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Testimonianza / Ho fatto otto ore di treno per andare a salutare Benedetto. E sono rimasta sconcertata da quella Messa frettolosa – Aldo Maria Valli

Una lettrice e amica di Duc in altum dopo aver partecipato alla Messa esequiale per Benedetto XVI ha inviato la sua testimonianza. 

***

di Patrizia Marabelli

Gentile Aldo Maria,

pur essendo lontana da Roma, da semplice cattolica ho voluto essere ai funerali di Benedetto XVI perché la mia fatica e la mia presenza fossero il ringraziamento a un uomo, a un pastore, che ho sempre ritenuto un padre spirituale. Ogni dubbio e ogni necessità di capire, non solo spirituale ma anche esistenziale, che io ho avuto negli ultimi vent’anni hanno sempre trovato risposta in qualche scritto, in qualche omelia, in qualche udienza di Papa Benedetto. Risposta che, lo sentivo, corrispondeva a verità.

Gli ho voluto bene, perché mi faceva del bene. Come si può volere così bene a una persona che non conosci direttamente? Non lo so, penso che possa succedere grazie alla forza della nostra fede: riconoscere con chiarezza un testimone che con altrettanta chiarezza ti rimanda a Cristo e quindi alla speranza certa del nostro destino finale. Un testimone che ha dato forza alla mia vita e sembra che abbia sempre parlato proprio a me. Direi proprio un padre.

Essendomi mancata la possibilità di incontrarlo in vita, non avevo dubbi che sarei andata a dargli l’ultimo saluto in terra (ora mi rivolgo a lui direttamente e quotidianamente).

Un po’ di sacrificio è costato, anche perché, via via che cercavo, le possibilità di trasporto si facevano sempre meno disponibili, Alla fine, ho dovuto prendere il treno notturno Milano-Roma (più di otto ore di viaggio). Faticoso, anche perché non si dorme, ma accompagnato da esperienze belle: ho conosciuto in treno due giovani sacerdoti, anche loro in viaggio verso la stessa meta, e ho sperimentato una particolare gentilezza del controllore, il quale a un certo punto ha proposto a noi “pellegrini” di spostarci in un vagone meno affollato. Da Tiburtina alla Piazza San Pietro in taxi, in tre si può tranquillamente dividere. Alle 6 del mattino in coda, con tantissime persone: molte giovani suore, moltissimi giovani sacerdoti in talare, che poi venivano introdotti nella loro zona, tantissimi giovani in generale (il mio amico e io alzavamo l’età media). Questa cosa mi ha colpito, poi il giovane sacerdote mi ha fatto notare che la loro generazione ha partecipato alle Gmg di Colonia e Madrid. E il seme, evidentemente, ha dato frutti. Poi ecco la piazza freddissima e densa di nebbia, con le sedie bagnate di umidità, in una attesa di quasi due ore. Il tassista ci aveva assicurato che dopo la nebbia ci sarebbe stato il sole, ma non si è quasi visto. Come non si è quasi vista la cupola di San Pietro, avvolta dalla nebbia. Un’atmosfera un po’ strana per Roma.

Poi il rosario e la celebrazione. Dalla nostra posizione non si vedeva molto di quello che accadeva sul sagrato, ed eravamo pure lontani dagli schermi distanti. Quindi tutta la partecipazione è stata basata sull’ascolto. Belli i canti liturgici (immagino che Benedetto li avrebbe apprezzati), mentre l’omelia veloce che tutti conosciamo è stata quella che è stata, purtroppo. E non parliamo della distribuzione dell’Eucaristia. Alla fine, tutti in attesa di qualcosa, abbiamo intuito che la bara veniva spostata, ma non si pensava che tutto fosse già terminato. Sempre tutti fermi, in attesa di un segno (una benedizione, una parola di affetto, un comunicato, un saluto), qualcuno tentava un piccolo applauso oppure saliva un piccolo coro, ma senza seguito perché c’era questa attesa. I minuti passavano e… niente, nessun segno. Poi l’addetto al nostro settore ci ha detto: “Guardate che è finita, potete andare”. Mi ha preso un sentimento di disagio, provato anche da tante altre persone con le quali mi sono confrontata. Ma come? Per un Papa, per un grande Papa, neanche una parola affettuosa di commiato? Senza l’applauso della piazza, senza la possibilità di poter esprimere coralmente il sentimento che ci aveva portati fino a lì? Ho avuto la sensazione che la Messa esequiale sia stata più un adempimento che un saluto e un omaggio. Come se tutto dovesse passare sotto tono, come se si volesse che tutto venisse consumato e dimenticato in fretta.

Sarà stato veramente così? Purtroppo, il sospetto è forte. La verità la conosce nostro Signore. A me resta una considerazione: fino all’ultimo, è stato destino di Benedetto XVI, di questo grande testimone della Verità, non avere il riconoscimento che meritava. Ma tanti semplici fedeli lo hanno salutato e ringraziato, e il suo messaggio è arrivato alla testa e al cuore. Lui, ne sono certa, tutto questo l’avrà visto e avrà sorriso timidamente, come faceva spesso. Che il Signore gli conceda in Cielo tutta la gloria che merita. Arrivederci, caro Papa Benedetto. Aiutaci ancora più di prima.

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