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Teheran dichiara guerra alle altre fedi

Nelle stesse ore in cui, quasi a sorpresa, riprendono oggi i negoziati sul nucleare iraniano, Teheran sceglie di preme sull’acceleratore della repressione contro civili e minoranze religiose, quasi a celebrare il primo anno di presidenza dell’hardliner Ebrahim Raisi. Si tratta di convertiti cristiani, musulmani sunniti, sufi ma soprattutto di bahai, con un’ondata di arresti di membri di spicco della più grande minoranza non musulmana del Paese. Questi ultimi, in particolare, sono stati oggetto di persecuzione sin dagli albori della Repubblica islamica: all’inizio dell’estate, però, gli attivisti avevano denunciato che decine di membri della comunità erano stati arrestati, convocati o sottoposti a perquisizioni domiciliari. La fede Bahai è una religione monoteista relativamente moderna, con radici spirituali risalenti all’inizio del XIX secolo, che promuove l’unità di tutte le persone e l’uguaglianza. Gli aderenti, che ammontano circa a 300mila persone, affermano che i principi della fede incoraggiano un approccio non conflittuale noto come “resilienza costruttiva” e insistono sul fatto che i bahai dell’Iran vogliono lavorare per il bene del Paese e non contro la sua leadership.

Una nuova escalation a danno dei bahai

Domenica scorsa, improvvisamente, sono iniziati veri e propri raid cittadini nelle abitazioni private e presso le attività della comunità, demolendo case e arrestando senza sosta. Molti di loro non sono degli illustri sconosciuti bensì figure di spicco come Mahvash Sabet, Fariba Kamalabadi e Afif Naemi, che in precedenza avevano scontato almeno dieci anni di prigione. Si tratta di icone domestiche in fatto di lotta ed ex prigionieri di coscienza di fama internazionale. Questo fa pensare che si tratti di una nuova escalation, mirata a colpire esponenti di rilievo con il fine di terrorizzare le minoranze coinvolte e testare nuovamente la capacità di controllo del regime.

Fra le accuse rivolte alle minoranze, quella di spionaggio a favore di Israele (l’organo di governo internazionale dei Baha’i, la Casa Universale di Giustizia, ha sede da tempo ad Haifa) e di proselitismo con metodi illegali. Ma in questa vera caccia alle streghe non finiscono in carcere solo le altre fedi: arrestati registi, sindacalisti e cittadini stranieri in una delicatissima fase di crisi economica che scatena scintille nella società civile. La discriminazione religiosa è stata una caratteristica pervasiva del sistema legale iraniano sin dalla rivoluzione islamica del 1979. Le violazioni dei diritti umani contro la minoranza bahá’í, la più grande comunità religiosa non musulmana del Paese, costituisce una delle più gravi violazioni degli obblighi internazionali in materia di diritti umani dell’Iran . Dall’istituzione della Repubblica islamica, 202 bahá’í sono stati giustiziati, uccisi o rapiti, mentre 14 sono morti in prigione. Centinaia di bahá’í sono stati imprigionati e almeno 15.000 hanno perso il lavoro o le fonti di sostentamento. Agli studenti bahá’í è stato poi impedito di entrare nel sistema universitario statale iraniano dal 1980. Le politiche attuate dal governo iraniano sono state delineate in un memorandum segreto del 1991 dal Consiglio Supremo della Rivoluzione Culturale: questo memorandum, che è stato approvato dal Leader Supremo Ali Khamenei, afferma esplicitamente che ai bahá’í dovrebbe essere negata l’istruzione superiore e le posizioni di influenza e che il loro progresso dovrebbe essere bloccato.

Le altre minoranze minacciate

Nonostante la persecuzione dei bahai si in questo momento la più virulenta, altre minoranze religiose sono sotto tiro. Si tratta anche dell’ultimo segno di una stretta repressione mentre la Repubblica islamica deve far fronte alla pressione internazionale sul suo logoro accordo nucleare. Se la Costituzione iraniana riconosce altre fedi fra cui cristiani, ebrei e zoroastriani, i Bahai vengono considerati fuori legge e a loro danno sono state pronunciate numerose fatwa. La denuncia dell’escalation di intolleranza giunge da Iran Human Rights Documentation Center, organizzazione non governativa con base negli Stati Uniti, che in un report del 31 maggio scorso offre una preoccupante fotografia della nazione. Cadono sotto i colpi del regime anche sunniti, ebrei, sufi, cristiani convertiti: in questo ultimo caso l’accusa è sempre quella di propaganda sionista o di appartenenza ad una rete sionista ma anche quella di “legami con nazioni straniere”. La regola del sospetto praticata sempre e comunque a danno di chi “attenterebbe” all’ordine costituito dal 1979. I cristiani converti soffrono in particolare in questo ultimo anno: come negli anni precedenti, l’Iran ha preso di mira in particolare i cristiani convertiti dall’Islam. Ne sono esempi il pastore Youcef Nadarkhani, prigioniero di coscienza religioso accusato nel 2016 di “promuovere il cristianesimo sionista” oppure la convertita cristiana e attivista politica Mary Mohammadi, nuovamente arrestata nel gennaio 2021 per aver indossato in modo improprio il velo. I cristiani convertiti vengono considerati fuori legge, non solo perché la loro conversione viene considerata illegale ma percè considerati “Non indigeni”. I cristiani indigeni provengono principalmente da chiese armene, assire e cattoliche. Diversi convertiti si sono uniti alle cosiddette “Assemblee di Dio”, altri appartengono a varie reti evangeliche di chiese domestiche.

L’ultimo, è stato anche un annus horribilis per i musulmani sunniti: prigionieri politici sono stati giustiziati senza avvisare le loro famiglie in anticipo. Nel gennaio 2021 sono state demolite le fondamenta di una moschea sunnita a Iranshahr e interrotta la costruzione di due nuove moschee sunnite nella regione. Stesso destino per la comunità sufi: l’Iran ha continuato a imporre dure condanne ai membri della comunità sufi Gonabadi nel 2021. Celebre la condanna dell’editore Abbas Dehghan a cinque anni di carcere, una multa di quasi quattromila dollari e 74 frustate per “collusione contro la sicurezza nazionale”. A cadere sotto i colpi del regime un’altra comunità controversa che, tra l’altro è intimamente legata al mondo sciita: il governo iraniano considera i seguaci della fede Yarsan come musulmani sciiti che praticano il sufismo, i membri si identificano come una religione distinta e separata (nota anche come Ahl-e Haqq o People of Truth, stimata fino a due milioni di adepti). Gli Yarsani, la cui identità religiosa è pubblicamente nota, subiscono discriminazioni nell’istruzione, nel lavoro e nella corsa a cariche politiche (dati del United States Institute for Peace).

La ragione? Interromperebbero il “funzionamento dell’ordine religioso, sconvolgendo l’unità ideologica e minano la politica stabilità”. Come tutti gli altri, del resto, nella logica perversa del regime degli ayatollah.

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