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Si va verso un Israele senza Netanyahu?

Dopo 13 anni di governo ininterrotti, Benjamin “Bibi” Netanyahu potrebbe dover abbandonare il ruolo di premier di Israele, lasciando una carica per la quale sino a qualche giorno fa sembrava non avere contendente alcuno. Nelle ultime ore, infatti, si è fatta sempre più percorribile la strada che porta all’accordo sul “governo del cambiamento” (già definito però anche come accordo anti-Netanyahu) tra il leader degli ultranazionalisti Naftali Bennett e il principale portavoce dell’attuale opposizione Yair Lapid. E all’interno della coalizione, inoltre, dovrebbero rientrare anche le forze di minoranza del Knesset, inclusa quella islamica guidata da Mansour Abbas. Netanyahu ha già bollato la possibile intesa come “la frode del secolo”, in riferimento al fatto che il leader di Yamina ha firmato un impegno poco prima delle elezioni del 23 marzo che non avrebbe permesso a Lapid di diventare primo ministro, nemmeno a rotazione. “Non c’è una persona nel Paese che avrebbe votato per te se avesse saputo” cosa aveva in mente, ha detto Netanyahu, citato dai media locali. Il premier ha accusato l’ex alleato di voler diventare “primo ministro a tutti i costi”.

Riunendo dagli otto ai tredici partiti, come riportato dall’Agi la formazione così creata è in grado di superare la soglia di sbarramento (61 seggi) del Knesset per creare una maggioranza di governo e appropriarsi in questo modo anche della leadership governativa, con una staffetta tra Bennett e Lapid. E dopo due anni scanditi da ben quattro tornate elettorali, la speranza adesso è che Tel Aviv abbia finalmente un governo stabile e duraturo; ma se sul tema dell’opposizione continua e trasversale a Netanyahu tutte le forze delle passate opposizioni si sono trovate in simbiosi, la possibilità che ciò sia valido anche per governare è tutt’altro che certo.

Il premier lascia un Paese a sua immagine

Chiaramente, 13 anni di governo ininterrotto lasciano un Israele costruito ad immagine e somiglianza di Netanyahu, dando spazio ad una staffetta governativa che si troverà di fronte a ben più di una criticità. Prima tra tutte la pandemia di coronavirus, non ancora sconfitta sebbene fino a questo momento egregiamente contenuta. E seconda, ma non per difficoltà, la complicata convivenza ormai quasi secolare tra la comunità israeliana e la minoranza araba, che da un governo di coalizione all’interno del quale sarebbero presenti sia Bennet che Abbas potrebbero non sentirsi rappresentati (se non addirittura offesi).

Logico, per riuscire a conquistare il posto di Netanyahu era scontato che qualche compromesso andasse fatto. Anche perché, nonostante le accuse che pendono sulla sua persona, la fama e la stima di cui nutri Bibi all’interno del mondo israeliano è ancora ineguagliabile dal resto del ceto politico. Tuttavia, le grandi differenze che separano le varie forze della coalizione potrebbero essere ben più che un semplice ostacolo di percorso da superare e potrebbero, paradossalmente, generare un’incertezza politica ancora superiore rispetto a quella vissuta negli ultimi anni.

È possibile un Israele senza Netanyahu?

Immaginare Tel Aviv guidata da una persona diversa da Netanyahu, al giorno d’oggi, se non impossibile sembra quanto meno difficile. Non tanto per via della sua figura, bensì per il modo nel quale è stato in grado di traghettare il Paese in mezzo a tutte le crisi che lo hanno colpito dallo scorso decennio ad oggi.

Non soltanto la gestione della crisi economica nata da quella americana dei subrime del 2008 e della pandemia di coronavirus, ma anche la gestione delle criticità interne e delle tensioni con il resto del Medio Oriente sono state il suo biglietto da visita. E proprio queste sue capacità, forse, sono state quelle che lo hanno messo in corsa ancora a questa tornata elettorale, nonostante le accuse sempre più pesanti dirette nei suoi confronti e dalle quali, in caso di mancata conferma a premier del Paese, si troverebbe a questo punto costretto ad affrontare in tribunale.

In questo scenario, dunque, la sensazione è che nonostante le accuse che pendono sulla sua testa Netanyahu sia l’uomo di Israele che più di tutti è stato in grado di interpretare gli squilibri della regione degli ultimi anni, rendendosi al tempo stesso una pedina difficile da sostituire nelle logiche politiche nazionali. E, anche sotto questo aspetto, la sua eredità potrebbe essere davvero difficile da gestire per Bennett, indicato come primo premier nella staffetta concordata con Lapid. Accrescendo ulteriormente quelli che sono i dubbi relativi alla stabilità dell’accordo di governo nazionale.

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