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Storie di santi vescovi e visite alle diocesi. Quando la pastorale non era solo una parola – Aldo Maria Valli

di Rita Bettaglio

“Si comanda ai vescovi che visitino la loro greggia, che l’ammaestrino, la raddrizzino, la consolino. Se io sto tutto l’anno in orazione e digiuno tutta la mia vita e non fo questo, io mi danno”.

Così si esprimeva san Francesco di Sales, il santo vescovo di Ginevra, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, titolare di una diocesi in cui era rischioso anche solo metter piede per la violenza degli eretici calvinisti. Eppure egli, opportune et importune, fu instancabile e, a dorso di mulo, col caldo, il gelo, la pioggia e la neve visitava e confortava le anime a lui affidate, inerpicandosi anche sui cocuzzoli delle montagne.

Suo grande modello era il santo vescovo di Milano, Carlo Borromeo (1538-1584). Questi trascorse molta parte della sua breve vita nelle visite pastorali nella diocesi e, come delegato apostolico, in quelle vicine. Questi viaggi pastorali, in cui egli mai si risparmiò, attuati coi mezzi del tempo, consumarono il suo fisico. Il 2 novembre 1584 il cardinale Borromeo, di ritorno da una visita pastorale sul Lago Maggiore, scendendo per il Naviglio Grande, febbricitante, dovette sostare a Cassinetta di Lugagnano per poi spirare la sera del giorno 3 a Milano, a soli quarantasei anni.

“Poco dopo la chiusura del Concilio di Trento (3 dicembre 1563) e precisamente il 22 giugno 1566, iI cardinale Carlo Borromeo emanò il primo editto per l’indizione della Visita Pastorale nella diocesi di Milano; il 25 giugno iniziò il primo ciclo con la visita alla Metropolitana. Il 2 febbraio 1577 emanò un nuovo decreto per la Visita Pastorale; era appena cessata la peste quando egli iniziò il secondo ciclo delle Visite. Il Borromeo compì almeno due volte la Visita Pastorale a tutte le parrocchie della diocesi; quando gli parve necessario ritornò più volte a cavalcar per valli, per colline e per i sentieri montani allo scopo di rivisitare le popolazioni che ovunque l’accoglievano con molto entusiasmo” [[1]].

Il Concilio di Trento, nella XXIV Sessione, nel 1563, aveva stabilito l’obbligo per il vescovo di visitare l’intera diocesi ogni anno, in massimo due anni, anche con l’aiuto di con-visitatori.

Il Can. III della Sessione XXIV prescrive infatti: “I patriarchi, i primati, i metropoliti e i vescovi non manchino di visitare personalmente la propria diocesi; se ne fossero legittimamente impediti, lo facciano per mezzo del loro vicario generale o di un visitatore”. Prosegue poi con istruzioni dettagliate e chiarissime: “Facciano in modo di non esser di peso e di aggravio a nessuno con spese inutili; e non prendano nulla, né essi, né qualcuno dei loro, come diritto di visita, anche per visite a legati per usi pii, fuorché quello che è loro dovuto di diritto per lasciti pii, o per qualsiasi altro titolo, né denaro, né regali di qualsiasi genere, anche se in qualsiasi modo vengano offerti, non ostante qualsiasi consuetudine, anche immemorabile”. Evidentemente il Sacro Concilio conosceva le debolezze umane e si premurava di normare, e quindi aiutare con carità e zelo per le anime di tutti1538-1584).

Detto inter nos, leggendo i documenti del Concilio tridentino, dove nulla è lasciato all’interpretazione e tutto è tomisticamente chiaro, comincio a capire perché i suoi decreti siano fumo negli occhi per alcuni. Lo stesso dicasi per la Messa tridentina.

Esistevano poi le visite vicariali, eseguite dal vicario foraneo, e quelle apostoliche, eseguite da un incaricato del Papa. Queste ultime dovevano esaminare anche l’operato del Vescovo oltre che lo stato della diocesi.

San Carlo Borromeo, san Francesco di Sales e, non ultimo, il beato cardinale Schuster profusero le loro energie in questa venerabile pratica. Che cosa li spingeva, al di là del dettato di legge? L’amore per il popolo cristiano, la sollecitudine per le anime, la pena di vedere il gregge minacciato e ghermito dai lupi, il santo timor di Dio che un giorno chiederà conto non solo delle opere ma anche delle omissioni. In quel giorno, come dice lo splendido Dies irae, quidquid latet apparebit: nil inultum remanebit, ogni cosa nascosta sarà svelata e nulla rimarrà invendicato.

Il beato cardinale Ildefonso Schuster fu arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954: trentacinque anni segnati da enormi difficoltà e dalla seconda guerra mondiale. Eppure fece per ben cinque volte la visita dell’intera diocesi e ordinò una media di cinquanta sacerdoti l’anno. E c’era il fascismo e poi la guerra: Milano fu pesantemente bombardata dagli inglesi, tanto che il beato Schuster scrisse di suo pugno al re Giorgio d’Inghilterra per farlo desistere da tanto scempio.

Un altro esempio di santo vescovo che tutto si spese perché a tutti fossero forniti, adeguatamente, i mezzi della Salvezza, fu sant’Antonino di Firenze.

Leggiamo nella bellissima biografia di Piero Bargellini che Antonino Pierozzi, il domenicano figlio del notaio ser Niccolò, arcivescovo di Firenze dal 1446 al 1459, a dorso di mulo visitò ogni pieve della sua diocesi. Mulo, fra l’altro, preso in prestito.

“Antonino nelle sue visite alle chiese era scrupolosissimo. Guardava dappertutto. (…) Egli vuole guardare in viso tutti i suoi preti, uno per uno e nelle proprie sedi. Per questo visiterà la diocesi paese per paese, villaggio per villaggio, eremo per eremo. (…) Sulla piazza, dinanzi al portone dell’Arcivescovado, c’è ferma una ciuchina di pelo bianco. Antonino se l’è fatta prestare dal Priore di Santa Maria Novella. Comincia così la sua visita pastorale, sempre vestito da semplice frate. Non annunzia il suo arrivo, “acciocchè – dice Vespasiano- le chiese non facciano spesa” [[2]].

Una delle sue più delicate virtù fu la discrezione, che sempre aveva raccomandato ai frati domenicani e alle donne (sant’Antonino è autore dell’Opera a ben vivere, una sorta di Filotea ante litteram). Sul finire dell’aprile 1459, con una ciuchetta presa in prestito, aveva lasciato la città, sentendo prossima la morte. Spirò il 2 maggio a Montugni, appartato fuor delle mura cittadine. Mentre la città viveva uno straordinario Calendimaggio, con la presenza del papa Pio II, chiudeva la sua vita terrena con queste parole: Servire Deo regnare est.

E noi, davanti a questi esempi di santità e abnegazione, non solo chiniamo il capo, ma pieghiamo le ginocchia.


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[1] Palestra Ambrogio, Le visite pastorali nella diocesi di Milano (1423-1856), Monastero di Rosano, 1977, pag. 132

[2] Bargellini P. Sant’antonino da Firenze, Morcelliana, 1980, pag. 87 e seguenti.

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