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Biografia di Matteo Messina Denaro

(Giorgio Dell’Arti – cinquantamila.it) – Matteo Messina Denaro, Castelvetrano (Trapani) 24 aprile 1962. Mafioso, capomandamento di Castelvetrano, controlla tutta la provincia di Trapani. Latitante dal 93 (nel 94 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali).

Detto ’U siccu, ma anche “Diabolik”, come il suo fumetto preferito (come lui avrebbe voluto farsi montare due mitra nel frontale della sua “164”). Ultima condanna definitiva il 17 ottobre 2013 (a 27 anni e 1 mese di reclusione, per associazione mafiosa, a far tempo dal 12 novembre 1999).

Nei pizzini che si scambiava con Provenzano si firmava Alessio. Ha una figlia, Lorenza, che non conosce (come confida in una lettera a un amico agli atti degli inquirenti). Liceale, ha vissuto nella casa dei nonni paterni con la madre, Francesca Alagna, fino al 2014, quando sono diventate note le intercettazioni di alcuni familiari sull’esistenza di un altro figlio di Diabolik, di cui si sa solo che si chiama Francesco (come il nonno), è che è nato tra il 2004 e il 2005. Da quel momento l’Alagna ha deciso di trasferirsi a casa dei genitori (Rino Giacalone) [Sta 27/4/2014].

• Figlio di Francesco detto “Don Ciccio”, capomandamento di Castelvetrano, campiere del feudo dei D’Alì, i proprietari della Banca Sicula, poi acquisita dalla Comit (muore nel 1998 durante la latitanza). Lui e il fratello Salvatore si possono dire amici d’infanzia dei figli dei D’Alì, tra cui Antonio (sottosegretario al ministero dell’Interno, nel secondo e terzo governo Berlusconi, dal 2001 al 2006).

Salvatore diventò dipendente dei D’Alì quando fu assunto dalla Banca Sicula (è stato arrestato il 20 febbraio 2004 in esecuzione di un ordine di carcerazione per una condanna a 9 anni per associazione mafiosa ed estorsione). Quando fu arrestato, nel 1998, al padre (latitante da dieci anni), venne un infarto e morì (relazione Dna 2013).

• Prima che diventasse latitante tutti lo ricordano scorrazzare per Castelvetrano, quando su una Mercedes, quando su una Bmw, sempre in abiti di ottimo taglio e con Rolex al polso. Fama di femminaro, una delle sue amanti, Maria Mesi (del 65) per avergli dato ospitalità durante la latitanza – quando a Bagheria, quando a Palermo – è stata condannata per favoreggiamento. In uno degli appartamenti messi a disposizione fu trovato il giochino elettronico preferito da Diabolik, un Nintendo.

• «Ti prego non dirmi di no. Desidero tanto farti un regalo. Sai, ho letto sulla rivista dei videogiochi che è uscita la cassetta di Donkey Kong 3 e non vedo l’ora che sia in commercio per comprartela. Quella del Secret of Mana 2, ancora non è arrivata… Sei la cosa più bella che ci sia» (da una lettera di Matteo Messina Denaro a Maria Mesi).

• Commette i primi delitti al servizio di Leoluca Bagarella, impegnato, nei primi anni Novanta, a combattere appartenenti alle famiglie dei perdenti (gli sconfitti dai corleonesi nella seconda guerra di mafia). Il più efferato il duplice omicidio dei fidanzati Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo (incinta di tre mesi, ritenuta testimone scomoda degli affari di Cosa nostra), il primo morto sparato, la seconda strangolata (secondo le accuse, personalmente da Diabolik).

Grazie alle dichiarazioni del pentito Gioacchino La Barbera i loro cadaveri furono trovati, in avanzato stato di decomposizione, avvolti in buste di plastica, il 14 dicembre 1993 in località Balata di Baida, in agro di Castellammare di Stabia, all’interno di una cava di materiale pietroso in disuso (processo cosiddetto “Agrigento”, non è ancora intervenuta condanna definitiva).

• Ha 21 anni quando si presta all’esecuzione delle stragi riuscite e tentate del 93 dirette da Leoluca Bagarella (nel 2002 viene condannato in via definitiva all’ergastolo).

• Aver fatto parte della fazione stragista di Cosa nostra non gli impedisce di diventare uomo di fiducia di Bernardo Provenzano, col quale comunica a mezzo pizzini, non perdendo occasione per mostrare massima adesione alla strategia della sommersione (vedi Bernardo Provenzano).

• «Io mi rivolgo a lei come garante di tutti e di tutto, quindi i suoi contatti sono gli unici che a me stanno bene, cioè di altri non riconosco a nessuno, chi è amico suo è e sarà amico mio, chi non è amico suo non solo non è amico mio ma sarà nemico mio, su questo non c’è alcun dubbio… La ringrazio per adoperarsi per l’armonia e la pace per tutti noi».

• «Ora mi affido completamente nelle sue mani e nelle sue decisioni, tutto ciò che lei deciderà io l’accetterò senza problemi e senza creare problemi, questa per me è l’onestà. 1) Perché io ho fiducia in lei e solo in lei; (…) 3) perché io riconosco soltanto a lei l’autorità che le spetta; 4) perché noi due ci capiamo anche se non ci vediamo».

• Non appena Provenzano è arrestato quasi lo maledice perché si è fatto trovare nel suo rifugio tutti i pizzini che si sono scritti. «Se lo avessi davanti gli direi cosa penso e, dopo di ciò, la mia amicizia con lui finirebbe. Oggi posso dire che se la vede con la sua coscienza, se ne ha, per tutto il danno che ha provocato in modo gratuito e cinico ad amici che non lo meritavano.

Chiudo qua che è meglio. Come lei sa a quello hanno trovato delle lettere; in particolare di quelle mie pare ne facesse collezione. Non so perché ha agito così e non trovo alcuna motivazione a ciò e, qualora motivazione ci fosse, non sarebbe giustificabile (…) D’altronde non avevo a che fare con una persona inesperta ed ero tranquillo, anche perché io non ho lettere conservate di alcuno. Quando mi arriva una lettera, anche di familiari, rispondo nel minor tempo possibile e subito brucio quella che mi è arrivata (…) Tutto mi potevo immaginare, ma non questo menefreghismo da parte di una persona esperta.

E forse ci sono le copie di quello che lui diceva a me, ma questa è solo un’ipotesi. Ormai c’è tutto da aspettarsi; siccome usava la carta carbone, può anche darsi che si faceva le copie di quello che scriveva a me e se le conservava, ma ripeto, questa è solo una mia ipotesi poiché ormai mi aspetto di tutto» (da una lettera scritta a “Svetonio”, pseudonimo di Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, condannato per traffico di stupefacenti, e dopo aver scontato la pena ingaggiato dal servizio segreto civile per fare da esca nel tentativo di catturare Messina Denaro) (Francesco La Licata).

• «Ho avuto un rapporto particolare con la morte, mi è sempre aleggiata intorno e so riconoscerla, da ragazzo la sfidavo con leggerezza, oggi da uomo maturo non la sfido, più semplicemente la prendo a calci in testa perché non la temo, non tanto per un fattore di coraggio, ma più che altro perché non amo la vita».

• Dopo l’arresto di Bernardo Provenzano gli inquirenti ritenevano che avrebbe assunto il ruolo di capo di Cosa nostra insieme a Salvatore Lo Piccolo, allora latitante e arrestato il 5 novembre 2007.

• Nell’aprile 2008 sono comparsi tre murales in stile Pop Art di Andy Warhol che, ricalcando una delle fotografie in possesso degli inquirenti, ritraggono Matteo Messina Denaro con gli occhiali da sole (a Palermo, alle spalle della cattedrale e davanti alla facoltà di Giurisprudenza, e a Castelvetrano, sulla facciata dei nuovi uffici comunali, in un terreno confiscato alla mafia). Due di queste foto risultano scattate proprio il giorno del suo compleanno. Accanto ai murales la scritta: «Matteo Messina Denaro, l’ultimo» (a dire che rimane l’ultimo boss da catturare, i due autori si fecero avanti due settimane dopo, erano due studenti di Architettura).

• «In questa cosa sono il re, il messia, il veterano/il nuovo boss come Matteo Messina Denaro/tu sei un flop, un babbeo, una figa, un baro/e prendi un tot di mazzate se ti ho sottomano» (dal ritornello della canzone rap La gente fa, inserita dagli Enmicasa nell’album Senza respiro, aprile 2008).

• Affetto da strabismo di Venere, secondo alcune fonti nel gennaio 1994 si è recato in Spagna presso la clinica oftalmica Barraquer di Barcellona. Secondo altre informazioni soffre di insufficienza renale cronica, ma per sottoporsi alla dialisi avrebbe installato nel suo rifugio le apparecchiature necessarie.

• Il suo autista, Vito Signorello, professore di educazione fisica, intercettato dagli inquirenti: «Lu bene vene da lu Siccu. Lo dobbiamo adorare, è ’u Diu, è ’u bene di nuiatri».

• Confische. Finora sono stati sequestrati ai suoi prestanome beni per 3,5 miliardi di euro, 700 milioni solo a Giuseppe Grigoli, suo uomo di fiducia e condannato per mafia.

• Secondo un imprenditore, suo ex prestanome (già condannato e tornato libero dopo avere espiato la pena), su Messina Denaro pende la taglia di un milione e mezzo di euro. Intervistato dal giornalista Lirio Abbate (che non ne ha rivelato l’identità), ha dichiarato di avere ricevuto l’offerta di così tanti soldi da agenti del Sisde, che lo avrebbero contattato per scoprire dove si nasconde il latitante (Esp 3/6/2010).

• «Ancora si sottrae alla cattura Matteo Messina Denaro, storico latitante, capo indiscusso delle famiglie mafiose del trapanese, che estende la propria influenza ben al di là dei territori indicati. Il suo arresto non può che costituire una priorità assoluta ritenendosi che, nella descritta situazione di difficoltà di Cosa nostra, il venir meno anche di questo punto di riferimento, potrebbe costituire, anche in termini simbolici, così importanti in questi luoghi, un danno enorme per l’organizzazione» (dalla Relazione della Dna 2013).

Nel gennaio del 2014, sentito in Commissione antimafia, il direttore del dipartimento di Pubblica sicurezza Alessandro Pansa ha negato che Matteo Messina Denaro sia il capo assoluto di Cosa nostra, in quanto interessato soprattutto all’arricchimento personale.

• Il procuratore di Palermo Francesco Messineo, sottoposto a procedimento disciplinare (e infine prosciolto, nel 2013), per la mancata cattura di Matteo Messina Denaro. Secondo il Csm, invece, Messineo fu diligente nel coordinare il pool antimafia («si trattò di una scelta operativa, criticabile ma legittima»).

• Nel marzo del 2014 è stato diramato il suo ultimo identikit disegnato dai finanzieri del Gico. «Resta solo un dubbio: è davvero lui l’erede dei Corleonesi? Nelle sue interminabili chiacchiere, dentro il carcere di Opera, Totò Riina ne ha parlato male facendo capire che è uno che si fa troppo i fatti suoi. È la verità o il vecchio Riina vuole mischiare ancora una volta le carte?» (Attilio Bolzoni, Salvo Palazzolo, 27 marzo 2014) (a cura di Paola Bellone).

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