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Altro che elezioni, la vera partita si gioca dopo… – Il Riformista

Verso il 25 settembre

Astolfo Di Amato — 14 Settembre 2022

Altro che elezioni, la vera partita si gioca dopo…

L’ abitudine è tale che non ci si fa più caso. Le elezioni non si sono ancora svolte e già si pensa a quale scomposizione del quadro politico potrà permettere di sovvertire l’esito elettorale. Sì, perché in Italia la competizione politica si gioca, ormai da molti anni, in due tempi. Il primo, più appariscente, è quello delle urne. Il secondo, molto più di sostanza, si svolge nei palazzi. È nascosto dietro una spessissima cortina di fumo, il cui contenuto si può sintetizzare nelle parole, sempre dette con molta solennità, “spetta al Capo dello Sato conferire l’incarico di formare il Governo”. Con questo artificio, si è riusciti ad impedire che anche in Italia maturasse un sistema bipolare stabile. È molto diffusa l’opinione che la estrema frammentazione dell’elettorato italiano sarebbe un ostacolo insormontabile, che impedirebbe di giungere ad un sistema bipolare maturo. Non è vero.

Se si guarda ai paesi, che del sistema bipolare hanno fatto la loro cifra istituzionale, è agevole osservare che la frammentazione politica dell’elettorato è assolutamente paragonabile a quella italiana. Così, ad esempio, negli Stati Uniti il Partito Democratico annovera ben quattro correnti interne, che vanno dai democratici progressisti ai democratici conservatori, divisi da differenze, che in Italia avrebbero alimentato una decina di partiti. Eguale considerazione si può fare per il Partito Repubblicano, che vede contrapposte alle sue estremità la corrente dei tradizionalisti e quella dei libertari. Anche in Inghilterra, dove i partiti sono, tuttavia, più di due, quelli più importanti comprendono al loro interno correnti con posizioni completamente diverse. Il partito conservatore va dai tradizionalisti ai liberisti e, per quello che riguarda il partito laburista, basta ricordare che è stato guidato da fi gure completamente diverse e addirittura contrapposte, dal punto di vista ideologico, come quelle di Tony Blair e di Jeremy Corbin. La presenza di un ventaglio di opinioni così ampio indica che anche negli Stati Uniti e nell’Inghilterra la frammentazione politica è estrema ed assolutamente paragonabile a quella esistente in Italia ed è utile osservare che essa non è stata impedita né dal sistema presidenziale, né dall’esistenza di una monarchia costituzionale. Non può, perciò, essere la frammentazione dell’elettorato la ragione della impossibilità di costruire in Italia un sistema bipolare e del conseguente carico permanente di instabilità e di ambiguità. La ragione sta nel fatto che i partiti ed i loro rappresentanti eletti possono fare e disfare, trasferirsi da un fronte all’altro, tradendo il mandato ricevuto, senza pagare pegno con chi li ha votati. Questo perché non devono temere di doversi subito dopo sottoporre al giudizio elettorale.

Raggiunti, nei palazzi, gli equilibri che superano l’esito elettorale, pronunciare la parola elezioni diventa una bestemmia. Si tratta di una pratica che, secondo quello che riferirono all’epoca le cronache, sarebbe nata con la crisi del primo governo Berlusconi alla fine del 1994. Bossi, all’epoca segretario della Lega, avrebbe acconsentito a ritirare la fiducia al Governo solo dopo aver ottenuto, dal Presidente Scalfaro, la promessa che non si sarebbe andati subito ad elezioni. Mescolando, con molta abilità, e con dubbia correttezza, alcuni principi di diritto costituzionale ne è uscito un assetto istituzionale, che, in nome della governabilità, consente al quadro politico una totale mobilità ed impedisce che in Italia si sviluppi un sistema bipolare solido. La lezione di Scalfaro, se è vero quello che è stato raccontato, è stata ripresa e, a partire dal 2011, ha ricevuto costante attuazione. Le elezioni sono una cosa ed il Governo del Paese un’altra cosa. Con la conseguenza che, per le forze politiche, non è tanto importante vincere il primo tempo. È molto più importante vincere il secondo, perché è quello che dà accesso al Governo. Si è ormai radicato, nella prassi costituzionale, il culto della prosecuzione a tutti i costi della legislatura, con relativa garanzia di pensione per i parlamentari, e con la conseguenza che il costo politico della partecipazione alle operazioni di palazzo è pressoché nullo, anche se portate avanti in totale spregio degli impegni e delle alleanze elettorali.

Appare ovvio che, sinché la Costituzione materiale del Paese resta questa, la possibilità di giungere ad un sistema bipolare compiuto, ed ai vantaggi che esso comporta, in termini di stabilità e di credibilità della classe politica, è pura utopia. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: la campagna elettorale in corso sta segnando un distacco tra cittadini e politica, che non ha precedenti. Sta aumentando in modo verticale, soprattutto tra i giovani, non solo il numero di chi non andrà a votare, ma addirittura il numero di chi neppure segue il dibattito, che precede l’apertura delle urne. Del resto, quale passione può smuovere una campagna elettorale, durante la quale già si comincia a dire che l’esito avrà ben poco rilievo per quello che riguarda il Governo del Paese? Nelle analisi, anche quelle più autorevoli, è tutto un fiorire di puntualizzazioni sulla eterogeneità delle coalizioni e sull’inevitabile scollamento che si verificherà, subito dopo le elezioni, tra i partiti che le compongono. Così, i cittadini sono avvertiti che la loro volontà non conterà nulla. Occorre chiedersi, superando l’ipocrita etichetta di palazzo che è spesso usata per far tacere qualsiasi obiezione, se non sia giunto il momento di cambiare, con urgenza, quantomeno la Costituzione materiale del Paese.

Quella attuale sta scavando un fossato, sempre più profondo, tra cittadini e istituzioni. Accettare, per convenienza o per quieto vivere, che questo fossato diventi incolmabile, significa mettere a repentaglio le stesse istituzioni democratiche. Si tratta di un pericolo reso ancora più grave dalla crisi economica, che inizia a manifestarsi e che minaccia di avere una vastità ed una profondità senza precedenti nella storia repubblicana. Un popolo allontanato dalla dialettica democratica e aggredito dalla povertà è un popolo che può essere terreno di conquista per ogni avventura. Quella targata Movimento 5Stelle si è mantenuta, sia pure non sempre con assoluta coerenza, nell’alveo democratico. Ma sarebbe del tutto incosciente scommettere che sarà sempre così.

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