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Mediaset & C.: il patto tra Meloni e Marina per la “roba” di Silvio

Dopo le frasi pro-Putin, l’asse tra la premier e la famiglia: via la parte civile ai processi, riforma della Giustizia e nomine. Il “cambio di stagione” è avvenuto molto prima della decisione di venerdì sera […]

(DI GIACOMO SALVINI – Il Fatto Quotidiano) – Il “cambio di stagione” è avvenuto molto prima della decisione di venerdì sera di Silvio Berlusconi di sostituire il capogruppo Alessandro Cattaneo con Paolo Barelli e depotenziare Licia Ronzulli. Risale a metà febbraio e ha due artefici: una palese, la compagna dell’ex premier, Marta Fascina, che ha fatto asse con Antonio Tajani, e l’altra più occulta, la figlia Marina Berlusconi. Della prima si dice che gestisca l’agenda e i gruppi parlamentari di Forza Italia, ma la vera responsabile della virata governista di Berlusconi è la figlia Marina (responsabile di Mondadori e Fininvest), in tandem con il fratello Pier Silvio, Ad Mediaset. È lei ad avere stretto un patto politico con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, spiegano due fonti che chiedono l’anonimato per parlarne. Una telefonata decisiva sarebbe avvenuta a metà febbraio, mentre il governo era nel caos per le parole di Berlusconi anti-Zelensky (“non lo avrei incontrato”). L’accordo è questo: in cambio di un atteggiamento più “responsabile” di Forza Italia nei confronti di Palazzo Chigi dopo le tensioni dei primi mesi, il governo si farà garante degli interessi di Berlusconi. Cioè i processi (per quel che può fare un governo), ma soprattutto gli affari che riguardano Mediaset.

Meloni ha sempre avuto un buon rapporto con le “colombe” di Arcore: oltre a Marina e Pier Silvio, la premier ha capito che il vero potere di consigliori resta sempre quello di Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Nei primi mesi di governo da Palazzo Chigi sono partite spesso chiamate a Letta, che infatti ora si è seduto al tavolo delle nomine. Confalonieri, patron di Mediaset, invece ha espresso anche pubblicamente apprezzamenti nei confronti di Meloni: “Berlusconi deve puntare su di lei”. Anche Dell’Utri, seppur più in disparte, si è convertito al melonismo: sui suoi social condivide spesso discorsi della premier. Posizioni filo-governative per difendere gli interessi della casa.

Sulla giustizia, l’accordo ha già dato i primi frutti. Il 13 febbraio Palazzo Chigi ha ritirato la costituzione di parte civile nel processo Ruby ter alla vigilia della sentenza di primo grado (poi Berlusconi è stato assolto) nonostante chiedesse 10 milioni all’ex premier per il “discredito planetario” causato dal processo. La stessa decisione è stata ufficializzata il 10 marzo nel processo Escort a Bari in cui Berlusconi è imputato per induzione a mentire. Due segnali di tregua inviati ad Arcore. Sulla giustizia, inoltre, le posizioni tra Fratelli d’Italia e Forza Italia si stanno avvicinando: a inizio maggio, il ministro della Giustizia Carlo Nordio presenterà un disegno di legge per riformare l’abuso d’ufficio, il traffico di influenze e la legge Severino. Storiche battaglie berlusconiane.

Poi c’è la questione Mediaset. Il rapporto tra le televisioni e le piattaforme di streaming sta diventando sempre più importante e a Cologno Monzese sono molto preoccupati della concorrenza di Netflix, Amazon, Disney+ e Youtube che raccolgono pubblicità. Netflix lo sta già facendo provocando, secondo le stime, un buco di bilancio alla Rai che potrà arrivare fino a 65 milioni. Mancate entrate che potrebbero proiettarsi anche su Mediaset che, quindi, chiede al governo di intervenire. Lo ha fatto Stefano Selli, responsabile delle relazioni istituzionali del gruppo, il 22 febbraio in audizione in commissione Cultura. “Soggetti come Mediaset sono sempre più in difficoltà nella concorrenza con piattaforme fortissime e del tutto libere di operare”, ha detto Selli chiedendo di superare la “legislazione italiana vecchia di 7-8 anni”. Così il governo sta pensando a un disegno di legge proprio per regolare l’attività delle piattaforme streaming, dice un esponente dell’esecutivo. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, giovedì ha spiegato lo scopo: “Garantire una vera libertà di scelta all’utente”. L’obiettivo principale sarà quello di mantenere il duopolio Rai-Mediaset: l’ipotesi allo studio è quella di una riforma del telecomando, della trasparenza e della pubblicità che preveda un tetto agli spot delle piattaforme e mantenga il limite del 20% per le tv commerciali. In questo quadro si inseriscono le resistenze di FdI e FI sulla proposta della Lega di abolire il canone Rai: Mediaset si troverebbe ad affrontare la concorrenza della Rai sulla pubblicità. Il duopolio Rai-Mediaset sarebbe garantito pure da Rai Way che detiene le torri del segnale: l’obiettivo è quello di una fusione che stabilizzerebbe il sistema. Il governo non si opporrà.

I primi frutti dell’accordo si stanno già vedendo sulle nomine: al tavolo a Palazzo Chigi partecipano Tajani e Letta mentre i ronzulliani sono stati tagliati fuori. La sostituzione dei capigruppo è una vendetta di Tajani nei confronti dell’ala ronzulliana che fino a febbraio ha terremotato il governo dopo la decisione di estromettere Ronzulli dall’esecutivo. L’asse Tajani-Fascina domina in Forza Italia. Cambiano, dunque, gli equilibri nel governo. Ora i dioscuri dell’esecutivo sono la premier e Tajani, mentre sarà la Lega a smarcarsi, come è già avvenuto sulle armi all’Ucraina, sulle nomine e sul ponte sullo Stretto.

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