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Sotto la polvere di una tragedia

Questo reportage è tra i vincitori del corso di reportage della Newsroom Academy tenuto da Daniele Bellocchio.

Quando si entra in una mostra d’arte, lo si fa spesso con la consapevolezza che i quadri esposti ci raccontano periodi lontani. Il quadro Maria Maddalena di Artemisia Gentileschi, al contrario, narra di un avvenimento recente: l’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020.

L’esplosione

Verso le 17:40 del 4 agosto 2020, una grande colonna di fumo si innalza dal porto della città di Beirut, capitale del Libano. In uno dei suoi depositi è scoppiato un incendio. Alle 18:08, la città viene scossa da una delle esplosioni non-nucleari più grandi mai registrate nella storia. Del porto rimane un cratere, vetri, pareti e tetti vengono danneggiati nel raggio di 5 km, l’esplosione viene addirittura percepita fino a Cipro, a 200 km di distanza. Nella deflagrazione perdono la vita 218 persone, tra le quali i pompieri chiamati a combattere le fiamme. 7.000 persone vegono ferite gravemente e più di 300.000 rimangono senza una casa.

Nei giorni successivi si scopre la causa dell’esplosione: 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, confiscate da una nave mercantile nel 2014, erano state lasciate nel porto: avrebbero dovuto essere depositate lì solo temporaneamente, in attesa di trovare una sistemazione definitiva. Oltre al costo umano, l’esplosione distrugge case, scuole, musei, edifici storici e culturali.

Tra questi anche il Palazzo Sursock-Cochrane, residenza della famiglia Sursock, all’interno del quale, al momento dell’esplosione, si trovano due dipinti di Artemisia Gentileschi, appartenenti alla collezione privata della famiglia: “Maria Maddalena” e “Ercole e Onfale”.

“Nel corso delle ricerche per la mia tesi magistrale, avevo attribuito i due dipinti ad Artemisia Gentileschi, ma chi è che avrebbe ascoltato un neolaureato ventenne? Mi avrebbero deriso.”, racconta Gregory Buchakjian, artista e studioso di storia dell’arte libanese.

La storia dell’identificazione di questi quadri, risale infatti agli anni ’90. In quel periodo, come parte della sua tesi di magistrale, Buchakjian aveva cercato di catalogare e identificare i quadri appartenenti alla collezione privata della famiglia Sursock, tenuta all’interno del palazzo residenziale.

“Sapevo che i dipinti erano di origine napoletana. La mia supposizione era che fossero stati portati dall’Italia verso la fine dell’800, in occasione del matrimonio tra l’italiana Donna Maria Teresa Serra di Cassano e Alfred Bey Sursock.”, spiega Buchakjian.

“Molto probabilmente sono passati per lo stesso porto, dove secoli dopo è avvenuta l’esplosione che li ha danneggiati.”

Per quanto fosse difficile l’attribuzione, non essendoci documentazione adeguata, Buchakjian era certo che i quadri fossero opera di Artemisia Gentileschi. Ma la conferma definitiva è arrivata appena trent’anni dopo, a ridosso dei tragici fatti il 4 agosto 2020.

“Sono entrato nel Palazzo Sursock una settimana dopo l’esplosione. Nessuno aveva toccato nulla, era come se si fosse fermato il tempo”,  racconta Buchakjian. “Le fotografie diffuse dai notiziari non rendono giustizia a quello che era lo stato reale del Palazzo e della città.”

Buchakjian è entrato nella residenza dei Sursock, accompagnato da due colleghi, Camille Tarazi e Georges Boustany, per valutare lo stato dell’edificio e delle opere della collezione. Al loro arrivo, l’artista ricorda di avere ritrovato la famiglia Cochrane-Sursock in un profondo stato di choc, incapaci persino di parlare. Lady Cochrane, figlia di Alfred Bey Sursock e Donna Maria, gravemente ferita dall’esplosione, è morta poco dopo, il 31 agosto 2020, all’età di 98 anni. Con i padroni di casa calati nel silenzio, Buchakjian inizia un difficile compito: salvare le tele.

“Mi muovevo per il Palazzo come se fosse casa mia. Ero munito di fotocamera, un metro e un taccuino. Sapevo solo di dover creare un inventario delle opere. È qui che è riemersa la questione dei due quadri di Artemisia Gentileschi.” I quadri della collezione Sursock realizzati dalla pittrice italiana sono “Ercole e Onfale” e “Maria Maddalena”.

Palazzo Sursock after the explosion, on the left wall the painting “Hercules and Onfale” by Artemisia Gentileschi, Beirut, August 2020 (Photo: Gregory Buchakjian)

Grazie a un articolo riguardante il suo lavoro all’interno del Palazzo, la “scoperta” di Buchakjian ha ricevuto molta attenzione e ben presto la sua attribuzione è stata confermata anche da altri studiosi.

Di uno dei due quadri, però, si erano inizialmente perse le tracce.

“Il primo giorno che sono entrato nel palazzo, l’opera “Maria Maddalena” risultava scomparsa. Era rimasta soltanto la sagoma che aveva lasciato sulla parete. Ai piedi di essa, un cumulo di detriti.”, è così che Buchakjian capisce, che l’opera si trovava sotto le macerie.

“I pezzi di vetro, legno e soffitto erano incastrati uno nell’altro. Temevo che quel fragile equilibrio sarebbe crollato a momenti, danneggiando ulteriormente il quadro. Tirarlo fuori da quei detriti fu una decisione di pochi secondi. Dovetti staccarlo dalla cornice originale, rimasta incastrata a una trave. È un miracolo che la tela fosse in condizioni così buone”.

In effetti, l’opera risulta molto meno danneggiata rispetto a “Ercole e Onfale”. Questa, infatti, presenta danni maggiori, tra i quali un largo strappo nella tela, che hanno reso il suo trasporto temporaneamente impossibile. “Maria Maddalena”, invece, ha preso la via dell’Italia per il restauro.

The painting “Hercules and Onfale” damaged by the explosion, Beirut, August 2020 (Photo: Gregory Buchakjian)

Il restauro

“Ogni quadro ha una sua storia.”, racconta Andrea Cipriani, responsabile del restauro del quadro. “Io ci penso quando restauro. Chissà cosa ha visto questo quadro, essendo appeso ad una parete, chissà se ha cambiato proprietario e dove è stato. Il quadro della Gentileschi, ad esempio, è partito da Napoli in seguito ad un matrimonio. È stato scelto proprio questo tra altri, per chissà quali motivi, forse affettivi, forse economici.”

Non di tutte le opere però, possiamo conoscere la storia. Di alcune non ci resta che supporre la strada che hanno percorso, come spiega il restauratore, altre vengono perse, ancora prima di arrivare da noi.

“Siamo stati fortunati perché questa opera poteva andare distrutta, come succede a molte altre. Spesso mi capita di immaginare gli accadimenti vissuti dalle opere che restano. In questo caso, ad esempio, mi immagino che, ovviamente in un’esplosione, la prima cosa che uno salva è sé stesso, ma, mentre lascia la casa, riesce a portarsi via tre cose e tra queste c’è proprio questo quadro. Così l’opera arriva a noi, quando, probabilmente, un’altra non ci arriverà mai, perché per un motivo a noi sconosciuto non si è salvata.”

Della “Maria Maddalena”, qualche conferma della sua storia arriva proprio tramite l’intervento di recupero. Il primo passo è il restauro conservativo, come spiega Cipriani, anche noto come restauro strutturale. Questo include, tra l’altro, lo smontaggio del dipinto dal telaio e la rintelatura, il risanamento e la sutura degli strappi.

È nel corso di questa prima fase dell’intervento che il restauratore ha potuto scoprire un dettaglio che altrimenti sarebbe rimasto nascosto: durante lo smontaggio del dipinto dal telaio, ha rinvenuto delle piccole schegge di vetro. “Molto probabilmente una testimonianza dell’esplosione che ha investito il luogo dove si trovava il quadro”, spiega Cipriani.

Al restauro conservativo è seguita la pulitura che ha permesso il ritrovamento dei colori originali. Come racconta il restauratore, però, “dal punto di vista tecnico non c’era molto da scoprire. I pigmenti e la tecnica utilizzati dalla Gentileschi erano già noti e coincidevano con quello che risultava dall’analisi del quadro.”

A glass fragment found during the restoration of the painting, Florence, 2022 (Photo: Andrea Cipriani)

Il restauro estetico, che include anche il ritocco pittorico, è invece completamente reversibile. “Questo processo non deve essere invasivo e dev’essere compatibile con i materiali originali dell’opera. Se tra qualche secolo un altro restauratore dovesse lavorarci, basterà usare un leggero solvente, per cancellare il mio intervento e riportare alla luce lo stato originale del quadro.” Infatti, la finalità del restauro è quella di ridare all’opera un’uniformità e una godibilità dell’insieme.

Cipriani lavora come restauratore da 30 anni, collaborando insieme a altre quattro persone nel suo laboratorio a Firenze. “Il mio lavoro è quello da tramite, sono un tramite tra un periodo della storia di un’opera e un altro.”

Nel caso della “Maria Maddalena”, non è però solo il restauratore a fare da tramite, bensì è il quadro stesso che, nel suo stato danneggiato, ha reso tangibile una tragedia. Portando con sé una piccola testimonianza di quella che è stata la distruzione vissuta durante il 4 agosto.

Il Libano adesso

Le tracce dell’esplosione sono state cancellate dalla superficie della “Maria Maddalena”. Sulla popolazione libanese, invece, le conseguenze di quel giorno pesano tuttora.

“Il porto è nelle stesse condizioni del giorno dell’esplosione. Ho portato lì mio cugino in visita dalla Francia. È rimasto traumatizzato, tanto quanto i testimoni diretti.”, racconta Jana Mahmoud, studentessa alla Lebanese American University di Beirut.

“Il 4 agosto mi trovavo a casa. Vivo in montagna, ma l’esplosione l’ho percepita lo stesso. Ho iniziato a scrivere ad amici per capire se fossero vivi. L’incertezza è stata la cosa peggiore. Le notizie in Libano circolano lentamente e ci sono volute ore prima di scoprire cos’era successo”.

“La gestione degli sfollati poi, è stata vergognosa. Il governo è intervenuto appena il giorno dopo. Le persone che avevano appena perso casa, parenti e amici, sono state costretta a passare la notte per strada. Chi aveva la possibilità era sceso in città ad aiutare, dando acqua e cibo a chi aveva appena perso tutto.”

Il 10 agosto, il governo, accusato di essere il responsabile dell’esplosione, perché a conoscenza del carico di nitrato di ammonio, si è dimesso. 13 mesi dopo, il 10 settembre 2021, è stata finalmente annunciata la formazione di un nuovo governo. “Noi non abbiamo un governo, un governo è formato da persone buone, ma queste non sono persone buone. Non gli importa se più di 200 persone sono morte per colpa loro.”, Jana Mahmoud.

La speranza in un cambiamento politico però rimane bassa. Il 15 di maggio si sono tenute le elezioni in Libano, ma il settarismo che divide i libanesi per credo e partito politico è ancora troppo radicato nella popolazione e tutto rende impossibile un vero cambiamento.

“Li stanno spaventando di nuovo con l’incubo della guerra civile, dicendo che se non manteniamo l’ordine creato con il settarismo, ritorneremo a combatterci per strada. La realtà però è che attualmente stiamo peggio che durante la guerra civile.”, così sempre Jana, riferendosi alla crisi economica nella quale sta sprofondando il paese.

Proteste contro il governo nell’agosto del 2020

Il debito pubblico libanese ha toccato 175% del PIL nel 2021, con alcune stime che arrivano al 495% del PIL. La lira libanese continua a svalutarsi, con il tasso di cambio lira libanese verso dollaro che a gennaio 2022 ha raggiunto il picco di 32.000 lire per dollaro.

Un chilo di pane, che nel 2019 costava 1.500 lire, ora ne costa 13.000.

Se, quindi, il restauro del dipinto di Artemisia Gentileschi rappresenta un piccolo passo verso il ritorno alla normalità per una famiglia, non si può dire lo stesso per i libanesi che restano imprigionati in un’amara realtà.

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