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Quell’amore maledetto, all’italiana, tra Tenco e Dalida | CulturaIdentità

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L’amore maledetto, all’italiana, fra Luigi Tenco e Dalida è una scheggia di melodramma che si conficca in un festival di canzonette. Belli, giovani, famosi e dilaniati. Lui, cantautore tormentato, ombroso, capofila della “scuola ligure”, in lotta contro tutto e tutti e soprattutto con se stesso: passa per uno integro, duro, che soffre le sue canzoni, investite di una missione quasi salvifica contro i mali del mondo. Ci crede, insomma. I compromessi lo indignano, ma a Sanremo nel 1967 ci va e a chi ne critica la scelta, risponde: bisogna pur farsi sentire. Lei, figlia di emigranti calabresi in Egitto, miss nazionale a 21 anni, ha la testa piena di suggestioni, di sogni che sa come trasformare in incubi, e lo sguardo velato, enigmatico che fa impazzire gli uomini. Fa impazzire anche Tenco che, secondo gli amici, si infila nell’intrico della mantide, già sposata, divisa, amante e amata più volte, anche con Alain Delon che però è uno scafato, uno duro sul serio, non come Luigi che si arrovella, che non sa come gestire il successo e le sue contraddizioni. Dicono, la madre di lui, Teresa Zoccola, dice che tra il figlio e la femme fatale non c’è altro che amicizia, c’è chi insinua la trovata pubblicitaria dei due belli e dannati, ma è un fatto che Luigi e Dalida si attraggono e si respingono come poli opposti: lei forse patisce le storie parallele di lui, lui di sicuro i rovelli e gli sconcertanti cambi di umore di lei; due depressioni che si aggrovigliano, due incapacità di stare al mondo che si attanagliano.

Abituati all’attenzione, ai riflettori. Capricciosi, anche, se non ne ottengono abbastanza, ma sempre con l’aria, invece, di eluderli, di essere diversi, di pensare ad altro, sempre quell’ombra sul cuore, tutti e due e sì che hanno tutto, il futuro di entrambi è aperto, le rispettive carriere filano. Insieme, nel ’66 hanno già cantato “Bang Bang” e sono diventati numeri uno, in cima alla Hit Parade di Lelio Luttazzi. Così ci riprovano l’anno dopo al festival di Sanremo che faceva inorridire Ennio Flaiano: “Il fatto che a cantare fossero dei giovani, serviva a garantirli che la loro approvazione rientrava nell’aspetto giovanile del fenomeno. La verità è che a me lo spettacolo, non so più se ridicolo o penoso, di quella gente che urla canzoni molto stupide e quasi tutte uguali, lo spettacolo mi è parso di vecchi. Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato. Nessuna idea, nelle parole e nei motivi. Nessuna idea nelle interpretazioni. E alcune mi venivano segnalate come particolarmente buone. C’era un tale per esempio, coi capelli alla bebè che sembrava protestare contro il fatto che malintenzionati gli tirassero delle pietre”.

È il cantante goliardico Antoine, coi baffetti da viveur, che si cala dall’alto da una fune e veste da personaggio dei cartoni animati. Proprio lui verrà ripescato dalla giuria che ha eliminato “Ciao amore ciao” di Tenco, e siamo già al precipizio degli eventi. Chi vede Luigi la sera della interpretazione, lo trova strano, alterato: sembra incapace di reggere chissà quale pressione, forse non si sente a suo agio su quel palco considerato futile, forse è reduce dall’ennesima scenata con l’amica amante, il colmo di una storia che c’è e non c’è ma li sta divorando tutti e due: amarsi per ferirsi per fare pace per subito ricominciare a non capirsi, a criticarsi, a demolirsi dentro. Poi qualcuno dirà che Dalida era così, incapace di capire il buono dell’altro, che la sua propensione a fare macerie di ogni uomo era istintiva, una pulsione malata, e che Tenco, alla fine, dentro aveva solo macerie sparse, un uomo franato che non sapeva più ricostruirsi. Ma sono le cose che si dicono quando una relazione funziona troppo e quindi non funziona, due anime così gemelle da diventare una, con la rabbia e la paura e la smania di annullarsi, di confondersi fino a che non si fondono.

Sta di fatto che Luigi sul palco arranca, non ha più quel suo distacco dolente, non sembra lui: “Così mi rovina la canzone”, mormora sbigottita Dalida dietro le quinte. Quando tocca a lei, fa il possibile per salvare il salvabile, ma il destino di quel pezzo che racconta una storia di emigrazione, è segnato: rotola in fondo alla classifica, costa l’eliminazione. Tenco è scioccato. Si chiude in albergo, in una dépendance sotterranea, e nessuno lo vede più. Dalida invece va a cena con il suo gruppo di lavoro, rientra alle 2,20 di notte e trova l’amato esanime, a terra. Un colpo di pistola che nessuno ha sentito.

Dalida urla, invoca soccorso, il primo ad accorrere è Lucio Dalla che a malapena riesce a chiamare qualcuno: “Venite, a Luigi è successo qualcosa”. Qualcosa? Tenco è morto e ha lasciato un biglietto farneticante: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro una giuria che manda in finale Io, tu e le rose e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi”.

La notizia esplode, l’Italia canterina e non è traumatizzata, non si era mai vista una cosa del genere nel Paese del melodramma e delle canzonette che parlano di rose, di barche che fin che vanno, di binari tristi e solitari, d’accordo, ma quelli sono drammi cristallizzati in tre minuti di melodia, tragedie irreali. Invece qui è tutto vero e lascia strascichi. Proprio Dalla partecipa al Festival con un pezzo, “Bisogna saper perdere”, che sembra crudelmente alludere alla fine del collega e Gino Paoli, che il suicidio l’ha tentato 4 anni prima e vivrà sempre con una pallottola nel cuore, l’epitome del maledetto, non gliela perdona, quasi fosse colpa di Dalla. E che doveva fare? Ritirarsi? Sparire da un Festival che fa finta di niente, dove il presentatore Mike Bongiorno dedica non più di 4 parole al suicidio di Tenco e stoppa gli applausi di circostanza, avanti con la prossima canzone? Dove lo stesso cantante degli ultramaledetti Rolling Stones, Mick Jagger, lì per accompagnare la fidanzata Marianne Faithfull, non fa una piega? Nessuno vuol perderci tempo, nessuno vuol sapere, capire: ispezione sommaria, ipotesi per suicidio e lo spettacolo continua come di rito.

Poi si dirà che Tenco era presuntuoso, che non ci si può ammazzare per un Festival, altri invece capiscono, vogliono capire, si producono in interpretazioni fra il musicologo e lo psichiatrico. Altri giurano che Luigi fosse pieno, barbiturici e alcool, Sandro Ciotti, che sta in commissione, è sicuro che quel biglietto non gli appartiene, che non può averlo scritto lui. Lui, che proprio sul tentato suicidio di Paoli aveva speso parole definitive: “Non serve a niente, io non potrei mai”. Ma era 4 anni prima. Prima di Dalida. Lei reagisce, si direbbe, come chi del dolore si nutre, ne riceve conferma di destino. Sbanda, si dedica allo yoga, finisce in India “per ritrovare se stessa”, pratica in voga all’inizio degli anni ’70, cerca risposte nella psicanalisi freudiana, altra moda del tempo. Ma il suicidio di un altro ex, il discografico Lucien Morisse, con cui era stata sposata, getta altre ombre, pesanti, dentro e fuori questa artista che mette e disagio, che ammalia ma fa paura. Cominciano a dire che è sinistra, che porta male, che tutti quelli che incontra, che la amano, finiscono così: col cervello in pappa e la pistola alla tempia. Malvagità spicciole che nel mondo dello spettacolo non sono mai mancate, ma quando nel 1981 anche un altro legame di Dalida, Richard Chanfray, la fa finita due anni dopo la rottura, quelle voci diventano inarrestabili.

Dalida è consumata da se stessa? Da Luigi, con cui visse intensità insostenibili e che, quasi una maledizione, la perseguitò per sempre facendosi trovare esanime? Di certo c’è che quella donna fragile come vetro, dalla bellezza pericolosa, incline a innamorarsi per ferirsi e ferire, quella donna perennemente in bilico scivola sempre più nei meandri della sua psiche, la depressione come complice, i giorni che si fanno sempre più di ghiaccio: il 2 maggio 1987, Dalida si imbottisce di barbiturici e si addormenta per sempre. Come Luigi vent’anni prima, anche lei lascia un biglietto, assai più stringato ma più definitivo: “Perdonatemi, la vita mi è insopportabile”.

Forse era cominciato allora, in un altro tempo di un’altra Italia: bang bang, e tutto era già segnato. Ciao, amore, ciao, e tutto era già scritto. Una tragedia durata vent’anni, per non finire mai. Siamo ancora qui che ne parliamo come dell’epitome dell’amore fatale. Tutti gli anni a Sanremo qualcuno ripropone una canzone di Tenco, ma si fa il possibile per non viverla, per archiviarla immediatamente. Dicono che i fantasmi di Luigi e Dalida siano lì ad aleggiare ed è meglio non agitarli, si sa com’è l’ambiente, tra il cinico e lo scaramantico, primum vivere, deinde celebrare.

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