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Zuppi a capo della Cei / Il segreto di don Matteo

di Aldo Maria Valli

“Continuerò ad andare in bicicletta”. Era il 27 ottobre 2019 quando l’arcivescovo Zuppi, da poco creato cardinale da Francesco, rispondeva così a una domanda di padre Fabio Fazio, il gran cerimoniere del progressismo politicamente correttissimo, durante il rito di consacrazione a Che tempo che fa.

Andare in bicicletta, a quanto pare, è qualcosa di imprescindibile per i pastori targati Bergoglio (ci va Delpini di Milano, mentre Lorefice di Palermo, com’è noto, ci è andato perfino dentro la cattedrale). E d’altra parte, se sei nella Chiesa in uscita, qualche mezzo lo devi pur usare.

Per Zuppi potrebbe valere anche la scontata battuta secondo cui se hai voluto la bicicletta ora ti tocca pedalare. E da pedalare ne avrà, alla guida della Cei. Perché lui sarà pure antropologicamente bergogliano (copyright Vito Mancuso), ma stare alla testa dei vescovi del Bel Paese vuol dire affrontare ogni giorno qualche gran premio della montagna (incantata, più che sacra).

Lo stile di don Matteo, comunque, non cambierà. Il suo segreto? Andare d’accordo con tutti. E stare immancabilmente dalla parte giusta. Come ha fatto quand’era assistente spirituale della Comunità di Sant’Egidio, viceparroco e parroco a Santa Maria in Trastevere, vescovo ausiliare di Roma e infine arcivescovo di Bologna.

“Che cosa le ha chiesto il papa?” vuole sapere padre Fabio Fazio all’inizio del rito. E la risposta è pronta: “Niente mondanità. Stare con la gente. Quest’anno sono i settantacinque anni dei massacri di Marzabotto: a quelle vittime ho dedicato la prima celebrazione. E poi la compassione. Questo mi ha chiesto”.

La Chiesa bergogliana della misericordia, l’antifascismo, il rifiuto della vanità. Tutto in poche ma sentite parole. Come si fa a non applaudire? E infatti davanti a don Matteo l’applauso scatta sempre. Dire la cosa giusta al momento giusto nel posto giusto: questa la strategia. Semplice. Efficace.

In realtà, se per un vescovo valessero le regole che valgono per l’amministratore delegato di una società, forse don Matteo, nonostante la bici, non sarebbe proprio l’uomo su cui puntare visto che a Bologna il clero invecchia, le vocazioni scarseggiano paurosamente, le chiese si svuotano e le offerte diminuiscono a precipizio. Ma nella Chiesa, specie in quella in uscita, le regole sono altre. E così l’uomo antropologicamente bergogliano scala le vette.

“Lei nasce in una famiglia borghese ma a un certo punto decide di andare nelle periferie, di volgere lo sguardo verso i poveri e di camminare fra loro per davvero” dice padre Fabio Fazio per innalzare ancor più don Matteo agli onori degli altari catodici. E lui, fedele alla linea: “Il Vangelo l’ho capito incontrando la Comunità di Sant’Egidio e facendo due cose ambedue importanti, anche se qualcuno vuole metterle in contraddizione: pregare e andare con i poveri. Due dimensioni che non sono mai slegate”.

Eccola la linea di don Matteo: unire, legare, connettere; mai separare. Lo dice anche il suo grande amico Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio: “Lo conosco da quando aveva quindici anni. Riusciva a tenere insieme tutto quello che poteva unire e ad allontanare ciò che divideva”.

Le montagne si scalano anche così. E a Bologna don Matteo non si è smentito. Al suo arrivo sulla cattedra di San Petronio, anziché proporsi come innovatore, ha subito avuto parole dolci per il predecessore Caffarra e perfino per Biffi, riconoscendo in quell’eredità “tanto spessore umano e teologico”. E poi altre parole di stima per Manfredini, Poma, Lercaro, padre Marella, Dossetti, Alberigo, Ardigò, Andreatta, Marco Biagi, i Dehoniani, Il Regno, Il Mulino, l’Istituto per le scienze religiose, la Fondazione Lercaro l’Istituto Veritatis Splendor…

Sulla sua bici don Matteo imbarca tutti, perfino i tradizionalisti, perché “c’è una tradizione da vivere e da trasmettere, non da regalare a un conservatorismo che della Tradizione è solo caricatura e tradimento”. E naturalmente lo fa usando le parole giuste: “C’è una Chiesa che cambia, che deve cambiare per parlare al mondo di oggi, con problemi che chiedono cultura, ascolto, discernimento” (intervista al mensile paolino Vita pastorale).

A proposito di parole giuste. Le prime pronunciate da nuovo presidente Cei sono state “obbedienza”, “collegialità” e “sinodalità”. Ben pensate, ben scelte. Perché don Matteo, anche quando sembra pedalare in scioltezza, è sempre sul chi vive. E non buca mai.

È “uno che da sempre risponde alla diffusa richiesta di prossimità e di ascolto” si leggeva di lui in un ritratto del quotidiano La Stampa, subito dopo la nomina a cardinale. Prossimità, ascolto, cammino, periferie. Il vocabolario di don Matteo gli permette di andare ovunque e di viaggiare sicuro. Chi potrebbe mai mettergli qualche chiodo sulla strada?

L’ultimo libro scritto da don Matteo, e debitamente esaltato da padre Fabio Fazio in diretta, è niente meno che contro l’odio e a favore della fraternità. Pagine da esploratore dell’ovvio, dicono le malelingue. Ma lui non raccoglie. E pedala.

“Lei non ha mai paura” dice a un certo punto il cerimoniere Fazio ricordando che “sua eminenza è stato mediatore in conflitti in Africa e ha speso davvero la sua vita in mezzo alla gente e ai poveri per grandi cause, ma ha conservato un’umanità davvero straordinaria”. E qui l’applauso scroscia perentorio. Apoteosi. Canonizzazione per acclamazione.

Ormai santo, don Matteo fa professione di umiltà: “Spero di non perdere il senso del limite”. Ma la bici è lanciatissima, e chi la ferma più? Non certo padre Fabio Fazio, che insiste: “Questo papa, grande intellettuale che però usa il cuore, è attaccato anche all’interno della Chiesa. Perché?”.

Qui don Matteo potrebbe forse sbandare: asfalto viscido. Ma se la cava alla grande: “Certamente contro papa Francesco c’è un accanimento indecoroso, soprattutto quando viene da dentro la Chiesa”. Altri punti guadagnati.

Dopo una tirata sul tema ecologico (“La casa è comune, dobbiamo rispettarla”) ecco che padre Fazio si scaglia contro “l’uso identitario della religione”, e don Matteo per la prima volta sembra un po’ incartarsi, ma poi si riprende: “Quando si ha più paura si cercano le risposte più facili e immediate”.

“Qual è il precetto universale, la religione di tutte le religioni?”, chiede padre Fazio, e don Matteo, che non è mica nato ieri, risponde: “C’è pericolo di sincretismo. Il dialogo è l’opposto. Io dialogo quando so chi sono”.

Superata anche questa curva, non resta che l’ultimo tratto. Chiede padre Fazio: “Lei crede nell’inferno o la misericordia di Dio lo esclude?”. E qui don Matteo,  innestando un rapporto adeguato, da consumato teologo “dico non dico”, dichiara: “L’inferno è una cosa su cui misurarci seriamente. L’inferno te lo costruisci da solo ed è quando sei talmente diffidente che non credi più all’amore e non lasci entrare la misericordia. L’individualismo ti porta perfino a giudicarti da solo. Questo credo sia l’inferno. Ma poi la misericordia fa cose impossibili”.

In trionfo, don Matteo vola ora a mani alzate, tanto da lanciare proclami: “Che la Chiesa non si chiuda, questo chiede Francesco. Uscire, parlare con tutti”.

Parafrasando De Gregori, a questo punto possiamo cantare: “Vai Zuppi, grande campione! Nessuno ti segue su quello stradone!”. Complimenti, mai una pedalata a vuoto. Mai. Non a caso, dopo la maglia rossa da cardinale, Bergoglio ti ha affidato anche la testa del plotone vescovile.

E ora non resta che un traguardo: la maglia bianca. Di vero numero uno della Chiesa in uscita.

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