanno che questa specifica forma di oppressione le fa non solo subalterne, ma in qualche misura simili ai loro oppressori, modellate su di essi; per cui per liberarsi davvero debbono anche liberarsi di quanto nel modo di essere e pensare l’uomo è stinto dentro di loro. Debbono andare insomma a una rivoluzione anche in se stesse, nelle idee, nel costume, a lacerare rapporti affettivi, a cancellare antiche educazioni”.

La politica non era mai stata portata così lontano dai suoi confini millenari, costretta a fare i conti con quella “materia segreta”, “imparentata con l’inconscio”, che sta tra natura e storia, alle frontiere della ragione, sulla linea d’ombra che separa il cittadino dalla “inquietante persona”. Se la donna era stata fino a quel momento un essere definito da altri, una “classe” segnata dalla sua alienazione, dal suo spossessamento, dalla sua riduzione a merce, come poteva – si chiedeva Rossana – diventare il soggetto di una rivoluzione, il principio attivo di una società fondata su altri valori? Ne deduceva era la politica a rivelare in quel momento i suoi limiti, messa in discussione da un nuovi soggetti, “imprevedibili”, sintomo della sua crisi e, al medesimo tempo, embrione della sua ridefinizione. Nel momento in cui diventavano prioritari i rapporti tra persone concrete – le vite e i vissuti personali confinati fino allora nel “privato” e considerati come tali “ non politici” -, a cambiare non era solo l’idea di democrazia e di rivoluzione, ma anche di “libertà”.

“Dunque la libertà è per lei ancora e prima di tutto il ritrovare una identità di essere (…) Esse sanno che la persona resta violata al di là delle dichiarazioni di diritto: dalla miseria, dal comando, dall’ideologia, da quella proiezione dell’oppressore che stinge anche all’interno di noi. È questo senso dell’alienazione dell’io profondo che si esprime nel chiedersi ‘Ma io chi sono?’”. A Manuela Fraire, che le parlava della rivoluzione come “un fare se stessi”, Rossana risponde: “Il dubbio che mi viene ascoltandoti è che per voi la rivoluzione consista in un diverso modo di essere già ora delle persone, dei soggetti sociali, delle figure sociali; tutte più o meno allo stesso grado di importanza, di fronte ad un nemico, che è il potere. Non ci sono più roccaforti da espugnare. La rivoluzione è già più un modo di essere che una lotta per abbattere qualcosa”. La difficoltà di Rossana non è stata quella di riconoscere la portata rivoluzionaria del movimento delle donne, la “dimensione immensa” che sta nella “identità di sesso”, ma di vedere lucidamente i rischi di una rivoluzione che, muovendosi tra l’ “estrema privatezza” e l’ “estremo generico pubblico”, avrebbe finito per diventare “infinita e inafferrabile”, e perciò un modo per rinviare lo scontro.

Spingendosi più lontano di altri movimenti, il femminismo sarebbe andato incontro all’isolamento, al ripiegamento in se stesso e alla frammentazione. Una visione lucidamente e purtroppo tristemente profetica di divisioni che avrebbero in seguito indebolito la forza collettiva degli anni ‘70, ma anche la difficoltà di Rossana a fare propri i tempi lunghi di una pratica che pretendeva di addentrarsi nei problemi della vita personale, “fino alla sfera dell’inconscio”. Se la libertà per le donne voleva dire, prima di tutto, vincere le “illibertà” che si portano dentro, era chiaro che i tempi per questa riappropriazione e modificazione di sé sarebbero stati lentissimi, così come sarebbe stato difficile, per la politica, acquistare immediatezza e umanità senza “atomizzarsi nella pura cerchia della persona”. Di qui la delusione di Rossana: “Da quando il femminismo mi ha dispiegato il senso della condizione di donna, lo sdoppiarsi dell’esperienza mi è parso una miniera; nessun contraddizione è rimasta al posto in cui era. E ho sperato che questa presa di coscienza di noi cadesse, per così dire, con tutto il suo peso dentro il mondo, personale e pubblico dell’uomo, accelerando e problematizzando tutti i processi di scomposizione dei poteri. Dando e ricevendo ‘più senso’”.

Il timore, non del tutto infondato, era che una volta raggiunti alcuni obiettivi – dalla sicurezza di sussistenza, alla libertà di parola, cultura, democrazia, ecc. – le donne si sarebbero adattate, e il potenziale eversivo delle loro idee ibernato. A distanza di molti anni, in un convegno che si è tenuto a Padova, per iniziativa di Alisa Del Re, nel maggio 2010, “Donne e Politica Utopia”, Rossana ha creduto di poter dare alle “acque torbide” in cui si era fermata la marea femminista degli anni ‘70, una interpretazione più consona con le categorie note della politica: il ritorno di un movimento nato all’insegna di un processo radicale di liberazione sulle forme di emancipazione che l’avevano preceduto e che aveva criticato. Il consenso alla ristampa del libro Le altre (Bompiani 1979, Feltrinelli 1989, Il Manifestolibri 2021, con presentazione di Lidia Campagnano) non posso che pensare sia stato un atto di affettuosa resa alle mie instancabili insistenze di oltre trent’anni.

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