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Via Razov, dentro Paramonov: cosa succede lungo la Mosca-Roma

Le scosse del terremoto geopolitico scaturito dall’invasione russa dell’Ucraina stanno progressivamente raggiungendo tutti quei Paesi che, in un modo o nell’altro, sono coinvolti nel più importante conflitto del XXI secolo. E nel novero dei suddetti figura anche l’Italia.

L’Italia è uno dei principali terreni di scontro tra Russia e Stati Uniti sin dagli albori della loro competizione nata sull’onda del naufragio dell’obamiano Riavvio, South Stream docet, e la sua centralità all’interno della suddetta è aumentata nel corso degli anni, come ricordano il Russiagate all’amatriciana durante l’era Conte e il caso Walter Biot durante la fase Draghi.

Una nuova pagina del capitolo italiano della competizione russo-americana sembra, ora, in procinto di essere scritta. Perché forti indiscrezioni vorrebbero che sia giunta al capolinea l’era Razov all’ambasciata russa di Roma.

La fine del “decennio Razov”?

A capo dell’ambasciata di Roma dal 2013, dopo una carriera diplomatica trascorsa tra Mongolia, Polonia e Cina, Sergey Razov è il capo della diplomazia russa in Italia da un decennio. Ideologicamente orientato verso levante, cioè un eurasista, Razov viene inviato nello Stivale nel momento più teso delle relazioni Russia-Occidente della scorsa decade: la Rivoluzione ucraina.

Razov, uomo di mondo, abituato a negoziare coi diplomatici più imperscrutabili e rigidi dell’Asia, era stato scelto dal Cremlino perché ritenuto capace di produrre un’inversione di tendenza, perlomeno nelle relazioni Roma-Mosca, che, però, non si è mai materializzata. Avrebbe voluto (e dovuto) difendere l’interscambio bilaterale dal regime sanzionatorio legato alla crisi ucraina – ma l’Italia ha aderito al blocco. Avrebbe voluto (e dovuto) portare a compimento il South Stream – ma l’Italia lo ha annullato. Avrebbe voluto (e dovuto) ampliare il portafoglio degli investimenti dei campioni nazionali in Russia, in particolare ENI, ma i propositi sono rimasti su carta.

A partire dal 2020, con l’aggravamento della competizione tra grandi potenze in concomitanza con lo scoppio della pandemia di COVID19, il fallimento degli obiettivi-chiave del mandato inizia a farsi sentire. Il rapporto con l’informazione italiana, con la quale ha storicamente avuto il piacere di dialogare, diventa più complicato, così come muta notevolmente anche il vocabolario impiegato con la politica.

Un avvicendamento distensivo?

Le relazioni tra Villa Abamelek e Palazzo Chigi hanno subito un peggioramento con l’inizio degli anni Venti, sullo sfondo di scandali come l’affare Biot – terminato con una condanna a trent’anni – e il Russiagate all’italiana – sulla via dell’archiviazione –, determinando la trasformazione dell’ambasciatore Razov in un acceso detrattore degli esecutivi italiani.

La guerra in Ucraina è il punto di non ritorno. Le accuse di ingratitudine all’Italia, dimentica della missione “Dalla Russia con amore” durante la pandemia, sfociate in una querela alla Stampa. La trasformazione dei canali social di Villa Abamelek in veicoli coi quali ricordare ai politici italiani i loro trascorsi con Putin. Le convocazioni alla Farnesina, per via del sabotaggio alla rete Nord Stream, degli screzi col giornalismo italiano e degli attacchi alle istituzioni italiane.

Il crescendo escalatorio tra Villa Abamelek e Palazzo Chigi non sfugge al Cremlino. Lo scorso luglio, a cavallo tra le due convocazioni alla Farnesina, inizia a circolare la voce di un cambio al vertice dell’ambasciata, che vedrebbe Aleksei Paramonov in lizza per la sostituzione di Razov. Voce rimasta nell’aria, mai completamente smentita, che è tornata con forza a inizio aprile.

Se confermata, dato che a Villa Abamelek vige il riserbo diplomatico, la notizia sarebbe interpretabile come una ricerca di distensione. Profondo conoscitore dell’Italia, già console generale a Milano, Paramonov appartiene ad un’altra scuola: moderato, una formazione molto più europea rispetto a Razov, in cordiali rapporti con Oltretevere e attento alla qualità dell’interscambio diplomatico Roma-Mosca. L’uomo giusto (per il Cremlino) al quale affidare dossier sensibili come il dialogo parallelo con l’ambasciata italiana a Mosca, la costruzione di un equilibrio con Roma e una possibile triangolazione russo-italo-vaticana in Ucraina.

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