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Una battaglia da vincere. Riflessioni in margine all’incontro di Liberi in Veritate – Aldo Maria Valli

di Fabio Battiston

L’intervento a tutto campo di Aldo Maria Valli, nella Giornata nazionale di Liberi in Veritate del 5 novembre scorso a Palazzolo sull’Oglio, mi dà lo spunto per alcune riflessioni che vorrei offrire a tutti i fratelli di Duc in altum.

Dal globalismo al nostro ruolo di credenti, dalla crisi del cattolicesimo alle strategie pandemiche fino a toccare temi socio-politici, Valli definisce un contesto che va molto al di là di una “semplice” testimonianza o della ri-proposizione dei capisaldi su cui si fonda la nostra convivenza di persone e cattolici con questa “nuova Babilonia”. Vi ho infatti ritrovato tutto ciò che può accomunare noi “tradizionali”: fede (sempre imperfetta, certamente), fratellanza in Gesù Cristo, volontà, passione, identità e la consapevolezza che, alla fine, prevarrà quella “Via, Verità e Vita” che ci è stata insegnata, a dispetto degli obiettivi della strabordante maggioranza mefitica che ci circonda. Penso che il contributo di Valli debba quindi essere considerato come un vero e proprio “Manifesto” (di ben altro significato e spessore rispetto ai pronunciamenti laico-mondialisti che purtroppo ben conosciamo) cui fare riferimento per crescere, combattere e vincere insieme.

La mia prima riflessione parte dalle considerazioni di Valli sul globalismo e i suoi effetti sulla singola persona e sulle società nel loro complesso. La mia opinione è che globalizzazione e mondialismo (con i loro “sottoprodotti”: multietnicità e multiculturalismo) siano le armi di distruzione di massa di una grande forza che punta all’egemonia: l’Occidente. Sottolineo come tale fenomeno sia politicamente sostenuto, nella gran parte dei casi, da forze che si richiamano, indipendentemente dalle loro origini, a una comune visione di tipo liberal-democratico. Esse, in funzione delle specificità dei singoli stati guida, si poggiano trasversalmente su partiti/coalizioni ora progressiste ora fintamente conservatrici, unite da una comune visione laico-agnostica dell’esistenza (o tutt’al più deista) con marcati accenti relativisti. Tecnicismo e Scientismo, uniti al mostro massmediale tecnologico, supportano adeguatamente questo sistema filosofico. In tale scenario prevalgono scelte politico-etiche disvaloriali basate su un neo-umanesimo totalmente separato, quando non totalmente negazionista da/di un Dio creatore e presenza viva nella storia dell’umanità. L’Europa fornisce una rappresentazione plastica di questa realtà. I governi attualmente al potere spaziano dal socialismo/socialdemocrazia (genuini o ex comunisti) al popolarismo pseudo cattolico, dal progressismo più o meno moderato al liberismo fino ad espressioni (come quella italiana) di destra-centro. Eppure nulla cambia quando queste governance, così apparentemente diverse tra loro, stabiliscono il loro posizionamento su questioni cardine coinvolgenti l’esistenza – materiale, morale ed etica – dei loro popoli. Qualche esempio? Intangibilità dell’Unione Europea come entità politico-governativa sovranazionale; dogmatismo economico finanziario basato sull’euro e sui ricattatori strumenti della Banca centrale europea e degli altri organismi internazionali (Fmi, Banca mondiale, ecc.); indiscutibile appartenenza alla Nato; ambientalismo e green economy senza se e senza ma; diritti civili “a senso unico” (aborto, eutanasia, transgender, LGBTXYZ%++, eugenetica, ecc.). In tutti questi ambiti, a parte timidissimi ed inconcludenti vagiti contrari, l’unanimismo è pressoché totale. Come soggetti “tradizionali”, quindi, non possiamo aspettarci nel breve termine un sostegno politico di una qualche rilevanza. Il recente esempio italiano ha dimostrato – col naufragio delle forze antisistema (che peraltro io ho votato) – come la strada da percorrere sia ancora molto lunga e accidentata. Ha quindi ragione Valli nell’affermare che la dimensione politica è importante, ma se i frutti non sono ancora maturi occorre prenderne atto e non forzare la mano. L’azione culturale, nel senso più ampio del termine, è propedeutica a quella politica. Sarà sul piano culturale e sociale che nasceranno le risorse e le energie in grado di sfociare anche in un impegno politico. Non possiamo farci interpreti di una politica distillata in laboratorio. Se poi guardiamo ad alcune realtà, europee ed internazionali, in cui si è cercato – o si tenta – di adottare politiche “altre”, il quadro è altrettanto sconfortante. In Europa, i governi di Polonia e Ungheria, sono costantemente sotto attacco a motivo delle loro istanze etiche, identitarie, sovraniste e cattoliche; termini che suonano insopportabili ai satrapi di Bruxelles (sostenuti, nelle loro minacce, dalle quotidiane contumelie lanciate dai columnist di Avvenire contro queste due nazioni dell’Est e le loro politiche). Negli Stati Uniti – prossimi, io credo, a una più che probabile guerra civile – l’era Trump è stata liquidata nei modi che sappiamo. Sono esempi di stagioni politiche considerate come “corpi estranei” dal mainstream dominante e come tali debbono essere trattate, meglio dire estirpate!

Ho prima indicato nell’Occidente la forza egemone. La sua supremazia è tutt’ora minacciata da due antagonisti. Il primo opera sul versante etico-politico-religioso ed è rappresentato dalla Russia della Triade Putin, Dugin, Kirill. Il secondo contrasta da anni il potere economico-finanziario dell’Occidente: la Cina. La battaglia contro il gigante capital-comunista è “liquida”, sotterranea e si combatte da diverso tempo con alterne vicende e compromessi. Sono convinto che è quella che meno preoccupa l’Occidente. Tra belve fameliche si trova sempre il modo di spartirsi vittime e bottino. La guerra alla Russia è invece di importanza capitale poiché in gioco vi è il destino ultimo, l’obiettivo finale cui l’Occidente mira; un obiettivo che riguarda l’uomo, la società umana nel suo complesso ed i connotati etico-sociali e morali su cui deve basarsi l’esistenza. Dall’Occidente la Russia sta da tempo subendo svariate sfide ma sarebbe meglio chiamarle vere e proprie provocazioni. Le più evidenti sono quelle economico-finanziarie (sanzioni), politiche (estensione a Est dell’Unione europea) e militari (sconsiderato allargamento della Nato). C’è poi l’attacco più subdolo e devastante che riguarda gli aspetti di tipo etico, sociale e religioso. Vi è infatti per l’Occidente l’assoluta necessità di abbattere l’argine russo all’ormai dilagante sottocultura disvaloriale europea, anglosassone e nordamericana. Occorre, per il mainstream, entrare nel vivo della società russa e disgregarla dal di dentro come tarli che, lentamente ma inesorabilmente, distruggono una libreria antica. È un progetto che coinvolge in primis l’Unione Europea, portatrice di “modelli” tutti orientati alla corruzione progressiva di usi, costumi, cultura e tradizioni nazionali plurisecolari. Quest’Unione, che ha rinnegato le proprie radici greco-giudaico-cristiane (sostituendole con una prospettiva agnostica trans-modernista e neopagana), vede oggi la Russia post-sovietica e l’Ortodossia cristiana orientale come gli ultimi ostacoli al conseguimento del suo progetto su una scala realmente planetaria. Attenzione! Non si tratta di una guerra di religione bensì di una guerra “alla” religione che l’Occidente sta da tempo portando avanti. Un Occidente ormai quasi completamente scristianizzato e che invece, oggi più che mai, dovrebbe tornare ad essere come duemila anni fa, terra di missione. Contrastare la religione quindi (non solo quella cristiana), specie quand’essa è portatrice di un messaggio pervaso di valori forti, non negoziabili, e connotata da un’idea di Dio concretamente presente nella storia, nello sviluppo dell’uomo e dell’intera umanità. E ancora una volta Valli, nel suo intervento a Liberi in Veritate, coglie nel segno quando, a proposito del globalismo, afferma che l’obiettivo è produrre l’uomo-massa: pauroso, spaventato, isolato, intimidito, malleabile, manipolabile. E anche impoverito, sia interiormente sia materialmente. Un uomo, mi permetto di aggiungere, non solo totalmente incapace di reagire al modello disvaloriale che gli viene imposto e che egli fa incondizionatamente proprio; è infatti un uomo che diviene, suo malgrado, elemento cardine anche nell’“educare e formare” a questo modello di morte le generazioni successive.

È a questa mostruosità che dobbiamo dire no! Essa va combattuta e sconfitta uscendo dal ghetto in cui il pensiero unico, e non solo esso, vuole rinchiuderci e distruggerci. Infatti, così come il mainstream considera corpi estranei qualunque politica, o politico, voglia contrastare i disegni di un Occidente egemone, così anche l’attuale chiesa bergogliana ci considera tali e, come membra infette, vuole liberarsi di noi il più rapidamente possibile. Qui si innesta la mia seconda e ultima riflessione.

Il dibattito sulla chiesa di Bergoglio e, più in generale, sull’involuzione che da ormai più di mezzo secolo sembra pervadere la barca di Pietro, si fa sempre più approfondito. Dalle pagine di Duc in altum la questione è particolarmente sentita, specie per ciò che concerne il nostro essere e vivere in questa Chiesa. Molti di noi hanno espresso a riguardo numerose e diversificate posizioni. Mi pare di cogliere, al di là delle varie riflessioni proposte, un comune senso di disagio, sofferenza/insofferenza, confusione e incomprensione per quanto sta avvenendo – a tutti i livelli –  nella componente umana della Chiesa (o temporale, istituzionale, liberal-conciliare, scegliete voi il termine più consono da usare). A questi sentimenti si accompagna anche quello del J’accuse che molti di noi “tradizionali” (e io fra questi) sovente pronunciano nei confronti dell’inquilino di Santa Marta e dei suoi pensieri, parole, opere e omissioni. A riguardo, mi preme affermare che la consapevolezza di essere primi fra i peccatori e ultimi tra gli ultimi a poter scagliare non dico una pietra, ma anche un microscopico sassolino non può esimerci dal manifestare i nostri sentimenti e riflessioni su quello che sta accadendo nella nostra casa da cinquant’anni e negli ultimi dieci in particolare. Siamo ben consapevoli delle travi nei nostri occhi ma ciò che la barca di Pietro sta oggi trovando nella sua navigazione non sono certo pagliuzze ma veri e propri iceberg. E in questa denuncia, che non ci vergogniamo di ribadire, rispediamo al mittente tutte le accuse di ostentazione e divisività che ci vengono sovente rivolte dai benpensanti di quel catholically correct ormai imperante in Vaticano, nelle parrocchie, nei seminari e nelle associazioni laiche. Il 29 ottobre scorso, insieme a quasi mille fratelli, ho partecipato al Pellegrinaggio Summorum Pontificum 2022. Assicuro tutti i lettori che nessuno di noi era minimamente interessato a “ostentare” la propria fede. E se fosse stato presente qualche informatore delle testate informative Cei, ansioso di riversare su di noi il suo odio con qualche astioso servizio sui “divisivi” sepolcri imbiancati del tradizionalismo cattolico, beh… gli sarebbe andata proprio male. No, non c’era nessun fariseo; noi siamo, non ostentiamo (scusatemi, ma ho voluto togliermi qualche sassolino dalla scarpa in risposta ad alcuni interventi su questo blog).

Detto questo, l’analisi che Valli fa della chiesa bergogliana, specialmente rispetto al suo ruolo nell’ambito della deriva globalista imperante, disegna come meglio non si potrebbe la realtà in essere. Ecco due stralci di quest’analisi che ritengo di particolare rilevanza: “La proposta sinodale della chiesa bergogliana, ridotta al livello delle televendite, cerca a sua volta di mettersi su questa scia [quella del globalismo]. La chiesa bergogliana considera la religione un prodotto da adeguare alle esigenze della clientela e, in base a questa visione tutta orizzontale, tenta di offrire qualcosa di conforme al globalismo. Si muove con un misto di ignoranza, superficialità, ottusità. Mossa non dalla fede ma da un’ideologia, non tollera che chi ancora mantiene una visione trascendente della vita si rivolga ad altro: non può ammettere che chi ancora, nonostante tutto, ha una visione verticale dell’esistenza chieda proposte radicali, autenticamente rivolte al Cielo per la salvezza dell’anima, e non si accontenti di una scimmiottatura dello spirito mondano”.

E ancora: “Le due entità, globalismo e chiesa deviata, sono accomunate dal sovvertimento di male e bene. Dipingono come bene ciò che è male per l’uomo e come male ciò che è bene. Si pensi ai ripetuti moniti della chiesa bergogliana contro i ‘rigidi’, quando invece è proprio la fluidità morale la causa di tanto sbandamento e, alla fine, di tanta infelicità”.

Mi permetto, anche in questo caso, di aggiungere alcuni elementi.

Globalismo e mondializzazione, col loro portato etico-filosofico di tipo secolare e relativista, avevano e hanno bisogno, per poter compiutamente dilatare la platea dei loro adepti, di supporti provenienti da “mondi” inizialmente a essi non convergenti, quando non addirittura ostili. In tale contesto, niente di meglio che un endorsment autorevole e “globalmente” riconosciuto di tipo religioso, specie se questo arriva da una delle tre grandi religioni planetarie. Jorge Mario Bergoglio sta perfettamente rappresentando questo alleato.

L’altra faccia della medaglia “globalizzazione/mondialismo”, infatti, è oggi rappresentata dall’altrettanto luccicante e duplice simbologia della “religione universale/fratellanza universale”. Tra tutte le mefitiche azioni intraprese dal despota argentino, sono due quelle particolarmente famigerate sul piano di una Chiesa temporale che propone ai fedeli un errato insegnamento magisteriale. Li indico in stretto ordine cronologico: la Dichiarazione di Abu Dhabi – Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (2019) e Fratelli tutti, enciclica del 2020. Si tratta di due atti – diversi tra loro per tipologia, impatto e significato pastorale/dottrinale – che “rompono”, o per meglio dire fanno letteralmente a pezzi, il senso del legame divinamente indistruttibile tra il Dio trinitario e il suo popolo. Un popolo non più nazione, come nell’alleanza veterotestamentaria, ma umanità potenzialmente globale che si identifica nel Verbo che si fece carne e venne ad abitare – e a morire per poi risorgere – in mezzo a noi. In questo sposalizio, che non ammette intromissioni esterne, si innesta a pieno titolo il concetto di fratellanza in Cristo. Nessun’altra fratellanza (falsa) può esservi innestata se non attingendo a istanze totalmente estranee al cattolicesimo (illuminismo, positivismo, marxismo, massoneria, ecc.). Ma c’è di più: la satanica “macchina” messa in moto da Bergoglio, promuovendo a piè sospinto il concetto di una religione ormai dichiaratamente sincretistica, disintegra dalle fondamenta (sempre come azione intrapresa da una chiesa temporale “deviata”) il primo e il secondo Comandamento. Globalismo e mondializzazione, finalmente, hanno ora una potente giustificazione trascendente. È il trionfo dell’Uomo dio che ha potuto autonomamente abbandonare la fastidiosa presenza del Dio Vero decidendo, per se stesso e per la nuova società in formazione, la religione più congeniale. In questo scenario, a mio avviso, appaiono assolutamente inconcludenti le analisi e le disquisizioni di molti addetti ai lavori che vogliono dimostrare l’inapplicabilità delle azioni bergogliane – sul piano del rispetto del Depositium fidei – poiché esse non hanno mai avuto il crisma di quella “ufficialità” in grado di rendere le decisioni papali pienamente coerenti con i principi di inerranza ed indefettibilità della Chiesa.  Mettiamoci bene in testa che tutto ciò che Bergoglio ha sinora fatto, detto e scritto – indipendentemente dalla tipologia e ufficialità dei suoi interventi – è ormai divenuto patrimonio di moltissimi fedeli, è insegnato nei seminari, è parte di molti sproloqui pronunciati nelle austere aule delle università teologiche, viene allegramente trasmesso ai bambini da catechisti e catechiste nelle parrocchie e, non ultimo, è ormai stabilmente entrato nella liturgia. E a questo proposito, quando si dice, come ha scritto un autore che ha chiesto ospitalità sulle pagine di Duc in altum che “il tema liturgico resta senz’altro importante ma dovrebbe esser chiaro a tutti che è, come dire, di pertinenza squisitamente sacerdotale”, si compie un errore di portata capitale, non comprendendo appieno la reale gravità di quanto i fautori del “cristianesimo fai da te” stanno realizzando. Essi, Bergoglio in primis, hanno perfettamente compreso che una delle armi fondamentali per distruggere l’essenza del messaggio cattolico è proprio la componente liturgica. Ad essa, non a caso, il Concilio Vaticano II dedicò la Sacrosanctum Concilium, una delle quattro Costituzioni conciliari, i documenti più importanti di quell’assise. L’innovazione liturgica – attenzione! in tutte le sue forme, non soltanto nella messa domenicale – è uno strumento didattico, un potente “media” che quotidianamente, goccia dopo goccia, scava un solco sempre più profondo nella fede di ciascuno, un solco che viene progressivamente riempito da una serie di “agenti inquinanti” (la pachamama è solo il primo ed il più visibile di essi). Quando le metastasi avranno adempiuto al loro compito ci ritroveremo tutti, più o meno inconsapevolmente, ad adorare gli idoli della nuova religione neo-panteistica universale. Altro che pertinenza sacerdotale! Ecco perché Valli coglie nel segno quando afferma: “… così la battaglia per la ricezione della Santa Eucaristia sulla lingua e in ginocchio, che sembrerebbe di nicchia, è invece è decisiva. Una battaglia che è stata intrapresa da tanti fedeli, spesso all’insaputa gli uni degli altri, e che è di fondamentale importanza perché qui siamo nel cuore della nostra fede. La testimonianza di questi fedeli, che avviene spesso al prezzo di sofferenze e autentica emarginazione, non riguarda solo la forma, ma è sostanza!”.

A conclusione di questo mio intervento, propongo alcune considerazioni scritte nel 1961 (autore e libro li citerò alla fine).

“… abbiamo in vista un uomo che, pur trovandosi impegnato nel mondo d’oggi, perfino là dove la vita moderna è in massimo grado problematica e parossistica, non appartiene interiormente a tale mondo né intende cedere ad esso, e in essenza sente di essere di una razza diversa di quella della grandissima parte dei nostri contemporanei. Il posto naturale di quest’uomo, la terra in cui egli non sarebbe uno straniero, è il mondo della Tradizione… Secondo una particolare accezione del termine, una civiltà o società è ‘tradizionale’ quando è retta da principi trascendenti ciò che è soltanto umano e individuale, quando ogni suo dominio è formato e ordinato dall’alto e verso l’alto”.

Questo scriveva sessantuno anni fa Julius Evola nel suo libro Cavalcare la tigre. Il filosofo, nella ricerca e definizione del trascendente e nel tracciare il percorso del suo “uomo tradizionale”, avrebbero preso strade diverse e incompatibili rispetto alla nostra realtà di cattolici, ma non è questo il punto. Non intendo infatti disquisire sul concetto evoliano di trascendenza né su più o meno veritiere vicinanze del filosofo romano con il cristianesimo (specie nell’ultima parte della sua vita). Ciò che mi interessa sottolineare è l’estrema attualità di quelle considerazioni, direi anche la loro “vicinanza” rispetto a quelle sensazioni di inquietudine, accerchiamento e solitudine che molti fedeli sentono nel vivere la propria dimensione religiosa in questo scorcio di terzo millennio. Anche per noi, in fondo, la terra in cui non ci sentiremmo mai degli stranieri sarebbe quella della Tradizione; e non è forse vero che non intendiamo appartenere interiormente alla modernità, né vogliamo cedere ad essa? Credo che Valli lo abbia validamente espresso nel suo intervento, come pure la consapevolezza che per condurre questa battaglia non occorra essere massa: “A volte siamo indotti a pensare in termini meramente quantitativi e allora ci consideriamo una minoranza sparuta e irrilevante. Ma l’uomo di fede non ragiona così. Questa battagIia non si gioca sul terreno dei numeri, ma sul piano della consapevolezza della posta in gioco. La guerra non è finita”.

Hai proprio ragione, Aldo. Grazie.

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