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Altro che pollo allevato bio: Fileni nel mirino di Report

STASERA SU RAI3 – Animali cresciuti non all’aperto, con mangimi Ogm e maltrattati con pratiche illegali: l’inchiesta sulla carne avicola del gruppo

(DI MARCO FRANCHI – ilfattoquotidiano.it) – Polli che vengono dichiarati allevati all’aperto quando provengono da allevamenti intensivi, rinchiusi nei capannoni mentre dovrebbero razzolare fuori per almeno un terzo della loro vita, e sottoposti a illuminazione artificiale forzata h24 per farli continuare a mangiare e a ingrassare, e arrivare prima al macello, produrre più carne e quindi più profitto. Ma non solo: polli che vengono nutriti con Ogm e grassi animali, nonostante l’azienda dichiari di essere Ogm-free. Farà discutere l’inchiesta in onda stasera a Report, su Rai3, “Che polli!”, a firma di Giulia Innocenzi, volto noto santoriano che sempre su reti Rai firmò anni fa il programma-inchiesta sugli allevamenti intensivi Animali come noi e che oggi è entrata nella squadra di Sigfrido Ranucci.

Nel mondo si macellano 26 miliardi di polli ogni anno, 71 milioni al giorno e, solo in Italia, ne alleviamo 500 milioni. E nonostante il fabbisogno nazionale sia ampiamente soddisfatto continuiamo ad aprire nuovi allevamenti intensivi. Continuiamo a farlo – spiega David Quammen, il giornalista e scrittore diventato famoso con Spillover per aver predetto la pandemia da coronavirus, e intervistato da Report – perché “noi che viviamo nei Paesi più ricchi mangiamo più carne del necessario e questa carne è prodotta in mega allevamenti intensivi. E se continueremo ad allevare 26 miliardi di polli su questo pianeta finiremo nei guai”. Il riferimento è al virus dell’influenza aviaria: “H5N1 è il virus più pericoloso che abbiamo ed è candidato a provocare la prossima pandemia”. Nell’ultimo anno sono stati uccisi 48 milioni di polli affetti da aviaria in Europa: un record, e l’Italia è il secondo Paese per contagi negli allevamenti.

Come e perché questa cosa ci riguarda? Il pollo è l’animale più sfruttato del pianeta. Serve produrre quanti più polli perché il consumatore non si ciba di tutto l’animale, sceglie solo cosce, sovracosce e petto. Così vengono selezionati polli con petti enormi e pesanti, che stentano a stare in piedi. È il mercato che lo impone, così come impone che questi esemplari crescano in fretta, e a poco costo possibilmente. È il paradigma alla base della grande distribuzione organizzata per supermercati e ristorazione: quello magistralmente descritto da Jonathan Safran Foer nel suo Se niente importa. Ma come si concilia questo con la sotenibilità e le pratiche del biologico? L’inchiesta di Report si occupa di un marchio conosciutissimo, quello Fileni, che è uno dei gruppi più grandi in Italia nel mercato della carne di pollo (50 milioni di polli all’anno), famoso soprattutto per la linea dedicata al biologico e che ha ricevuto anche la prestigiosa certificazione B CORPche attesta elevati standard di trasparenza, responsabilità e sostenibilità. Peccato che quello che ricostruisce la rigorosa inchiesta di Report sugli allevamenti bio di Jesi Cannuccia, Falconara Marittima e Ostravetere dica altro.

Tutti gli impianti della filiera biologica dovrebbero assicurare almeno un terzo di vita all’aperto agli animali. Ma le telecamere di Report e la Lav, che ha ricevuto delle immagini filmate da più telecamere fisse posizionate per diversi giorni fuori dagli allevamenti bio Fileni in questione, non vedono mai gli uscioli aperti. Eppure i polli dovrebbero poter razzolare all’aperto, ognuno in un “parchetto” da 4 metri quadri per pollo, ma all’esterno dell’allevamento le telecamere riprendono solo calcinacci e detriti. La denuncia è chiara: ci vorrebbero molti più operai per far uscire e rientrare migliaia di polli ogni giorno. Pubblicamente Fileni dichiara che il 33% delle superfici dei propri allevamenti è bio. Su quanti siano i polli prodotti in maniera biologica, la risposta ufficiale del gruppo a Report è stata: l’11%. La trasmissione si chiede se questo significhi allora che l’89% della produzione viene da allevamenti intensivi, un dato in netto contrasto con la comunicazione di Fileni, tutta basata sul biologico. Così come un’altra informazione in contrasto con quella pubblicizzata è quella relativa ai mangimi con cui vengono allevati i polli: Fileni pubblicamente dichiara che i polli sono OGM free. Tuttavia sulle etichette del mangime attaccate al silos di un allevamento di riproduttori – e riprese dalla trasmissione – è scritto il contrario. E, ancora, quello che testimoniano le immagini raccolte da Report e quelle ricevute dalla Lav, dimostra che negli allevamenti Fileni di Monte Roberto, Ripa Bianca e Mucciolina alcune pratiche sarebbero al limite del maltrattamento animale: operai che mentre girano per il capannone uccidono i polli malati o che non crescono abbastanza, mettendo l’animale sotto i piedi o tirandogli il collo e gettandolo a terra agonizzante. Tutte pratiche non legali, come conferma l’Azienda sanitaria marchigiana addetta alla sicurezza alimentare e alla veterinaria. È un ex operaio Fileni a confidare a Report che tutti i polli devono raggiungere un’altezza standard perché altrimenti, durante la fase di macellazione, non arrivano al taglio del collo e bloccano il processo. Così come che Fileni multerebbe le società fornitrici colpevoli di mandare al macello i polli che crescono meno. È il mercato, bellezza.

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