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La terza era atomica: aumenta il numero delle testate nucleari nel mondo

L’epoca in cui stiamo vivendo è possibile definirla come “post trattati”, intendendo con questi termini la fine della validità dei principali accordi internazionali sul controllo delle armi, in particolar modo quelle nucleari.

Sebbene alcuni armamenti, come quelli chimici e biologici, siano ancora soggetti a pesanti limitazioni internazionali che ne proibiscono uso, detenzione, cessione e vendita, gli ultimi 23 anni hanno palesato la tendenza a terminare gli accordi riguardanti la proliferazione di quelli convenzionali e nucleari.

L’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato ABM sui sistemi antimissili balistici, diventata effettiva nel 2001, ha accelerato il processo di modernizzazione del proprio arsenale nucleare da parte della Russia, in modo da continuare ad avere una capacità di deterrenza atomica credibile. Successivamente, prendendo atto delle nuove dinamiche europee determinate dall’ingresso nella Nato dei Paesi un tempo appartenenti al Patto di Varsavia, Mosca, nel 2003, ha ricusato il Trattato CFE sulle forze convenzionali in Europa per potersi permettere di controbilanciare lo schieramento avversario. Il vero punto di svolta è però rappresentato dalla fine del Trattato INF sulle forze nucleari intermedie nel Vecchio Continente: gli Stati Uniti nel 2019 hanno deciso di uscirne in quanto l’accordo è stato ritenuto obsoleto perché non coinvolgeva la Cina, che ha sviluppato un arsenale di missili balistici a raggio medio e intermedio particolarmente imponente in grado di mettere sotto tiro non solo gli alleati degli Usa nell’area del Pacifico Occidentale, ma anche gli avamposti militari che Washington ha nella regione, come la base aeronavale di Guam e perfino le isole Hawaii. Quasi in concomitanza di quest’evento (nel 2020), anche l’accordo Open Skies, che permetteva il reciproco controllo degli arsenali militari tramite voli di ricognizione prestabiliti, ha sostanzialmente cessato la sua funzione con l’uscita di Russia e Stati Uniti.

La cronaca recente ha portato all’attenzione del pubblico la sospensione del Trattato START, sulla riduzione degli arsenali nucleari strategici di Mosca e Washington: dapprima il Cremlino ha deciso di sospendere le ispezioni, quindi l’attuazione stessa del tratto, adducendo motivazioni pretestuose legate alla chiusura degli spazi aerei Nato ai voli battenti bandiera russa, poi Washington, di rimando, ha fatto altrettanto.

Pertanto il rischio che lo START, o per meglio dire NEW START, già faticosamente prolungato di un quinquennio alla sua naturale scadenza (febbraio 2021) cessi di esistere definitivamente – de facto non è già più in vigore – è molto alto.

Stiamo perciò vivendo in un’epoca “post trattati” che ha palesato la nascita di una terza era atomica, considerando come prima lo sviluppo e incremento di testate e vettori di consegna a partire dagli anni ’50 e come seconda la fase di apertura di forme di controllo e disarmo nucleare alla fine degli anni ’70.

Questa tendenza all’ampliamento degli arsenali nucleari, in particolare strategici, è evidenziata da quelle nazioni che non hanno mai fatto parte di questi trattati e che non fanno parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT), oltre che principalmente da una potenza già detentrice di ordigni atomici, la Cina, che sta lavorando alacremente per aumentare il numero di testate e vettori disponibili.

Il Nuclear Weapons Ban Monitor, strumento dell’ente non governativo Norwegian People’s Aid (NPA) per sorvegliare la proliferazione atomica e promulgare l’adesione al Trattato sulla Proibizione degli Armamenti Nucleari (TPNW), afferma che attualmente nel mondo ci sono 9576 testate, divise tra dispiegate e disponibili, e la tendenza al rallentamento del disarmo, anzi all’aumento del numero complessivo di questi ordigni, è evidenziata da un grafico che mostra come dopo una rapida decrescita che si è avuta tra il 2000 e il 2015, la curva ora si è livellata con un incremento di quella relativa alle testate immediatamente disponibili.

In particolare, Russia e Stati Uniti hanno, rispettivamente, 1674 e 1770 testate di pronto impiego e altre 2815 e 1938 in riserva e la sospensione del Trattato START facilmente potrebbe indurre i due Paesi a congelare lo smantellamento delle testate e a varare una nuova corsa agli armamenti nucleari semplicemente recuperando le testate in deposito.

La Cina ne possiede circa 410 tenute in riserva ma solo perché, attualmente, Pechino ha una dottrina di impiego che segue il principio del “no first use”, ovvero del non utilizzo per primi, ma si ritiene che l’aumento del numero dei silos di lancio per missili balistici intercontinentali (ICBM), quindi dei vettori stessi e delle testate, molto probabilmente porterà all’abbandono di questa postura per adeguarsi a quella di Usa e Russia. Il dipartimento della Difesa statunitense afferma che Pechino potrebbe quintuplicare il suo arsenale entro il 2035 e potrebbe presto rivaleggiare con le capacità nucleari di Stati Uniti e Russia, con conseguenze imprevedibili per la stabilità strategica mondiale.

Stessa dottrina per India e Pakistan, che hanno 164 e 170 testate in deposito, con Nuova Delhi che continua a modernizzare il suo arsenale nucleare con nuovi sistemi di lancio ora in fase di sviluppo per integrare o sostituire gli attuali vettori, siano essi di tipo marittimo, aereo o basato a terra. Islamabad continua parimenti a espandere il suo arsenale, i sistemi di lancio e la produzione di materiale fissile per poter mantenere il suo potenziale di deterrenza nei confronti del rivale suo vicino.

Anche per Israele e Corea del Nord (90 e 30) vale lo stesso principio del “no first use”, sebbene Pyongyang abbia dimostrato di voler cambiare questa dottrina, mentre la Francia mantiene 240 testate di pronto impiego (su SLBM e missili da crociera aviolanciati) e 50 in riserva; il Regno Unito ne possiede 120 (solo su SLBM) e 105 rispettivamente.

L’incognita, che non viene analizzata nel rapporto della Ong norvegese, è rappresentata dall’Iran che continua ad aumentare la sua capacità di arricchimento dell’uranio, anche se sotto salvaguardie internazionali, ma al di fuori dei confini del Trattato JCPOA che una volta la limitava. Questo posiziona l’Iran più vicino a ottenere armi nucleari, qualora decidesse di varcare la soglia di arricchimento oltre la quale l’uranio diventa adatto alla fabbricazione di ordigni (più del 90%), ma attualmente le informazioni in possesso dell’intelligence statunitense affermano che Teheran non è ancora in procinto di farlo.

Anche predire il comportamento futuro dell’Arabia Saudita, che ha in essere un accordo con la Cina per lo sviluppo dell’energia atomica (e della sua filiera sfruttando i giacimenti di uranio presenti nel Paese), è difficile: la recente normalizzazione dei rapporti con l’Iran potrebbe indurre Casa Saud a non imboccare questa strada, ma riteniamo che le decisioni in tal senso saranno comunque il riflesso di quelle prese a Teheran.

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