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Sergio Leone, che con “un pugno di dollari” cambiò il genere western | CulturaIdentità

Disegno: Daniele Folegatti

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Dopo Alida Valli proseguiamo con un’altra icona del cinema italiano, Sergio Leone, il papà dei cosiddetti “spaghetti western”, il Maestro al quale molti si sarebbero ispirati (tanto per citare due nomi: Dario Argento, che collaborò al soggetto di C’era una volta il West e Tarantino). Il ritratto di Sergio Leone lo trovate sul numero di settembre di CulturaIdentità in edicola.

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«Al cuore, Ramon. Se vuoi uccidere un uomo, devi colpirlo al cuore! Sono parole tue, no?»

Il pistolero americano si è di nuovo alzato da terra e ripete a voce alta la sua sfida.

Gli spettatori fissano ipnotizzati il grande schermo sfolgorante di un sole implacabile.

Sollievo e stupore. Non capiscono. Ramon – l’infallibile capobanda messicano – lo ha centrato due volte!

Neppure Ramon capisce. Non può. Non sa. E’ certo di averlo colpito entrambe le volte al cuore, eppure…

Ottusamente, spara ancora col fucile Winchester. Una, due volte.

In sala, ormai tutti sanno che il pistolero si rialzerà. Aspettano solo di scoprire come mai.

«Al cuore, Ramon… Al cuore! Altrimenti non riuscirai a fermarmi.»

Sbigottito, il bandito scruta quel fantasma dal viso di pietra avvicinarsi irridendolo.

Di nuovo, mira convulsamente. Al cuore. Uno, due, tre colpi.

Ramon sorride di caparbia speranza. Il gringo è crollato. Com’era quel vecchio proverbio messicano? Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, quello con la pistola è un uomo morto… Già.

Ma quello con la pistola è già in piedi. Lascia cadere la lastra di metallo nascosta sotto il poncho. È crivellata di colpi. All’altezza del cuore.

Il pubblico torna a respirare, estasiato dal colpo di scena. Si gode la fine dell’uomo col fucile, mentre già desidera tornare a vedere questo stupefacente film western.

La sequenza finale di Per un pugno di dollari di Sergio Leone è fra le più note e iconiche nella storia del cinema.

Questo film ha segnato una svolta nella cinematografia mondiale. Giacché rivelò al mondo il formidabile talento di Sergio Leone e cambiò per sempre il genere western. Lo cambiò anche per gli americani, che ne erano i Maestri.

Per un pugno di dollari si girò nel 1964, esterni in Spagna e interni a Roma, con soli 80 milioni di lire. Leone ebbe l’idea da Yōjinbō – La sfida del samurai del grande regista giapponese Akira Kurosawa, presentato nel ‘61 alla Mostra del Cinema di Venezia. Toshiro Mifune, nelle vesti di un solitario e misterioso ronin, si frapponeva con la sua micidiale katana fra due clan yakuza rivali che vessavano un villaggio.

Anche John Sturges, nel ‘60, si rifece a Kurosawa utilizzando il plot de I sette samurai per il suo kolossal I magnifici sette. Però il film nipponico fu citato nei titoli, evitando il contenzioso che invece subì Per un pugno di dollari quando divenne un impensato successo mondiale.

Per il pistolero senza nome, Leone volle un giovane americano dalla recitazione asciutta e dalle movenze indolenti, protagonista della serie western Rawhide (ricordate la theme song ripresa da Aykroyd e Belushi ne The Blues Brothers?). Era Clint Eastwood, e avrebbe avuto la voce secca e strascicata del geniale Enrico Maria Salerno. Al talentuoso attore italiano Gian Maria Volonté affidò il ruolo di Ramon.

E quando Leone incontrò Ennio Morricone per la colonna sonora, non ricordava che erano stati insieme alle elementari. Un segno del destino? Certo è che le musiche di Per un pugno di dollari sarebbero state essenziali per il successo planetario del film! Così come per ogni altro che il grande maestro avrebbe musicato. Morricone si ispirò alla soundtrack dell’acclamato Dimitri Tiomkin in Sfida all’O.K. Corral di Sturges e Un dollaro d’onore di Howard Hawks, ma ne reinventò il mood. Non più orecchiabili canzoncine, né fuggevoli violini. Con lui la musica diventava coprotagonista! In quelle note c’erano potenza, struggimento, metafora, Èpos! Senza Ennio Morricone, sarebbe stato un film minore.

La première fu il 12 Settembre 1964 a Firenze, col solito trucco degli pseudonimi americaneggianti: Sergio Leone apparve come Bob Robertson, Morricone come Don Savio, Volonté come John Wells.

Nessuno s’aspettava tanto successo! Ignorato all’inizio dai distributori, il film era adorato dal pubblico che tornava a rivederlo, passando parola. Gli incassi furono mai visti nel cinema italiano. In tre mesi stracciò gli introiti totali de I magnifici sette, e rimase nelle sale fino all’anno dopo quando uscì Per qualche dollaro in più. Idem all’estero. In America incassò 11 milioni di dollari! Nella patria del western il trionfo fu tale che il logoro manierismo del genere cambiò anche lì, a partire da Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah (’69) e Soldato blu (’70) di Ralph Nelson. Tanto che la Paramount chiese a Sergio Leone di dirigere Il Padrino, ma lui rifiutò.

Per un pugno di dollari fu un western rivoluzionario e sarà l’archetipo dei suoi film futuri. Egli infatti stravolse i canoni del genere, tratteggiandolo per primo con acre verismo. Il tutto esaltato da innovative riprese in primissimo piano (spesso incrociate col piano lungo), da tempi dilatati nelle inquadrature a dare solennità e suspense, da lunghe scene senza dialogo.

Al contrario di tanti imbellettati classici d’oltreoceano, case e saloon sono tetri e fatiscenti, i romantici cowboy appaiono miserabili, luridi, brutali. Perfino l’Eroe ha appena un’astuzia volpina e un casuale barlume di carità.

Per primo, Leone mostra la violenza e le brutture che in realtà avevano permeato il selvaggio West. Il cruento pestaggio di gruppo che sfigura il pistolero non ha precedenti nel western americano. Lo stesso Clint Eastwood riecheggerà la scena nel suo pluripremiato Gli spietati (’92), che poi dedicherà “A Sergio e Don (Siegel)” nei titoli di coda.

Questa rivoluzione dei canoni si riverbererà in tutte le cinque opere successive, dove Leone padroneggia grandi budget e star come Henry Fonda e Robert De Niro. Così mutò un buono per antonomasia come Fonda nello spietato assassino del monumentale C’era una volta il West (’68); mentre De Niro, nell’ultimo C’era una volta in America (’84), non sarà uno dei famosi criminali dei gangster movie americani, bensì un oscuro contrabbandiere di liquori durante il proibizionismo, un perdente dal buffo soprannome: Noodles (un piatto ebraico).

Sergio Leone rimane, quindi, uno dei cineasti più rilevanti e autorevoli nella storia del cinema. Da Per un pugno di dollari in poi, i suoi film – presto o tardi – sono stati considerati dei capolavori dalla critica e adorati dal pubblico di tutto il mondo. Ma, anzitutto, è l’unico regista italiano che abbia sfidato sul loro terreno gli americani, dimostrando ai signori e padroni del grande cinema popolare di saperlo fare altrettanto bene. Anzi, meglio.

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