“Stop” alla guerra in Iraq? Cosa sta succedendo alla Casa Bianca

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Una decisione che potrebbe essere una vera e propria svolta nella storia recente degli Stati Uniti e del Medio Oriente. Nel vertice che si tiene oggi alla Casa Bianca tra il presidente Joe Biden e il premier iracheno Mustafa al-Kadhimi, dovrebbe infatti arrivare l’annuncio della fine delle operazioni militari statunitensi in Iraq per un graduale ritiro da completare definitivamente nei prossimi anni.

La notizia, circolata in questi giorni in diversi media, dovrebbe essere confermata nell’incontro di Washington. I militari Usa rimarrebbero in numero ridotto solo con compiti addestrativi, mentre cesserebbe (sulla carta) qualsiasi impegno sul campo di battaglia.

Per gli Stati Uniti e l’Iraq la decisione può essere molto importante. Dal punto di vista di Baghdad, è chiaro che l’immagine di un premier che firma la fine delle operazioni statunitensi nel Paese non può che rafforzarne la leadership. In un sistema politico così complesso come quello iracheno, la cessazione formale delle missioni operativa americane avrebbe quasi il sapore di una vittoria. O quantomeno della fine di una guerra che ormai da quasi due decenni vede gli uomini del Pentagono colpire in territorio iracheno.

Dal punto vista americano, la questione si inserisce in un momento di grande cambiamento nei rapporti tra la Casa Bianca e gli impegni delle forze armate. Biden non troverà grandi ostacoli politici sulla scelta di siglare questo nuovo accordo con il governo iracheno. Come spiegato da Vincenzo Nigro per la Repubblica, la situazione è ben diversa da quella che sta sconvolgendo l’Afghanistan. Questa differenza sostanziale tra i due scenari comporta anche una diversa percezione del ritiro: questa volta visto come il termine naturale di una missione e non come l’accettazione di una clamorosa sconfitta. Biden rimarrebbe così nel solco del suo predecessore, Donald Trump, che aveva l’obiettivo di porre fine alle cosiddette “endless wars”, le guerre “infinite”. Il ritiro dai teatri in cui le truppe americane combattono ormai da decenni è un tema che accomunerebbe quindi le due amministrazioni.

L’azione di Biden si concentra quindi sulla rimodulazione dell’impegno statunitense in Medio Oriente. Non significa abbandono, questo è chiaro. Restano le basi nei Paesi del Golfo, in Turchia, l’asse con Israele. E le basi in Iraq rimarranno per i militari che stazioneranno lì insieme a qualche centinaio di britannici con compiti di addestramento. Tuttavia, un patto che prevede la fine delle missioni in combattimento indica in qualche modo il desiderio di evitare un’ulteriore dispersione di forze e soldi in un rivolo di impegni che Washington non può continuare a sostenere. Gli obiettivi Usa a Baghdad si sono concentrati negli ultimi tempi sul limitare la rete iraniana nel Paese e bloccare il ritorno dello Stato islamico. L’Isis non sembra più una minaccia tale da giustificare la presenza di truppe pronte all’azione. Mentre per quanto riguarda l’Iran, nonostante la recrudescenza di attacchi contro le basi americane e il sostegno di molte milizie alla causa della Repubblica islamica, il premier al Khadimi sembra orientato a trovare una soluzione che eviti che il Paese passi nell’orbita di Teheran. E anche sul fronte sciita, va registrato, come ricorda Agi, l’ammorbidimento delle posizioni di Moqtada al Sadr.

Non esiste ancora una road-map chiara sul futuro coinvolgimento americano nel Paese. Difficile capire cosa accadrà soprattutto dopo il drammatico ritiro dall’Afghanistan e le notizie sull’avanzata talebana. Gli Stati Uniti sembrano però tornati a giocare una partita realista, provando a concentrare gli sforzi su altri fronti di guerra ed evitando il rischio di perdere uomini in guerre che il popolo (e l’elettorato) considera ormai lontane nel tempo e nello spazio.