Volete la sanità pubblica? Allora pagate le cure anche ai no-vax

volete-la-sanita-pubblica?-allora-pagate-le-cure-anche-ai-no-vax

Ogni volta che si presenta una categoria additata come responsabile del contagio, parte sempre, da qualche voce autorevole e pubblica, la stessa proposta: se si ammalano, si curino a spese loro. L’ultimo bersaglio sono, manco a dirlo, i non vaccinati. Ed è Ilaria Capua, virologa fra le più gettonate dai media, a chiedere, dalle colonne del Corriere della Sera, che chi sceglie di non vaccinarsi contribuisca alla spesa del suo ricovero. Una “piccola franchigia” (così la definisce) di 1.000 o 2.000 euro al giorno che, secondo la Capua, è anche un prezzo generoso, considerando che non include le spese mediche e infermieristiche, ma copre solo i costi non sanitari (letto, biancheria, mensa, pulizie, utenze, ecc…).

Non suona affatto nuovo questo argomento. Quando non c’erano ancora i vaccini, il bersaglio preferito erano i negazionisti e i no-mask. Anche nei loro confronti veniva proposta la stessa cosa: si paghino le spese del ricovero. A dirlo era stato l’economista svizzero Willy Oggier, che era finito sui giornali in Italia (spacciato nei titoli come “proposta dalla Svizzera”, mentre era una sua boutade personale), ma tanti prima di lui, soprattutto nel personale medico, si erano sfogati sui social network o in interviste anonime dicendo all’incirca la stessa cosa: che i negazionisti vengano a visitare i reparti di terapia intensiva (argomento legittimo) e paghino per il loro ricovero (argomento un po’ più problematico).

A fronte di queste prese di posizione, la risposta tipica di chi si indigna è: si ricordino che sono medici e hanno prestato il giuramento di Ippocrate, per cui è un loro dovere morale curare anche chi nega l’esistenza del Covid e chi sceglie di non vaccinarsi.

Ma noi vogliamo provare a fare un esperimento culturale diverso: accontentiamoli. Chi si assume un rischio maggiore, non indossando la mascherina e non prendendo alcuna precauzione contro il contagio, non vaccinandosi e assembrandosi, paghi per le sue cure, direttamente di tasca sua o tramite assicurazione sanitaria. Sarebbe un bel peso in meno per le nostre tasche, no? Perché chi mantiene un comportamento virtuoso non deve pagare le tasse per coloro che, assumendosi rischi maggiori, pagano di tasca propria le eventuali cure. Così può andare.

Ma, c’è un ma. Il no-mask e il no-vax non sono le uniche categorie che corrono rischi maggiori. Una delle principali cause di ricovero, a prescindere dal Covid, è il fumo (sempre per restare in tema di polmoni e malattie respiratorie). Fumare è un’azione volontaria di adulti consapevoli. Quindi, per amor di coerenza se non altro, facciamo pagare le spese di ricovero ai fumatori, se hanno problemi di salute dipendenti dal loro vizio. E scaliamo quei costi dalle tasse sulla sanità pagate dai non fumatori.

Non basta. Un’altra causa di morte molto frequente, a prescindere dalla pandemia, è legata all’alcool. Quindi, anche chi, a causa del suo consumo alcolico, dovesse finire in ospedale, dovrebbe pagarsi le sue spese di ricovero. E anche quelle andrebbero scontate dalle tasse pagate da chi è astemio.

Questo per chi beve. Ma per chi mangia? Il colesterolo, così come altre patologie legate ad una nutrizione troppo calorica, è una delle prime cause di ospedalizzazione in ogni società avanzata, inclusa quella italiana. Anche chi ha problemi di sovrappeso, in caso di ricovero dovrebbe coerentemente pagarsi le spese ospedaliere. D’altra parte, quel che mangiamo dipende solo da noi, non da circostanze ambientali. Quindi… altro bello sconto sulle tasse di chi, invece, segue una dieta molto salutista. Che siano altri comitati tecnico-scientifici a stabilire cosa sia sano mangiare, come l’ex ministro Sirchia che, nei primi anni 2000, voleva regolamentare anche le porzioni di cibo al ristorante.

Abbiamo dunque stabilito che chi viene ricoverato, se fuma, beve o mangia troppo, si deve pagare in proprio le spese e non essere più a carico del contribuente. Manca qualche categoria? Certamente: quelli che si procurano ferite facendo sport, ad esempio. O quelli che si procurano delle ferite in incidenti stradali di cui sono i colpevoli riconosciuti. E ci sono mille altri modi per cui una persona può infliggersi o rischiare di infliggersi danni che poi devono essere curati in ospedale. È giusto che siano gli altri, incolpevoli, contribuenti, a pagare per le conseguenze del loro comportamento?

E qui abbiamo scoperto l’ovvio: che non esiste un pasto gratis. Solo in queste occasioni, infatti, scopriamo che la sanità ha un costo. Per tutta la vita pensiamo che sia gratuita, ma così non è. Scopriamo che chi ha uno stile di vita che noi riteniamo deplorevole, pesa sulla “collettività” e deve essere curato a spese di chi, magari, fa una vita da asceta salutista e, in tempo di Covid, rispetta tutte le indicazioni dello Stato per evitare il contagio. Se noi vogliamo conservare una sanità pubblica, cioè pagata dai contribuenti, dobbiamo anche accettare di pagarne il prezzo.

Ci sono solo due vie d’uscita. La prima è l’instaurazione di un vero regime sanitario. Non come Orwell, ma peggio, come nella distopia descritta dal film The Island: tutti monitorati dalla nascita alla tomba, dall’alba al tramonto, per poi scoprire che la loro vita serviva solo a… non facciamo spoiler, ma non fanno una bella fine. La seconda è: la privatizzazione della sanità. O per lo meno l’accettazione di una competizione più libera fra pubblico e privato, dove ciascuno sceglie il proprio piano assicurativo e lo Stato, al massimo, interviene in via sussidiaria per assistere chi non ce la può fare. Anche in questo caso, vi sarebbero limiti alla libertà personale, ma spontanei: un’assicurazione potrebbe rifiutare di coprire un fumatore o un no-vax (rischi troppo alti), ma magari potrebbe proporre un premio più alto. Si tratterebbe, in ogni caso, di un sistema più flessibile, con un margine di trattativa molto più ampio e senza tutti questi sensi di colpa collettivi, caccia agli untori annessa.

Ma guai a parlarne! Con la sanità privata, come negli Usa, “la gente è lasciata morire per strada”. E allora paghiamo le spese di ricovero ai no-mask e ai no-vax, senza troppe storie.